Dieci inverni

 

Prologo di un amore

Ambisce alla commedia sofisticata l’esordio alla regia di Valerio Mieli (anche co-sceneggiatore) che racconta una storia d’amore attraverso dieci quadri che rappresentano altrettanti anni in cui i due protagonisti si inseguono senza prendersi, fuggendo da un legame duraturo perché impreparati ad accoglierlo. I toni fiabeschi della narrazione prevedono però un lieto fine, che, tanto atteso, tarderà molto ma riuscirà ad arrivare. Piacevole nell’impostazione, abbastanza attento nelle caratterizzazioni, l’opera di Mieli procede con qualche intoppo a causa dei tanti elementi che prova ad abbracciare. Se la storia di “quasi amore” è in evidenza, non sempre scorrono con la stessa intensità e spigliatezza i rapporti con i familiari, le rispettive ambizioni professionali, le amicizie, le altre relazioni affettive, il mutare del sentire dei personaggi, protagonisti inclusi. La sospensione di incredulità latita in più occasioni (difficile credere alla svolta russa in cui la protagonista diventa la signora borghese di un uomo attempato, alla venuta di lui a Venezia per riconquistarla o all’incontro finale e risolutore a un’improbabile asta) e più volte si ha la sensazione di una successione decisamente forzata degli eventi. A risollevare in parte dall’ovvietà e dal (fin troppo) ricercato equilibrio delle mezzetinte, sono l’idea di partenza, comunque potente nell’utilizzo delle stagioni come parentesi in grado di racchiudere la vita, e l’ambientazione veneziana. Per una volta la città lagunare non diventa sfondo di scontate cartoline, ma è l’anima del film, inconfondibile tessitura che dona verità dove falliscono parole e azioni. Isabella Aragonese si conferma credibile ragazza della porta accanto, infagottata in un personaggio che non brilla per simpatia, e Michele Riondino ha indubbia presenza scenica.

Luca Baroncini
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