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A
trent’anni dall’uscita di Salò ultimo film di Pasolini
Ricorrerà
martedì 22 novembre il trentennale della prima proiezione pubblica di Salò
o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, proiettato postumo a
Parigi a venti giorni dall’uccisione del poeta.
Tutte le critiche quindi che si rovesciarono sul film non trovarono più il
principale interlocutore. Sul film, però, nel corso della sua lavorazione,
Pasolini ebbe modo di esprimersi in svariate circostanze. Saranno quindi in
primo luogo i suoi scritti, le sue interviste o alcuni commenti di critici
particolarmente acuti che ci permetteranno di comprendere più chiaramente i
contenuti, i significati e i messaggi dell'ultimo film del regista.
«Mi
sono accorto tra l'altro che Sade, scrivendo pensava sicuramente a Dante. Così
ho cominciato a ristrutturare il film in tre bolge dantesche.»
A
metà febbraio 1975 iniziano le riprese di Salò
nelle campagne intorno a Mantova. Il 25 marzo, in una autointervista sul
“Corriere della Sera” Pasolini tra l'altro scrive: «Il
sesso in Salò è una
rappresentazione, o metafora, di questa situazione: questa che viviamo in questi
anni: il sesso come obbligo e bruttezza. […]
Oltre
che la metafora del rapporto sessuale (obbligatorio e brutto) che la tolleranza
del potere consumistico ci fa vivere in questi anni, tutto il sesso che c'è in Salò
(e ce n'è in quantità enorme) è anche la metafora del rapporto del potere con
coloro che gli sono sottoposti. In altre parole è la rappresentazione (magari
onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell'uomo: la riduzione del
corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a
svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile.»
«L'ansia del consumo è un'ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato.
Ognuno in Italia sente l'ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel
consumare, nell'essere felice, nell'essere libero: perché questo è l'ordine
che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi
'diverso'. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo
periodo di tolleranza. L'uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una
falsa uguaglianza ricevuta in regalo.»
Rispetto
a questo frase di Pasolini vi fu una vivace reazione e si accese una dura
polemica. Questi
sono gli stati d'animo, questo il clima generale, questo il quadro che fanno da
sfondo alla decisione di Pasolini:
«L'idea
mi è venuta da Le centoventi giornate di
Sodoma, questa specie di sacra rappresentazione mostruosa, al limite della
legalità. Il film nel 1975 venne sequestrato e subì pesanti tagli dalla
censura. Soprattutto le scene a sfondo sessuale colpirono i censori dell’erpoca
nonostante Pasolini avesse dichiarato le sue intenzioni: «Nel
mio film c’è molto sesso, ma il sesso che c’è nel film è il sesso tipico
di De Sade, che ha una caratteristica sado-masochistica. Questo sesso ha una
funzione molto precisa nel mio film, quella di rappresentare cosa fa il potere
del corpo umano: l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro.
… il sesso ha una grande funzione metaforica … metafora del rapporto tra
potere e coloro che ad esso sono sottoposti … C’è una frase in particolare
che faccio dire ad uno dei personaggi del mio film: “là
dove tutto è proibito si ha la possibilità reale di fare tutto, dove è
permesso solo qualcosa si può fare solo quel qualcosa…”».
Pasolini
ha concepito questo film, dunque, in un momento storico in cui percepiva
lucidamente, attraverso tutto ciò che stava accadendo attorno a lui (la
violenza, la corruzione, la caduta verticale dei valori, l'imposizione di miti
consumistici, l'omologazione sociale e culturale) il grado di sfacelo di un
intero paese e il crimine di un potere “tritacoscienze” che agiva – e
agisce – in nome di una democrazia solo nominalmente, formalmente tale, una
situazione di cui una parte di noi italiani avrebbe cominciato a prendere
coscienza solamente sul finire degli anni Ottanta.
Pasolini in un’intervista a Gideon Bachmann dichiarò: «Sto facendo Le
120 giornate di Sodoma di De Sade ambientate nella Repubblica di Salò.
Questo elemento di ispirazione del film mi serve per rievocare i giorni che io
ho vissuto durante la Repubblica di Salò. Io stavo all’epoca in Friuli che
allora era stato annesso burocraticamente alla Germania: si chiamava Litorale
adriatico. Qui ho passato giornate spaventose: qui c’è stata una delle più
dure lotte partigiane (nella quale è morto mio fratello), qui i fascisti erano
dei veri e propri sicari …»
Pasolini ha concepito questo film, dunque, in un momento storico in cui
percepiva lucidamente, attraverso tutto ciò che stava accadendo attorno a lui
(la violenza, la corruzione, la caduta verticale dei valori, l'imposizione di
miti consumistici, l'omologazione sociale e culturale).
Pasolini,
infine, in una intervista, dichiarò: «Chi potrebbe dubitare della mia sincerità
quando dico che il messaggio di Salò
è la denuncia dell'anarchia del potere e dell'inesistenza della storia? Eppure
così enunciato tale messaggio è sclerotico, menzognero, pretestuale, ipocrita,
cioè logico della stessa logica che non trova affatto anarchico il potere, e
che trova esistente la storia, anzi, pone ciò come un dovere. La parte del
messaggio che pertiene al senso del film è immensamente più reale, perché
include anche tutto ciò che l'autore non sa, cioè l'illimitatezza della sua
stessa restrizione sociale storica. Ma tale parte del messaggio è imparlabile,
non può che essere lasciata al silenzio e al testo».
Pordenone,
novembre 2005
Cinemazero/Ufficio Stampa
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