Gli spietati
di Clint Eastwood

Gli spietati è un western, l’ultimo vero western, ultimo perché pur contenendo gli stereotipi tipici del genere, si impone come controcorrente, per mezzo di elementi effettivamente contrastanti con il tema. Uno per tutti è il personaggio protagonista interpretato dallo stesso Eastwood, che non è più l’eroe alla John Wayne, ma rappresenta la figura del perdente, ormai troppo anziano per comportarsi da pistolero anticonformista. Un antieroe, dunque, che rinnega il proprio passato in nome di un presente fatto di piccole cose e dell’amore dei suoi figli. Così come le altre figure che lo affiancano sono di fatto gli antieroi per eccellenza: un ubriacone ed un giovane spavaldo che alla prima occasione scoppia in lacrime. Eastwood non poteva fare di meglio per porre una lapide sul genere che lo aveva fatto conoscere al mondo, ha distrutto il western per elogiarlo, vi ha (ri)posto le basi, per poi frantumarle, esattamente come ha fatto Sean Penn ne La promessa o John Carpenter con Grosso guaio a Chinatown. Gli spietati è l’inizio della ricerca di quelle fondamenta cinematografiche che appaiono scomparse oggidì. E già si mostra quel classicismo tipicamente eastwoodiano, composto fondamentalmente da due basi: un classicismo etico, che spesso tocca direttamente i personaggi, ma tutta la storia in generale, ed un classicismo stilistico, consistente nella semplicità dei movimenti della macchina da presa, e non solo.
Andrea Fontana

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