Quell'oscuro
oggetto del cinema italiano
di
Mauro Tagliabue
Dove
sta la verità?
C’era una
volta il cinema. Quello italiano, che in tempi recenti, e
non ere geologiche fa, era in grado di far comparire sul
grande schermo, nella stessa stagione cinematografica,
Sergio Leone ed Antonioni, Risi e Bellocchio, Mario Bava ed
i fratelli Taviani. Perdonate la mia giovane età, ma credo
sia difficile per un cinefilo di oggi pensare che i film di
Fellini ed Antonioni ottenessero all’epoca il plauso oltre
che della critica anche del pubblico, eppure i dati storici
e l’esperienza di appassionati un po’ più grandicelli
di me lo confermano. Il paese che io conosco è quello in
cui, in un cinema di provincia, puoi vedere un film di Gus
Van Sant solo se c’è l’attore famoso di turno, se il
film rispecchia i canoni dell’odierna holliwoodianità,
altrimenti niente da fare, o lo becchi al cineforum o ti
attacchi al tram (c’è sempre l’home video, ma non è la
stessa cosa, il cinefilo esige il grande schermo!). Elephant
ne è la dimostrazione, nonostante la Palma conquistata. Ho
preso il regista americano come mero esempio di una logica
che domina ormai il mercato della distribuzione; ma non
voglio qui occuparmi di case e politiche di distribuzione,
solamente capire perché questa logica della competizione al
ribasso, in termini di qualità, abbia finito per
restituirci un cinema nazionale senza nerbo, senza idee,
incapace di competere con le proposte provenienti
dall’estero, simbolo di una crisi che ha colpito in egual
misura sia il cinema d’autore sia quello di genere.
Ma è proprio
così? Oppure questa è l’immagine che gli eterni
nostalgici vogliono farci passare? E quello che cercherò di
scoprire nelle prossime pagine (o schermate…).
Passato
e presente
Il
cinema di genere in Italia
Quale
il ruolo della critica?
Il
cinema italiano oggi
Il
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