Come dio comanda

Un film di Gabriele Salvatores. Con Elio Germano, Filippo Timi,
Fabio De Luigi, Angelica Leo, Vasco Mirandola. Drammatico,
durata 103 min.

Rino Zena, separato dalla moglie, é il padre di Cristiano; nonostante il gran bene che vuole a suo figlio, Rino, é un uomo violento, fa abuso di alcool e per questi comportamenti rischia che gli venga tolto l'affidamento. Nonostante tutto, anche grazie ad alcuni suoi amici, riesce a creare attorno a Cristiano una specie di famiglia che si prende cura di lui...

Dopo Io non ho paura continua il sodalizio artistico tra Gabriele Salvatores e Niccolò Ammaniti con un'opera per ambientazione, colori e caratteri complementare alla precedente. Dal sole accecante della Puglia al grigio del Friuli Venezia Giulia per un racconto (l'omonimo romanzo premio Strega) in cui è ancora una volta centrale il confronto tra un padre e un figlio. Un alcolista spiantato, violento e xenofobo che ama il figlio di un amore totalizzante. Un adolescente che trova nella disequilibrata figura paterna l'unico punto di riferimento, il solo modello a cui aggrapparsi per fronteggiare le contraddizioni del mondo. Il contorno non è dei più rassicuranti. La collettività è rinchiusa in eleganti, quanto anonime, villette a schiera e traveste di benessere la propria desolazione. La società assiste impotente e incapace di estirpare le radici di un disagio profondo (la scuola si limita a valutare il profitto senza preoccuparsi di chi si annida dietro a un numero; l'assistenza sociale fa del suo meglio ma più che prevenire si rassegna, quando può, a curare). La materia è esplosiva e probabilmente nelle pagine del libro ci sono il tempo e lo spazio per crescere emotivamente insieme ai personaggi, per rendere vivo e pulsante il loro sentire, la loro disperazione. Sullo schermo questo non accade. Salvatores sceglie l'urlo costante. Nulla è allusivo o intuibile. Tutto viene spiegato, più che altro gridato. Le sequenze lasciano trasparire il peso di un fastidioso fine didattico teso a condizionare un punto di vista. Non c'è giudizio nei confronti dei personaggi, ma una comprensione costruita a tavolino. Il problema è che le sfumature non vengono valorizzate e il nero e l'estremo, dietro all'effetto, non raggiungono il cuore dei personaggi. La sceneggiatura inanella senza tregua momenti forti e scene madri ma non li prepara a dovere e nella parte finale la concomitanza di eventi risolutivi raggiunge vette imbarazzanti. Lo scopo, neanche tanto dissimulato, sembra solo quello di far quadrare il cerchio. La regia ambisce all'essenzialità dell'archetipo, ma della favola e della tragedia si percepisce solo l'apparenza: una ragazzina di rosso vestita che si avventura da sola nel bosco e un paesaggio brullo e privo di connotati riconoscibili in cui si stagliano a più riprese i protagonisti tuonando il loro dolore. Il fatto è che il pathos non arriva, il furore non lascia traccia e il mito soggiace alla forzatura. Fuori fuoco anche il rifugio nella musica come via di fuga dalla cupezza del presente. L'innesto della ripetuta "She's the One" di Robbie Williams cita maldestramente Il tempo delle mele , avviene sempre in assenza di spontaneità e pare portare la didascalia di una facile, quanto remota, commozione. Non è di aiuto nemmeno il cast, vittima dello stesso problema della messa in scena: le facce sono quelle giuste, ma toni e gesti sbandano verso un eccesso che confina conflitti e dolori in un teatro costantemente sopra le righe. La diretta conseguenza è un black-out nella comunicazione.

Luca Baroncini de www.spietati.it