In pieno revisionismo "a"storico

 

 

In pieno revisionismo "a"storico

Forse il primo passo verso la piena e consapevole mistificazione del genere storico( in maniera così palesemente esibizionistica), l'ha mosso proprio uno dei "metteur en scene" più teatralmente cinematografici di un tempo: Joseph L. Mankiewicz con il suo ammiccante e autocritico "Cleopatra".

L'opera in questione(con la statuaria presenza di una Liz Taylor esageratamente levigata e lucidata) appare nella "lista nera" che l'incommensurabile pignoleria ungariana ha inserito nell'amatissimo/odiatissimo saggio-critico "Settecento".

Ungari sosteneva che il genere storico è solitamente riconoscibile dal suo travestimento, da un' estetica che spesso scade nel kitsch e nel naif involontari, citando ad esempio una serie di film tra cui appunto "Cleopatra" di Mankiewicz, che a ben guardare è praticamente impossibile da inserire sotto l'etichetta di "film in costume", se con questo termine ci riferiamo a opere come i kolossal storico-biblici di DeMille, o agli smisurati e lussureggianti film d'avventure di Lean, insomma "Cleopatra" di Mankiewicz sta a queste opere come Visconti sta a Zeffirelli.

Mankiewicz, non ha di certo voluto rifarsi alla tradizione romanzesca di Griffith, al populismo di Abel Gance o tanto meno ripetere le coordinate del peplum, quindi allontanandosi da quei modelli , ha dato vita a uno spettacolo volutamente sovraccarico e strabordante, forse il primo kolossal anti-hollywoodiano che ne critica i fasti, gli spropositi e il divismo, utilizzando la storia solo come orpello scenografico.

L'innocenza un pò puerile e il semplicistico esotismo di certi storico-avventurosi anni 30, garantisco un' immediata gradevolezza, un puro godimento per lo sguardo, è il caso di film come "Le tre piume" e opere analoge, per farla breve quasi tutti gli storico-avventurosi diretti e prodotti dai fratelli Korda, specie da Zoltan, fondati su cromatismi elementari e paesaggi in cartapesta, il discorso prende già una piega diversa per Alexander Korda, molto più raffinato per quanto riguarda la rappresentazione scenografica e superbamente ironico nei dialoghi.

Prendiamo ad esempio quello che è forse il più rappresentativo dei suoi film: "Le sei mogli di Enrico ottavo", con un monarca quasi da operetta lubitschiana, incarnato da un memorabile Laughton, qui a ben guardare è già presente una certa elusione nei riguardi del periodo storico, difatti Alexander Korda riesce a circumnavigare brillantemente l'Inghilterra dei Tudor creando una sproporzione tra Charles Laughton/King Henry e la tappezzeria storico-biografica.

In questo caso specifico facciamo riferimento alla fisicità dell'attore che possiamo definire "corpo-mattatore", il corpo di Laughton/King Henry che schiaccia e sovrasta ogni altro elemento, trascendendo la figura storica, facendone però risplendere l'aura.

Capita guardando molti "film in costume" prodotti negli ultimi anni di avvertire una certa inconsistenza di fondo per nulla motivata o mossa da qualche spinta autocrita o più semplicemente critica, le distanze prese dal contesto o dal personaggio storico in questione sembrano essenzialmente in funzione del nuovo processo divistico post-hollywoodiano.

A volte restano scolpiti nella mente quei film che non hanno nulla da dire, ma fingono di raccontare qualcosa, ecco allora che prodotti del genere utilizzano la storia come paravento per mascherare la loro vacuità che fa leva su quel fastidiosissimo esibizionismo attoriale, come la catatonia sprigionata da "L'altra donna del re", furbescamente imbellettata di divismo, ma ci sono attualmente anche film che rileggono l'estetica storica , sono opere puramente di forma e in un certo qual modo profetiche, in quanto tentano di pronosticare il cinema del domani riconvertendo quello del passato.

"300" tronfio com'è di quell'etica esasperatamente testosteronica, risulta comunque interessante per il continuo sovrapporsi di più estetiche da quella incandescente e tellurica molto alla Milius, a quella pubblicitaria e quella da ciberspazio che svetta ( in eccesso) su tutte le altre.

Sarebbe interessante leggere parallelamente "300" e "Il Gladiatore" di Ridley Scott, per capirne meglio le differenze, difatti l'illusorio kolossal postmoderno di Scott, quasi vergognandosi di ricorrere a quell'estetica digitale, cerca di giustificare questa opzione grafica, facendosi scudo dietro una morale bollita, mentre il cinefumettone agli anabolizzanti tratto da Miller, ha il coraggio di esplicitare la stratificazione della forma, anche a scapito dei contenuti.

Esiste però anche un cinema d'autore che si diverte a rileggere le coordinate storiche e diciamo che sotto questo aspetto il cinema di De Oliveira, spesso corregge e reinterpreta ludicamente personaggi e date storiche, con la saggezza di un filosofo, lontano però da pedanterie accademiche, De Oliveira ama mettersi in gioco come lucido e ironico millantatore, ricostruendo persino i natali di incontrastate personalità storico-artistiche , ad esempio in "O Convento", William Shakespeare diventa di origine spagnola e in "Cristovao Colombo", Cristoforo Colombo pare abbia avuto origini portoghesi.

Questi erano forse i due esempi più chiari e diretti, ma resta il fatto che comunque nel suo cinema quasi sempre in perfetto equilibrio tra immediatezza e ricerca, naturalezza e ricostruzione, troviamo la voglia di giocare con il tempo, con la cultura e con la storia, creando anche uno dentro-fuori dall'attualità che finisce per mescolarsi alla polvere dei ricordi e del passato, come nel soffuso e rivettiano "La Lettera".

E' una lenta disgressione che separa e ricongiunge, mescola e falsifica, fino a far perdere la cognizione del tempo e i connotati della storia collettiva, attraverso una lunga serie di sovrimpressioni che potrebbe durare in eterno o spegnersi all'improvviso come un sogno, è questo il tempo di un pieno revisionismo "a"storico, che con la sua forza centrifuga separa lembi di spazio filmico sospesi nel tempo.