Big fish
USA 2003 di Tim Burton con Ewan McGregor, Albert Finney, Billy Crudup, Jessica Lange, Alison Lohman, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi, Danny DeVito, Marion Cotillard, Ada Tai, Arlene Tai, Daniel Wallace

Al capezzale del padre Edward, il giornalista William Bloom vorrebbe scoprire chi è realmente l’uomo: ma Edward è proprio sé stesso soltanto quando racconta e romanza le avventure della sua vita. Dal romanzo di Daniel Wallace (che compare nei panni del professore di economia), una favola solare con cui Burton – a cui era morto il padre da poco e genitore per la prima volta durante le riprese - sembra ritrovare lo spirito ottimista e i colori caramellosi dei primi successi (Pee Wee’s big adventure e Edward mani di forbice su tutti)  e trova il tempo di riecheggiare i numi artistici preferiti (tra cui, di nuovo, Fellini o Lynch): l’apparato fantastico funziona a meraviglia, sia pure con qualche sospetto di maniera e nonostante una sceneggiatura poco esemplare e una messinscena non sempre impeccabile (la fotografia di Philippe Rousselot non convince del tutto; la colonna sonora di Danny Elfman – con canzone finale dei Pearl Jam – di certo non brilla per originalità), mentre la morale esplicita – il potere dell’immaginazione è il vero miracolo del mondo – è capace di incantare e commuovere come nelle grandi fiabe. Stupore e meraviglia sono sinceri e passionali, ma la sensibilità del regista e la sua cura per le immagini paiono essersi un po’ raffreddate o, quantomeno, indebolite: e gli stessi attori, infatti, finisc ono per non trasmettere appieno la visione sognante di chi li ha diretti. Il cinema di Burton forse ha smesso di possedere la grazia e la leggerezza che sembravano congeniali al regista, ma continua a essere sogno del mondo e a impennarsi con niente e a trasmettere emozioni preziose se non rare.          * * *
Roberto Donati

Big Fish: la favola

“C’era una volta un uomo straordinario che faceva imprese straordinarie”. Potrebbe iniziare così la favola raccontata a parole dell’ultimo film di Tim Burton, Big Fish. Mi è capitato più di una volta di raccontare una fiaba, si devono inventare e immaginare cose incredibili, concatenare eventi in maniera assurda e imprevedibile, non preoccuparsi troppo di dare un senso razionale allo svolgimento dei fatti. Ecco, Big Fish è semplicemente una fiaba raccontata davanti al camino o vicino al letto dopo aver rimboccato le coperte.

