Black Hole 

Scheda:
B
lack Hole
(due volumi)
Autore: Charles Burns

Editore: Coconino Press (www.coconinopress.com); Collana Maschera Nera
Formato: brossura, 304 pagine
Prezzo: 13,50 euro (volume 1); 13,00 euro (volume 2)

Bizzarro pastiche di generi e tematiche ricondotti comunque a uno stile omogeneo e personalissimo, Black Hole (dei tre volumi previsti dalla Coconino, ne sono usciti per ora soltanto due) di Charles Burns – concepito nell’arco di una decade – si presenta con una narrazione altalenante e fortemente visionaria: mescolando autobiografia ed evidenti passioni autoriali (l’horror psicanalitico su tutti, pare di intendere: non a caso, la critica tira spesso fuori il nome/nume di Cronenberg), estetica da avanguardia underground e malumori personali intessuti di satira e di politica, lo scrittore/disegnatore americano offre uno squarcio su un’America minore e ormai passata storicamente (l’ambientazione dovrebbe potersi dire quella degli anni Settanta ma, a tutti gli effetti, non c’è nessun richiamo esplicito) ma mai così attuale. Guarda caso, si parla anche e soprattutto di isolazionismo, paura dell’altro, terrore del contagio, tabù sessuali, teorie della percezione (anche sensitiva) del corpo.

I ricordi  dell’autore sfiorano soltanto i cliché dei college-movie (l’incipit scolastico, a questo proposito, è esemplare) ma questi, trasfigurati dalla sua poetica pessimista, si tramutano presto in incubi a occhi aperti e di natura sociale – la terribile epidemia destinata a squassare corpi e mentalità ossessionate dalla perfezione bigotta, per dire, è una scoperta allusione al virus dell’Aids e, almeno pare, non altro: al tema della diversità fisica si amalgama quello della diversità intellettuale, mentre il contesto della microcomunità di giovani, oltre a favorire una riuscita interazione di personaggi eterogenei, permette di introdurre anche agganci storico-culturali (le “rivoluzioni” per l’indipendenza, la sessualità esibita come forma di libertà tout-court, la controcultura hippy destinata all’autocollasso oppiaceo, e via dicendo).

Se il discorso, dunque, non si infogna in pastoie troppo intellettuali, è merito dello stile di Burns, capace ora di rallentare ora di accelerare l’azione e di conferire spessore, tanto visivo (e musicale) quanto filosofico, a fatti e caratteri che avrebbero potuto risultare datati e banali. Col suo pennino acido, Burns inchiostra tavole di autentica angoscia, inferendo tagli stilistici a una prosa già di suo fortemente destrutturata; tagli che, peraltro, corrispondono alla fisicità violata dei vari personaggi e completamente messa a nudo da Burns (non soltanto squarci artificial-metaforici, dunque, come ferite o autopsie animali, ma anche “buchi neri” naturali e primordiali, orifizio genitale femminile in primis).

L’edizione grande formato della Coconino, fedele alla versione originale, favorisce l’immersione nelle disperate tavole di Burns e permette l’apprezzamento dei vari registri stilistici: personalmente, mi pare che la poetica visiva di Burns – e specialmente quella rivolta al contesto urbano o minimale (spesso vere e proprie litografie virate al nero o risolte in negativo come in un film espressionista di Murnau) più che quella dedicata alla misteriosità selvaggia della natura – sia infinitamente superiore alla sua poetica letteraria (le didascalie e i balloon, talvolta invadenti, non hanno la stessa efficacia delle tavole disegnate e rischiano di disperdere il fascino aurorale dell’opera e l’attenzione del lettore) ed è forse questo scollamento a causare problemi tanto nella comprensione analitica del racconto quanto nella capacità di immedesimarsi nelle vicende.

Resta il fatto che la prosa di Burns, sapendo cogliere il fantastico nel realismo più spicciolo (la crescita intesa come rivelazione della propria mostruosità, anche e soprattutto sessuale), è quanto di più autenticamente vicino allo stordimento esistenziale, conseguenza di quello fisico e ora tragico ora ridicolo, che ogni adolescente ha provato; e questo, Nizan docet, senza un filo di nostalgia facile o di malinconia d’accatto da elegia dei perdenti come invece va di moda oggi.
Roberto Donati

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