Gianni Amelio, infanzie

In attesa dell’uscita del prossimo film di Amelio, Le chiavi di casa tratto dal bel romanzo di Pontiggia Nati due volte, mi sembra interessante ripercorrere brevemente due film realizzati dallo stesso regista per la televisione tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, Il piccolo Archimede e I Velieri.

Si tratta di due lavori realizzati per la Rai, tratti da due racconti. Il primo , il Piccolo Archimede da un bel racconto di Huxley, il secondo da un omonimo racconto di Anna Banti. Come vedremo ci sono molti elementi in comune sia nella struttura, sia nella definizione dei personaggi, che popoleranno le figure dei film degli anni 90.

Sono storie di infanzie violate, di bambini non capiti , diventati adulti troppo presto fratelli minori dei protagonisti dei film successivi del regista che possiamo considerare come la lo loro proiezione nel mondo adulto.

Partiamo seguendo l’ordine cronologico da Il piccolo Archimede.

Ognuno distrugge ciò che ama

Toscana. Anni 20. Alfred, un inglese studioso di storia dell’arte passa l’estate in una meravigliosa villa nei dintorni di Firenze. È sposato ed ha un figlio. Un giorno Robin, il figlio di Alfred incontra un ragazzo del luogo figlio di poveri contadini e si mette a giocare con lui. Alfred scopre che il ragazzo ha un talento innato per la musica e per la matematica, pur essendo analfabeta. Comincia ad educarlo all’ascolto e alla comprensione della musica, riuscendo ad insegnarli a suonare il pianoforte. Con grande meraviglia scopre che i ragazzo riesce a dimostrare semplicemente il teorema di Pitagora. Nasce fra di loro un rapporto padre-figlio che trova ostacolo nella figura della signora Bondi, ricca aristocratica padrona della villa. Attrice fallita e rimasta senza figli, trova in Guido la compensazione della maternità negata. Vorrebbe adottarlo e il padre di Guido non avrebbe nulla in contrario essendo molto povero e vedendo aprirsi un futuro diverso per il figlio. Fra la Bondi e Alfred nasce una specie di rivalità per conquistare la possibilità di allevare Guido. Un giorno Alfred si trova costretto a lasciare Firenze per la svizzera ,dove deve portare il figlio per cure. Ma una lettere di implorazione d’aiuto arriva da guido. Alfred si precipita a Firenze, ma è troppo tardi. Guido si è suicidato buttandosi dalla finestra di casa Bondi, distrutto dalla perfidia della signora. Ad Alfred non rimane che pentirsi della sua presunzione. Rimane a guardare Firenze. Forse può comprendere solo l’arte. Non certo i bisogni di un bambino.

Con Il piccolo Archimede Amelio comincia a delineare quello che sarà, cercando di sintetizzare al massimo il suo tema portante; il rapporto adulto-bambino. Non nel senso edificante e zuccheroso di molti film, ma in modo tragico e problematico. Adulti che rimangono bambini e bambini divenuti adulti troppo presto, costretti a fare da padri ai propri padri assenti.

Nel Piccolo Archimede, chi un certo senso viene educato è Alfred stesso. Non ancora uscito da una fase estetizzante della propria vita vede incarnato in Guido quell’ideale di perfezione artistica tanto presnte nel paesaggio e nell’arte toscana. Cerca di costruire un piccolo Leonardo da Vinci, con tutti i crismi e i luoghi comuni del caso. Guido deve essere prima che bambino, musicista, matematico, pittore. Una figura idealizzata, non reale. Lo scontro tra questi due elementi antitetici porta alla tragedia.

Figura oppositiva, ma in un certo senso speculare è la signora Bondi. Attrice fallita, quindi anche lei legata al mondo dell’arte, rivela dietro le pose dannunziane la tragedia di un matrimonio fallito e di una maternità mancata. Ella vive un profondo senso di frustrazione che riversa su Guido, sostituendosi alla madre mancante. Rappresenta l’elemento che viene a disturbare l’idillio fra Guido ed Alfred.

In una scena indimenticabile mentre Guido ed Alfred stanno ascoltando Egmont, appare dietro le spalle del bambino incedendo a passo di musica, come una parca del destino. La sua figura si staglia oscura e minacciosa, segnando la presenza di qualcosa di malato e terribile allo stesso tempo. Interpretata da una straordinaria Laura Betti, non si scorda facilmente.

Alfred come padre e la Bondi come madre collaborano seppur in antitesi alla distruzione di Guido. Sostituendosi ai veri genitori, non fanno altro che spingerlo ai suicidio. Non hanno mai voluto comprenderlo. Solo giocare come bambini

Alfred non è mai cresciuto tra i suoi sogni artistici e anche la signora Bondi non ha fatto altro che sognare un piccolo Mozart, altra versione di un gioco di bambole infantile, un pupazzo ad uso e consumo suoi.

Bambini non cresciuti che ricevono una lezione (purtroppo inutile)da un bambino adulto, che come in una favola crudele vola da una finestra per prendere un uccellino.

