In mostra dal 24 dicembre presso lo
spazio Zeroimage dell’Aula Magna Centro Studi
La ricotta: Welles vs.
Pasolini
Fotografie di Angelo Novi e
Paul Ronald
Rimarrà aperta fino al 6 febbraio 2006
l’interessante mostra che Cinemazero propone in occasione della retrospettiva
completa de Lo sguardo dei maestri dedicata
ad Orson Welles.
E la mostra riguarda il breve film di Pier paolo Pasolini La
ricotta (in programmazione giovedì 12 gennaio),
episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G.
(Rosselini, Godard, Pasolini, Gregoretti), si incontrano/scontrano due dei
mostri sacri del cinema di tutti i tempi, Orson Welles e Pier Paolo Pasolini.
In un singolarissimo gioco di film nel film, di
scambi di ruolo, Pasolini è il regista reale del film, mentre Welles incarna il
regista pretenzioso e glaciale della finzione. Il divo statunitense, quando gli
venne proposta la parte, ammise di ignorare chi fosse Pasolini e venne convinto
solamente dal cachè vertiginoso previsto. Fra i due nacque un curioso rapporto,
che le fotografie documentano in modo unico.
Il film subì anche un processoi per vilipendio
alla religione nonostante Pasolini avesse fatto precedere il film da un cartello
con scritto: "Non è difficile predire a questo mio racconto una critica
dettata dalla pura malafede. Coloro che si sentiranno colpiti infatti
cercheranno di far credere che l'oggetto della mia polemica sono la storia e
quei testi di cui essi ipocritamente si ritengono i difensori. Niente affatto: a
scanso di equivoci di ogni genere, voglio dichiarare che la storia della
Passione è la più grande che io conosca, e che i testi che la raccontano sono
i più sublimi che siano mai stati scritti".
Il regista casarsese spiego poi che: «L'intenzione
fondamentale era di rappresentare, accanto alla religiosità dello Stracci, la
volgarità ridanciana, ironica, cinica, incredula del mondo contemporaneo.
Questo è detto nei versi miei, che vengono letti nell'azione del film [...]. Le
musiche tendono a creare un'atmosfera di sacralità estetizzante, nei vari
momenti in cui gli attori s’identificano con i loro personaggi. Momenti
interrotti dalla volgarità del mondo circostante. [...] Col tono volgare,
superficiale e sciocco, delle comparse e dei generici, non quando
s’identificano con i personaggi, ma quando se ne staccano, essi vengono a
rappresentare la fondamentale incredulità dell'uomo moderno, con il quale
m’indigno. Penso ad una rappresentazione sacra del Trecento, all'atmosfera di
sacralità ispirata a chi la rappresentava e a chi vi assisteva. E non posso non
pensare con indignazione, con dolore, con nostalgia, agli aspetti così
atrocemente diversi che una sì analoga rappresentazione ottiene accadendo nel
mondo moderno».
Carlo di Carlo, aiuto alla regia, insieme
a Sergio Citti, dell'episodio così ricorda quell’esperienza: «Riguardo
La ricotta ricordo quel
rapporto, per me abbastanza assurdo, fra Pier Paolo e Welles. Pasolini lo volle
a tutti i costi - e giustamente - perché nessuno meglio del 'mito' Welles
poteva esprimere e rappresentare il regista (cioè il regista del film nel
film). Welles accettò la parte solo per un fatto economico (non sapeva neanche
chi era Pasolini) chiese una cifra spropositata per un film così breve che fece
rimanere in bilico la realizzazione de La ricotta
per molto tempo. Ma poi le sue condizioni vennero accettate. Orson Welles non
sapeva mai nulla quando arrivava sul set. S’informava poco prima di ogni ciak
su cosa si doveva girare, mi chiedeva le battute tanto per sapere, occhio e
croce, di cosa si trattava, poi esigeva 'il gobbo'. L'italiano lo masticava
abbastanza e avrebbe potuto tranquillamente imparare le battute. La scena più
vistosamente eclatante della sua partecipazione al film fu quando doveva
recitare la poesia di Pier Paolo: 'Io sono una forza del passato / solo nella
tradizione è il mio amore...'. Allora Welles sulla sedia da regista venne posto
al centro di una collinetta con gli occhiali abbassati tanto che potesse leggere
(senza che lo si notasse perché favorito dal controluce) l'enorme 'gobbo' che
io gli tenevo a una distanza di quattro metri e sul quale avevo trascritto la
poesia».
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più.
Pier Paolo Pasolini, poesia recitata da Orson Welles in
La ricotta
Giornalista: Che cosa vuole esprimere con questa sua nuova
opera?
Regista (Orson Welles): Il mio intimo, profondo, arcaico
cattolicesimo.
G: Che cosa ne pensa della società italiana?
R(Orson Welles): Il popolo più analfabeta, la borghesia più
ignorante d'Europa.
G: Che cosa ne pensa della morte?
R(Orson Welles): Come marxista è un fatto che non
prendo in considerazione.
…
R(Orson Welles): …Ma tanto, lei non ha capito
niente, perché è un uomo medio: un uomo medio è un mostro, un pericoloso
delinquente, conformista, razzista, schiavista, qualunquista. Lei non esiste...
Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la
produzione... e il produttore del mio film è anche il padrone del suo
giornale... Addio.
Tratto da La ricotta,
dialogo fra “Il giornalista” (Vittorio La Paglia) intervista “il
regista” (Orson Welles)