L’uomo straordinario racconta di pesci mostruosi, spaventosi giganti, streghe inquietanti, licantropi, sirene ammaliatrici, gemelle siamesi, e non è solo la presenza di personaggi fantastici a rendere fiabesca la storia, bensì lo scenario e la tecnica di narrazione, che hanno caratteri perfettamente fiabeschi. Lo scenario che racconta e in cui vive Edward Bloom (questo il nome dell’uomo) rimanda continuamente a tale immaginario: nel bosco stregato che attraversa, i rami tentano di stritolarlo, proprio come la Biancaneve dei fratelli Grimm; la stravaganza fiabesca continua nel paesino incantato dove Edward giunge, in cui gli abitanti vivono senza le scarpe per cui nessuno di loro lascia il paese, e a ogni nuovo giunto esse vengono tolte e appese in alto ad un filo; nel circo dove Edward trova la donna della sua vita, nel preciso istante in cui la vede, tutto il mondo attorno a lui si ferma, ma si ferma davvero. Lui continua a camminare verso di lei, in mezzo a tutte le altre persone immobili, sposta con la mano alcuni pop-corn sospesi nell’aria, e nel momento in cui li tocca, essi precipitano miracolosamente. Una scena ad effetto che ricorda molto lo scenario de “Il favoloso mondo di Amelie”.
Insieme allo scenario, anche la tecnica di narrazione non fa che seguire il codice favolistico.
Gli espedienti molto semplicistici dell’intreccio, che fanno da motore alla storia, sono tipici del codice da fiaba. Edward è l’eroe del paese, ma presto deve fare i conti con un nuovo arrivato, un gigante. Viene introdotto un nuovo personaggio (fiabesco) che rompe l’armonia: il gigante è l’elemento nuovo che sovverte l’equilibrio iniziale, secondo la struttura tipica che segue ogni fiaba. Essendo un elemento disturbatore, egli deve andarsene. E qui ovviamente ci pensa il nostro eroe. Per mandarlo via, egli accetta di andarsene con lui, dopo avergli fatto un ragionamento (solo) all’apparenza tanto banale: il villaggio è piccolo per lui, figuriamoci per un gigante. E da qui, iniziano le avventure dell’eroe errante, che del resto essendo errante non può che vivere avventure. La strada giunge ad un bivio e lui sceglie di percorrere la via più ispida e pericolosa, perché sia data linfa all’avventura. Tutto deve essere sensazionale, avviene una cosa dietro l’altra, è vietato respirare aria di normalità.
Ogni volta che si trova in pericolo, la salvezza è presto data, grazie all’occhio di vetro della strega che gli ha premunito la sua morte. Sa di cosa morirà e questo lo renderà sicuro nei momenti di pericolo. Arriva ad un villaggio incantato, ma deve andarsene, e l’espediente utilizzato è semplicissimo e presto trovato: il suo amico gigante lo aspetta. Senza troppe spiegazioni, i due poi si trovano spettatori in un circo e qui il gioco risulta facile, all’amico gigante viene fatto immediatamente un contratto. Edward dal canto suo trova la ragazza dei suoi sogni, la vede in fondo al tendone e ai suoi occhi si illumina, isolandola dal contesto, come effettivamente visivamente avviene grazie all’occhio di bue. Ecco introdotto un altro elemento che darà una nuova svolta narrativa, così all’improvviso, come ogni fiaba che si rispetti. Ma come si fa ad intrattenere Edward nel circo visto che la ragazza sparisce? Ecco allora un altro giochino narrativo ai limiti dell’assurdo e perfettamente rientrante nella logica irreale della fiaba: si presta a lavorare gratis per avere in cambio ogni mese una notizia su di lei. Alla fine ne sa abbastanza, la trova, e anche il loro primo incontro è un ricamo da piccola fiaba: lui le confida il suo amore senza nemmeno conoscerla e comincia a farle la corte come nelle migliori storie d’amore da cartone animato, tra interi prati fatti di fiori da lei preferiti e scritte d’amore fatte con il carburante di un aereo o fatte trovare nei posti più inaspettati.
E il finale è tutt’altro che drammatico, perché anche se Edward è giunto alla fine dei suoi giorni, tutti i suoi amici, nonché personaggi della sua incredibile storia, sono sorridenti e felici, e anche la sua amata, che in acqua gli dà l’ultimo saluto, sorride. E questo perché, come in ogni fiaba, “tutti vissero felici e contenti”.

Big Fish: l’analisi
Edward Bloom è un instancabile cantastorie. L'unico a non voler ascoltare quelle bislacche avventure di alberi magici e paesi incantati è suo figlio William, che essendo
cresciuto con la memoria di storie incredibili, una volta adulto, non riesce più a sopportare l'irrealtà di quelle situazioni ed è convinto di non aver mai vissuto un vero rapporto profondo con il padre.
Nel giorno del suo matrimonio, William discute animatamente con il padre, e se ne allontana per tre anni, fino al momento in cui la notizia del padre gravemente malato lo induce a raggiungerlo nella sua casa d'infanzia.
Riscopre quindi i luoghi e i personaggi plasmati dalla fantasia, ma questa volta non è più un bambino, non si accontenta di stare ad ascoltare, vuole approfondire e scoprire cosa si nasconde realmente dietro a quelle fiabe. E’ così che scopre che tutti i personaggi protagonisti delle storie raccontate dal padre esistono davvero, i luoghi e i personaggi erano stati semplicemente alterati e deformati dalla fantasia irrefrenabile del padre. Ecco allora che la strega è una dolce ragazza delusa d’amore, il licantropo un effettivo presentatore di un circo e le gemelle siamesi attaccate per la vita, due semplici gemelle. Il messaggio è chiaro: qual è il limite che divide la realtà dalla fantasia? Quale è il discriminante? Perché dobbiamo pensare di vivere una realtà normale, triste e monotona, quando invece possiamo immaginare di aver vissuto una vita incredibile? La realtà e la fantasia possono essere intercambiabili, e non c’è niente di male in questo. Singolare che persino la guerra in Corea degli Stati Uniti negli anni ’50 venga dipinta in modo assolutamente ironico e bizzarro.
Il finale è significativo: compaiono tutti i personaggi al funerale di Edward, è il segno più evidente della piacevole e vincente mescolanza tra realtà e fantasia. E’ emozionante quando allo spettatore vengono finalmente svelati ad uno ad uno i personaggi nella loro veste reale. Fino ad allora i due piani, quello del racconto fantastico del padre e quello della sua vita reale, erano stati volontariamente intrecciati.

