INCROCI DI SPAZI SIGNIFICANTI: THE DESCENT E WOLF CREEK 

Dopo aver esaurito gli spunti tematico/espressivi, il genere horror sta conoscendo una sorta di revival, una new wave. Da una parte il cinema horror orientale, con particolare attenzione a quello giapponese, con nomi di punta quali Hideo Nakata, Takahashi Shimizu e Kurosawa Kiyoshi (con una breve intervento di Miike Takahashi), dall’altra l’horror trova senso in filmografie diverse da quella statunitense, normalmente considerata la matrice prima del genere. Ma ciò che più interessa  è il fatto che ultimamente siano elementi “altri” che fungono da chiave di lettura e da trave portante dell’apparato tematico e significante dell’attuale panorama cinematografico orrorifico.
È appunto da questo elemento che prendo le mosse per esaminare i punti di tangenza e di distanza esistenti fra due dei migliori horror della stagione e degli ultimi anni in particolare: Wolf creek dell’australiano Greg McLean e The Descent dell’inglese Neil Marshall. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a due esempi di cinema d’autore, pressoché snobbati dal pubblico ma comunque notati dalla critica, che non ha potuto fare a meno di apprezzarne le invenzioni visive e l’approccio filmico generale, specialmente per quel che riguarda The descent.
I due film, che pure sono distanti dal punto di vista puramente narrativo, sono accomunati da preciso senso del paesaggio. Wolf creek narra le vicende di tre giovani, due ragazze e un uomo, che compiono un viaggio insieme per visitare un cratere formatosi in seguito all’impatto di un meteorite, quando improvvisamente la macchina rimane in panne. A questo punto sono aiutati da un simpatico omaccione, che si rende disponibile ad ospitarli e ad aggiustare l’auto. Capiranno presto di essere capitati in mano ad un killer pazzo, che da anni uccide gente senza essere scoperto dalle autorità. Come è evidente la trama appare banale, poiché non fa che ripetere gli stessi codici già presentati in altre occasioni. Ma la cosa che più interessa per quel che riguarda il film di McLean è l’accurata attenzione ai paesaggi, che incarnano alla perfezione il senso di avventura caratterizzante il viaggio dei tre giovani. A tratti Wolf creek sembra un film ispirato all’arte di Malick, specie quando si sofferma lungamente su particolari o panoramiche paesaggistiche, che hanno la sola funzione di accompagnamento della vicenda (a differenza di Malick, in cui assumono valore panteistico). Non c’è relazione fra i fatti e l’ambiente, non c’è alcun tipo di legame significante. Ma gli spazi aperti rinnovano un film che altrimenti sarebbe risultato piuttosto banale. È l’apertura spaziale ciò che più mi preme sottolineare, in questo insolito thriller violento. Un’apertura che assume senso in relazione alla scomparsa delle persone, di cui si parla nel film. Paradossalmente la scomparsa è associata all’eccessiva presenza di spazio, tanto grande e così poco abitato da essere impenetrabile. L’apertura spaziale comporta dunque impenetrabilità conoscitiva.

The descent
rappresenta invece un vero e proprio caso. Raro esempio di horror (alcuni Romero, Il serpente e l’arcobaleno di Craven, Il seme della follia di Carpenter) a poter essere considerato un piccolo capolavoro. Dopo trent’anni di cinema horror, trovare nuove soluzioni visive è diventato ormai arduo, ma il regista Marshall non solo ci è riuscito ma lo ha fatto in maniera folgorante e radicalmente innovativa. Marshall approfondisce psicologie femminili in relazione a situazioni estreme, come quella di rimanere chiuse in una grotta sconosciuta o dover affrontare creature spaventose. L’ambientazione è quella punto claustrofobica di cunicoli stretti e rocce pericolanti, dove il coraggio spesso non è sufficiente. È proprio la prospettiva opposta a quella di McLean che più interessa, ossia il tentativo di colpire lo spettatore tramite uno spazio chiuso, che ha molteplici significati. È chiuso nel senso che non ha via di uscita, fisiche e mentali (in questo il doppio finale gode di un rigore tematico non indifferente).  Ma anche chiuso in prospettiva dell’approccio, assolutamente pessimista, sia per quanto riguarda l’assioma che Marshall ci comunica (gli uomini possono trasformarsi in bestie, anzi sono bestie), sia per l’andamento strettamente narrativo. La claustrofobia che emerge da The descent si nutre della chiusura spaziale, che corrisponde quindi ad una implosione di qualsiasi positività esistenziale (e The descent infatti non è che un apologo sulla vita e sulla labilità di rapporti, tutti i rapporti).
L’horror di oggi quindi prende le mosse da elementi diversi: ciò che prima fungeva da mero sfondo scenografico, oggi s’impone come diretto riflesso della situazione esistenziale e politica del presente. 

Andrea Fontana