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Il Signore degli anelli
Il ritorno del re
di Peter Jackson
Andrea Fornasiero
- Il cerchio si chiude, il racconto torna
da dove è partito e non solo perché si conclude nella contea o perché
le ultime parole di Sam dicono: "Sono tornato". Sono l'anello
e il tema del potere che rappresenta a tornare centrali, pur in uno
scenario diverso e con tutta la tensione dovuta all'incombente e apocalittica
battaglia finale. Avevamo lasciato Frodo ai confini di Mordor, in
compagnia di Sam e sotto la guida di Gollum, che però parlando tra
sé già esprimeva il desiderio di tradire i due consegnandoli a "lei"
per riavere così il suo tesoro.
- Il prologo è già un tuffo nel passato sotto
il segno dell'anello e ci racconta, splendidamente, la genesi di Gollum.
Si tratta di un episodio alla Caino e Abele che getta oltretutto una
luce quanto mai inquietante sul rapporto tra Frodo e Sam qui messo a
durissima prova. E di nuovo come nel primo film è nel raccontare il
rapporto tra i due che a Jackson riescono le cose migliori, la loro
relazione di amicizia affronta una crisi quantomeno melodrammatica (ampliata
e rielaborata dal regista) e proprio per loro il viaggio avrà il finale
più amaro. Ritorna nella tormentata descrizione del rapporto di un’amicizia
profondissima il regista di Creature del cielo (dove le due amiche
erano crudeli e matricide, ma anche disposte a tutto l’una per l’altra
come Frodo e Sam).
- Nel frattempo Aragorn, Gandalf, Gimli e
Legolas sono alla corte del Re Theoden e della agguerrita principessa
Eowyn. Anche Merry e Pipino si riuniscono al gruppo dopo essersi rilassati
sulle rovine della torre di Saruman, luogo in cui viene ritrovata la
palla di cristallo del mago, il Palantir, che probabilmente è stato
la principale causa della follia di Saruman. Resisteranno gli hobbit
alla curiosità e alla tentazione? Il Palantir svolge quindi un ruolo
equivalente a quello dell’anello, rappresentando la tentazione del potere
e la sua natura inerentemente malvagia, tanto che nemmeno Gandalf si
azzarda ad usarlo.
- La tentazione
del potere poi metterà a prova Aragorn ben due volte, ma questo in un
certo senso è caratteristico del suo cammino. Egli è il Re eppure è
quanto più restio possibile ad esserlo perché nelle sue vene scorre
il sangue di chi per primo è caduto vittima dell’anello. La prima volta
sarà tentato dai guerrieri spiritici che potrebbe tenere al suo fianco
divenendo così crudele e terribile ma anche quasi invincibile, e la
seconda direttamente dall’occhio di Mordor. Gli effetti maligni del
potere comunque non sono esclusivamente legati ad oggetti magici o ad
influenze soprannaturali. Il sovrintendente di Gondor, Denethor, padre
di Boromir (tentato e perduto dall’anello a sua volta) e Faramir, è
un monarca dispotico. Infatti era suo il piano originario di portare
l’anello a Gondor, per usarlo contro Mordor, e ora che ha saputo della
morte del suo figlio prediletto la follia l’ha completamente pervaso
al punto da voler bruciare vivo sé stesso e Faramir, condannando implicitamente
l’intera città. Qui purtroppo Jackson non riesce a trovare sempre la
giusta intensità. La sequenza del rogo è schiacciata dal peso della
battaglia e non trova il ritmo e la solennità adeguati, mancando l’appuntamento
con il respiro tragico che invece era ben presente nelle pagine di Tolkien.
Questo comunque diventa un difetto perdonabilissimo a fronte dello splendore
del resto della pellicola.
- La riflessione
sulla follia accecante del potere è dunque il tema portante, insieme
all’amicizia che diventa fortissimo collante tra tutte le forze del
bene. Non solo Frodo e Sam o Gimli e Legolas, ma anche Merry ed Eowyn
si ritrovano fianco a fianco, così come Gandalf impara ad apprezzare
Pipino, l’hobbit che più lo aveva esasperato durante il viaggio del
primo film. D’altra parte se nell’episodio precedente il male appariva
alleato - almeno fino ad un certo punto, infatti Saruman era più propenso
a tenersi l'anello che a consegnarlo a Mordor – in questo ultimo capitolo
assistiamo ad una lite tra orchetti ancora più sanguinosa e inutilmente
stupida di quella visto all’inizio de Le due torri. Tanto il
bene impara ad apprezzarsi e scopre in questo la sua forza così il male
non sa fidarsi nemmeno della propria ombra e trova qui il suo punto
debole. In entrambi gli schieramenti poi, a seconda dell’andamento della
battaglia, serpeggia la paura, ma quello degli uomini, guidato a seconda
dei casi da Gandalf, Theoden o Aragorn sa guardarla in faccia. I discorsi
di Theoden e Aragorn poi non sono caricati dall'odio contro il nemico
e non cercano di esaltare gli uomini con il pensiero della vittoria,
al contrario riconoscono la quasi inevitabilità della sconfitta ma sottolineano
il dovere di non arrendersi al male, di conservare la speranza.
