Alice de Andrade è nata a Rio de Janeiro il 19 settembre 1964. E' stata aiuto regista di John Boorman, André Techiné e Walter Lima jr tra gli altri, prima di completare i suoi studi alla Scuola Internazionale di Cinema e Televisione a Cuba. Da allora ha scritto e realizzato una dozzina di corto e mediometraggi. Tra il 2003 e il 2007 Alice è stata la coordinatrice tecnica del progetto che ha restaurato la opera completa di suo padre, il cineasta brasiliano Joaquim Pedro de Andrade: sei lungometraggi e otto cortometraggi. Grazie all'appoggio della FIAF, le cineteche di tutto il mondo hanno prestato copie e altri materiali per questo progetto pioniere della restaurazione digitale.
E' la prima volta nel cinema brasiliano che si inizia un lavoro di questa portata riguardo alla produzione di un regista. Ci puoi dire come è andata questa restaurazione completa in digitale?
Si tratta di un progetto pioniere, io e miei fratelli abbiamo lavorato assieme e duramente. La tecnica che abbiamo utilizzato è la risoluzione 2k, ultima scoperta per quello che riguarda il restauro in digitale e anche per noi è stata un'esperienza molto formativa. Prima al massimo si lavorava in beta o al massimo in alta definizione, adesso col 2k è molto più difficile, molto laborioso e bisogna adattarsi a un tipo di attività tipica della struttura industriale. Adattarsi al loro ritmo fu una grande sfida, si trattava di adottare un metodo e una maniera di lavorare totalmente nuova. L'equipe era composta da 52 restauratori di immagine e 3 restauratori del suono, le macchine lavoravano in continuazione e l'intero lavoro durò tre anni. Il risultato finale conta 692 minuti totali di immagini in movimento restaurate. Abbiamo collaborato con cineteche di tutto il mondo e io e i miei fratelli siamo orgogliosi del lavoro.
Come definiresti il cinema di tuo padre?
Lo definirei “cinema cinema”. Aveva un rispetto molto profondo per la materia che trattava, cercava un cinema effettivo con la forma al servizio dell'idea e questo senza effetti ma nella maniera più chiara e coerente possibile. I film parlano del Brasile e anche a me che sono nata lì, hanno insegnato qualcosa.
Il Cinema Novo, il movimento che rinnovò alle radici la cinematografia brasiliana e dove si inserisce tuo padre, aveva come motto “Un'idea in testa e una camera in mano”. Come lo vedi il legame con questa tendenza di pensiero?
A causa della dittatura e della repressione, poi per il fatto che molti cineasti furono messi all'esilio, il Cinema Novo si è sciolse nel 1972 e quindi a quel tempo non c'era più il movimento. Ciascuno seguì il suo cammino estetico e cinematografico. Mio padre aveva il progetto di fare delle cose in grande, nel documentario L'arco e la freccia (1987, nda ) dichiarava di aver voglia di tornare a fare un cinema semplice, con molta creatività come teorizzava il motto del Cinema Novo. Il cinema deve essere una maniera di vita e non un problema per conseguire fondi e capitali.
Tuo padre andò negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio per lavorare accanto ai fratelli Maysles, importanti documentaristi. Quanto fu importante e che eredità lasciò questa esperienza?
L'influenza dei fratelli Maysles, oltre all'approccio nel documentario, arrivò fino alla sua produzione nella fiction. L'insegnamento che ne trasse fu quello di guardare alle cose senza artifici, di fronte.
A parte la nomination al festival di Berlino nel 1966 per O padre e a moça , il riscontro in Europa non è stato molto ampio.
No, non direi esattamente. I film passarono a Cannes e raccolsero premi a Pesaro, Sestri Levante, Oberhausen e Venezia. Non ricevette riconoscimenti prestigiosi ma fu proiettato con molto successo. Stati Uniti, Germania, Francia, la distribuzione fu grande. Adesso inizierò personalmente una distribuzione di dvd qui in Spagna, nei cinema, alla televisioni pay-per-view.
Nel documentario Joaquim Pedro.doc si rivela che tuo padre aveva una predilezione per Alberto Sordi. Cosa gli piaceva?
Amava i personaggi codardi, io personalmente non lo conosco però penso amava questo in tutte i suoi film.
E del cinema italiano in generale?
Credo che gli piacessero molto Rossellini, Antonioni, Monicelli. E Bertolucci un po' meno. La verità è che non parlava molto di cinema a casa.
Con O homem do Pau-Brasil , è riuscito ad aggirare la censura e travestire un episodio fondamentale della storia del Brasile, con riferimenti attuali.
All'epoca del film la censura non colpiva più il cinema ma si rivolgeva alla televisione. Nel 1981 ci fu quella che chiamiamo “l'apertura democratica”, quindi la censura lasciava passare tutto quello che era cinema. Si ingegnò a costruire una lista di parole proibite, con 175 parolacce. In realtà avevano già raggiunto lo scopo di allontanare le persone dai cinema, quindi non c'era nessun problema che passasse un film come O homem do Pau-Brasil nelle sale. Non c'era già più pubblico! Da quel momento si indirizzarono direttamente alla televisione, e la trasmissione di Macunaíma fu proibito fino al 1988.
Verrai anche in Italia a presentare il tuo lavoro?
Siamo stati a Venezia l'anno scorso con questa retrospettiva integrale. Il Manifesto durante il festival fece un servizio molto interessante con un'intervista a mio padre. Adesso andiamo per il festival di Trieste, però tenteremo di distribuire il lavoro il più possibile.
Vorrei terminare con un paragone, che da sempre è una soluzione sconveniente ma che può evidenziare delle caratteristiche. Cosa vedi in comune tra Glauber Rocha e tuo padre, che io definirei un esiliato politico volontario in Brasile?
Glauber era una persona molto brillante, veemente, parlava a voce alta; mio padre era più introverso, aveva dei toni più sommessi. Tuttavia erano molto amici, però mio padre era come un principe intimista, Glauber era il sole. Lui viaggiava molto in Francia, Spagna dove sempre riusciva a comunicare con il suo portoghese declinato in varie lingue, mio padre invece era più coinvolto nella questione della cultura brasiliana e con una fedeltà al Brasile.
In allegato
Porque voce faz cinema?
Il testo fu scritto da mio padre per Liberacion, Adriana che era amica di mio padre deicise di farne un canzone. Il documentario “Joaquim Pedro.doc” di Mario Carneiro, direttore della fotografia è il regista
Link al 2k
http://www.cinematografo.it/pls/cinematografo/consultazione.mostra_paginat?id_pagina=5736
Link per Cinema Novo
http://www.musibrasilnet.it/archivio/Venti/cinema.htm
Link ai fratelli Maysles
http://it.encarta.msn.com/encyclopedia_981534143/Documentario.html |