Ciascuno uccide ciò che ama , diceva, non a caso Oscar Wilde. Bambini prigionieri di adulti da cui è pura utopia fuggire. Come nel caso di Jean, protagonista de I Velieri.

Dolci sogni, tornate ancora.

Jean, un ragazzino di circa 13 anni vive in completo isolamento con la madre in un castello nei dintorni di Roma. Segue le lezioni impartite da insegnanti privati e non si allontana se non accompagnato dalla casa. I suoi sogni sono ossessionati dal ricordo del profilo di un veliero. Un giorno scopre un ritaglio di giornale dove si parla del suo rilascio da parte dei rapitori. Difatti era stato rapito quando era molto piccolo e di quel fatto ricordava la passione di uno dei rapitori per i modelli dei velieri. Deciso a conoscere la verità fino in fondo, fugge di casa e si reca al faro dove era stato segregato. Qui incontra un anziano pescatore che gli racconta che fu rilasciato solo grazie alla pietà dei sequestratori e non certo per il riscatto che il padre si rifiutava di pagare. Con questa terribile scoperta, viene riportato a casa dai carabinieri .

Come per Il piccolo Archimede ci troviamo di fronte ad un film per la televisione realizzato da Amelio per un ciclo di film tratti da racconti. L’autrice dell’omonimo racconto è Anna Banti. Amelio compie una trasformazione abbastanza consistente dei personaggi. Per esempio punta l’attenzione sulla nevrosi della madre, che molto probabilmente non ha ancora superato il trauma del rapimento del figlio. Le uniche figure di adulti che Jean incontra sono appunto quelle della madre e di una governante tedesca che continua a rimproverarlo. Un mondo chiuso claustrofobico , ossessivo che si scontra con la vivacità di un ragazzino dell’età di Jean. Un mondo fatto di mobili oppressivi, di stanze sempre chiuse dove la luce filtra poco, in una casa immersa in una paesaggio scabro. Una vera prigione.

Solo figure femminili, pochi amici che arrivano ogni tanto e l’assenza ( come vedremo significativa) del padre, sempre in giro per affari. La solitudine di Jean lo porta ad un desiderio di fuga e di evasione che viene simboleggiato dai velieri, legati al pensiero del mare e quindi della libertà.

La tentata fuga diventa quindi per Jean sia un momento di evasione, sia un modo di potersi dare delle risposte sul proprio passato. Il sogno di potere fuggire dal carcere in cui è rinchiuso. Ma l’incontro con il passato rappresentato dal vecchio marinaio, lo porta ad un ulteriore delusione. La figura paterna, già poco amata viene distrutta dalle rivelazioni del vecchio marinaio, che con molta franchezza dice al bambino di non credere alle favole raccontate dai genitori. Essi si sono disinteressati a lui nel momento del rapimento, pensando solo ai propri interessi. Si porrebbe parlare a questo punto di una specie di favola al contrario, che porta solo al finale la perdita e non il ritrovamento del strada su cui poter camminare. Favole crudeli, come sono sempre quelle di Amelio.

E’ importante come nel caso del Piccolo Archimede sottolineare la importanza della musica e della fotografia. Nel caso del film precedente la fotografia era molto luminosa e faceva risaltare la bellezza del paesaggio toscano. Ne i Velieri invece la fotografia fa risaltare il paesaggio autunnale specialmente nel finale con il mare in tempesta e la pioggia insistente.

Anche la colonna sonora riveste molta importanza; ad accompagnare la tragedia di Jean è Il lieder di Schubert Nact und traume, il cui testo sembra commentare la vicenda: Torna ancora dolce notte, dolci sogni tornate ancora.

La musica di Schubert porta lo spettatore in un’atmosfera ovattata, da sogno che la fotografia appunto collabora ad accrescere. Ma non si tratta certo di un bel sogno. Si tratta di un freddo incubo. La parte finale accentua ulteriormente il senso di freddezza, che arriva al suo massimo grado nel fermo immagine che chiude il film dove Jean pensa disperato al suo ritorno a casa, in "famiglia".

Come nel caso del piccolo Archimede, la vera famiglia si trova dunque al di fuori di quella reale, magari in un amico che ti insegna a suonare il pianoforte o in un vecchio marinaio che fabbrica velieri in miniatura.

La fuga si rivela solo utopica, e la liberazione è l’illusione di un momento

Da più parti i Velieri è stato accusato di freddo accademismo. Amelio invece utilizza il registro esatto; come diceva Bresson , solo dalla freddezza può nascere il calore.

Dunque sia Jean che Guido rappresentano i prototipi dei personaggi ameliani che animeranno i film successivi del regista. La difficoltà di comunicazione tra padri e figli rimarrà sempre al centro dell’attenzione.

Dunque avremo figli che rifiutano padri troppo legati alla politica ( Colpire al cuore), che ricercano padri nei propri docenti ( I ragazzi di via Panisperna), carabinieri costretti a diventare padri ( Il ladro di bambini), fratelli-padri ( Così ridevano)

Mai padri veri e figli veri. Solo infanzie, nel significato originale, derivato dal latino, della parola; in-fans, chi non può parlare.

Mauro Madini

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