- A parte il reggente di Gondor, Denethor,
non vengono introdotti nuovi personaggi, ma quelli che già conosciamo
sono così coinvolti dal loro ruolo nell’azione da avere poco spazio
per mettere in luce la propria umanità. Quelli che meglio emergono in
questa ultima pellicola, oltre a Frodo, Gollum e soprattutto Sam sono:
Theoden, conscio della sua colpa e dei suoi doveri fino al punto da
ingoiarsi l’orgoglio e accorrere in aiuto di Gondor; Pipino che svela
non solo un forte senso di responsabilità offrendosi come cavaliere
di Denethor, ma anche una sensibilità poetica nel momento in cui intona
piangendo un canto triste al re crudele; Eowyn tormentata dal suo amore
non corrisposto per Aragorn e dal desiderio di difendere ciò che ama
anche con la forza delle armi; Faramir leale al padre e disposto anche
alla morte per avere il suo affetto.
- La regia del film è come al solito molto
mobile e giocata sul continuo alternarsi delle diverse linee narrative
arrivando a seguirne anche cinque contemporaneamente. Questo montaggio
riesce a tenere alta la tensione e trova almeno un punto davvero struggente
nell’alternare la canzone cantata da Pipino alla carica quasi suicida
di Faramir il tutto intercalato da diversi primi piani di Denethor,
che mangia in modo famelico facendosi colare gocce rossastre sul volto.
Altre scene splendide sono il prologo, che introduce il film in un clima
di passioni incontrollabili e sanguigne, e il momento in cui Frodo scaccia
Sam con conseguente pianto di Sam, ridotto persino a cadere e a strisciare
sui gradini. Infine lo scontro finale nella caverna del Monte Fato,
con le sagome di Frodo e Gollum che si combattono barbaramente e sgraziatamente
per l'anello, ha un che di primordiale, quasi un eco del kubrickiano
prologo di 2001.
- Jackson inoltre si fa più attento per quel
che riguarda la soglia di violenza da tenere, paradossalmente questo
è il film che mostra le battaglie più sanguinarie, ma è anche quello
dove forse si vede meno sangue. In genere i soldati muoiono da lontano,
lanciati via o schiacciati all’improvviso, ma tutto accade troppo in
fretta e non emergono dettagli gore (a parte per le teste catapultate,
su cui comunque la camera non insiste – a differenza della testa impalata
verso l’inizio delle due torri). Quando il film, inevitabilmente, metterebbe
in scena una mattanza, Jackson stacca. Così non vedremo il massacro
dei cavalieri di Faramir e nemmeno vedremo la rissa fratricida degli
orchetti. Insomma una sequenza fisicamente cruenta come Boromir trafitto
dalle frecce qui è del tutto assente.
- E’ straordinaria e non cessa di stupire
la perizia dei costumisti e degli scenografi: la città di Minas Tirith
è magnifica, così come le moltissime armature. Anche gli effetti speciali
si confermano di ottimo livello, Jackson e lo studio Weta, danno vita
alla prima vera battaglia fantasy della storia del cinema con la presenza
da una parte di orchi, troll, olifanti e Nazgul a cavallo di mostri
alati e dall’altra di cavalieri, uomini di Gondor, guerrieri spiritici
e aquile giganti. Il tutto senza considerare le diverse macchine d’assedio
costruite e sapientemente impiegate durante il film. Anche la qualità
pittorica della fotografia è non solo al livello dei film precedenti
ma forse riesce persino a superarli. La colonna sonora infine continua
a ripresentare i suoi leit-motif con ottime variazioni, ma soprattutto
compie un lavoro straordinario per quel che riguarda gli effetti sonori,
dalle voci di Mordor (l’anello, Sauron e il Palantir) agli stridii agghiaccianti
dei Nazgul. Infine gli attori, ormai completamente calati nella propria
parte, non deludono mai e soprattutto Sean Astin (Sam) e Ian McKellen
(Gandalf) fanno vibrare le corde emotive del film.
- Concludendo sorprendono, e positivamente,
i molti minuti dedicati agli epiloghi. A prima vista potrebbero sembrare
una sequela sbagliata di falsi finali, ma a ben vedere riescono in modo
piuttosto conciso non solo a dirci cosa accade a tutti i personaggi
della compagnia, ma anche a raccontarci l’aspetto non così lieto del
finale della storia. Vedere un epilogo che ci racconta, dopo la vittoria
e la pace, della solitudine e del disadattamento, ci pone di fronte
ad una nuova problematizzazione di tutto quanto abbiamo visto nelle
ore precedenti, velando tutta la trilogia di una malinconia profonda.
Il male è sconfitto e sono stati compiuti molti sacrifici, ma nonostante
tutto questo le cose non sono tornate come prima, la terra di mezzo
non è più la stessa, la sua magia è al tramonto. Le ferite della guerra
spesso sono troppo profonde per poter davvero essere definitivamente
curate, e anche peggio chi non può dimenticare deve sapere farsi indietro
per dare modo agli altri, più forti o fortunati di lui, di andare avanti.
- Peccato che manchi la fine di Saruman (la
sua completa sparizione desta una certa perplessità) a rendere più chiaro
il discorso, d’altronde molto difficilmente il ritmo del film avrebbe
tollerato anche solo un altro tragico confronto. Il terzo episodio dunque
tocca toni quasi da melodramma e da tragedia, e lascia nello spettatore
un retrogusto amaro nello spettatore, lontanissimo dai finali hollywoodiani
ultra-concilianti in stile Ultimo Samurai.
- Tra qualche mese la versione estesa per
Home Video metterà definitivamente la parola fine alla saga, forse.
Pare infatti quasi certo che Jackson dirigerà, probabilmente dopo King
Kong, il film tratto da Lo Hobbit, (che precede la trilogia
dell’anello e racconta di Bilbo Baggins). Anche per lui, immaginiamo,
è stato doloroso lasciare la Terra di Mezzo.
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