Tim Burton sembra voler dire di non essere come William, scettici e razionali. Le scelte narrative, linguistiche e visive fin dall’inizio del film, portano lo spettatore ad identificarsi con Edward, e non certo con William. Quest’ultimo viene dipinto come colui che forse sta sbagliando, lui stesso chiede conferme e sicurezze alla moglie, “dimmi che non sono pazzo”. E anche le due donne, la madre e la moglie di William, vengono dipinte come persone che stanno dalla parte di Edward, che ascoltano volentieri le sue storie, e sono sempre serene e sorridenti. Insomma, il messaggio è quello di non essere troppo drammatici, si può vivere un’esistenza più serena, con un po’ più di spensieratezza e azzardo. Condire la realtà con un po’ di fantasia, può solo che addolcirla.
William alla fine capisce il padre, al capezzale prima di morire, e la dimostrazione è che gli racconta la sua morte a modo suo, ovvero in modo fantastico: il figlio lo porta in braccio, come in trionfo, verso il fiume, passando davanti a tutti i suoi amici, in una sorta di parata carnevalesca (che molti hanno assimilato al finale dell’8 e mezzo felliniano). L’ultimo bacio alla sua amata, anzi, molto romanticamente e quasi commovente, l’ultima carezza con il pollice sul suo mento, e poi verso il fiume. Appoggiato candidamente sull’acqua dal figlio, Edward si trasforma nel pesce magico e sguscia via.
Sì, perché “il grande pesce” non è altro che lui stesso.
La similitudine è stata già accennata all’inizio, quando da ragazzo Edward legge i comportamenti del pesce rosso. “Il pesce rosso rimane piccolo se tenuto in una vasca piccola, ma se tenuto in un spazio più grande sarà in grado di raddoppiare e anche triplicare le sue dimensioni”. E lui è stato così, ad ogni nuova storia, il pesce Edward Bloom è aumentato di dimensioni agli occhi dei suoi interlocutori (e la presenza continua del gigante sembra quasi ribadire metaforicamente questo concetto). E Edward aumenta progressivamente di dimensioni soprattutto agli occhi del figlio, quello che aveva più dubbi su di lui, fino alla fine quando, climax del percorso formativo, viene compreso come padre. Alla fine non può che identificarsi con il grande pesce magico, ed è significativo che sia il figlio stesso che lo immagina come tale nel suo racconto. E’ il corollario del suo perdono e della sua comprensione. Il grande pesce magico infatti era per William una cosa mitica, leggendaria, e non a caso in uno dei racconti fantastici, si dice che il pesce era così leggendario perché non veniva mai catturato. Così il padre, che è diventato grande agli occhi del figlio, perché anche lui non è stato mai catturato, ma è sempre rimasto libero (di narrare) e volare sulle ali della fantasia, come lui ha sempre voluto. Significativo il momento della vasca. Edward rimane in apnea, sott’acqua, proprio come un pesce. Tra l’altro è vestito, quasi fosse un mutante, e questo appare del tutto normale, anzi la moglie entra in vasca con lui, anch’essa vestita. Viene anche regalato un bel momento di cinematografia: la soggettiva di Edward, per cui viene vista la moglie attraverso l’acqua e la visuale è disturbata dalle bollicine.
Tim Burton con questo film, tratto dal romanzo di Daniel Wallace, stupisce e commuove, cattura e lascia lo spettatore a bocca aperta, non solo per la visionarietà dei racconti, ma anche per la potenza emotiva delle scene della vita reale, nel confronto tra padre e figlio (confronto che ha tratto ispirazione dal rapporto col padre dello stesso regista). Dopo la deludente rivisitazione de Il pianeta delle scimmie l'autore californiano offre uno dei suoi più personali omaggi al cinema dei mostri, ricordando, ma solo da lontano, la visionarietà di Fellini.
Marta Fresolone

Edward Bloom ha fatto dell'arte di raccontare il colore della vita, trasformando la sua esistenza in una serie di aneddoti avventurosi e divertenti che ripete senza sosta ad amici e familiari. A tutti risulta simpatico perche' la sua fantasia e' contagiosa, ma il figlio, ormai trentenne, ha sempre vissuto traumaticamente il rapporto con una figura paterna cosi' piena di estro ma incapace di reale comunicazione. Tim Burton ci immerge ancora una volta nel suo mondo incantato, smussa il lato dark a favore di un grottesco gentile e lascia che sul film gravi il peso di una morale un po' indigesta. Non tutto fila liscio nella sua visione. La storia alterna momenti riusciti e geniali (il colpo di fulmine capace di fermare il tempo; il doppio incontro con la strega veggente; il gigante buono; la rapina in banca; la complicita' di marito e moglie immersi nella vasca da bagno) ad altri piu' deboli (l'atterraggio in Cina; l'arrivo nella cittadina di Spectre; il domatore nano licantropo; le gag del poeta Norther Winslow; la necessita' di affidare spiegazioni alla voce-off). La struttura narrativa cerca di evitare la monotona alternanza di realta' e finzione, moltiplica le soggettive del racconto e prova a spiazzare, ma il punto di arrivo e' presto identificabile e ogni tanto il meccanismo perde fluidita'. Gli interpreti sono tutti azzeccati, a parte il protagonista Ewan McGregor che dovrebbe trasmettere un candore a meta' strada tra "Alice nel paese delle meraviglie" e "Forrest Gump", ma si limita ad esibire una faccia giuliva priva di autentica vitalita'. La musica di Danny Elfman (storico collaboratore di Burton) cadenza piacevolmente la magia, mentre il direttore della fotografia, Philippe Rousselot, esagera con il flou. Su tutto aleggia una certa superficialita', con una sceneggiatura che sceglie con cura i momenti da raccontare (un po' come l'Edward protagonista) per suffragare la sua tesi: l'unico modo per rendere la vita sopportabile e' inventarsela. I rapporti familiari sono solo abbozzati e anch'essi piegati alla lezione da impartire, tanto che il ragionevole punto di vista del figlio viene totalmente sottomesso ad un trionfo dell'immaginazione che glissa sbrigativamente su un padre egoista e assente. Un personaggio incapace di ascoltare che se la vita reale ci appioppasse in ufficio, come compagno di scrivania, farebbe sorgere istinti omicidi piu' che giustificati. Se puo' essere vero che ognuno ha la vita che si racconta, Tim Burton estremizza lo sguardo e sceglie un registro fantastico per narrare episodi gia' di per se' straordinari (un nano domatore, due gemmelle cinesi, un uomo alto piu' di due metri, non sono certo personaggi comuni) e perde di vista la straordinarieta' dell'ordinario. Lo diceva anche Zeno Cosini nel romanzo di Italo Svevo "La coscienza di Zeno": "La vita non e' ne bella, ne brutta, ma originale". E questa originalita', Burton la confina alla sola iperbole onirico-fiabesca. Comunque sia, ci si trova con gli occhi lucidi a leggere i titoli di coda. Merito di una commovente e riuscita sequenza conclusiva che trasforma la morte in un rito gioioso e riconcilia con il tentativo, sincero ma forzato, dell'eclettico registadi giustificare il suo bisogno di vivere (per sempre) attraverso il suo cinema.
Luca Baroncini (da
www.spietati.it)

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