| Gli spietati è un western, l’ultimo vero western, ultimo perché pur
contenendo gli stereotipi tipici del genere, si impone come
controcorrente, per mezzo di elementi effettivamente
contrastanti con il tema. Uno per tutti è il personaggio
protagonista interpretato dallo stesso Eastwood, che non è
più l’eroe alla John Wayne, ma rappresenta la figura del
perdente, ormai troppo anziano per comportarsi da pistolero
anticonformista. Un antieroe, dunque, che rinnega il proprio
passato in nome di un presente fatto di piccole cose e
dell’amore dei suoi figli. Così come le altre figure che
lo affiancano sono di fatto gli antieroi per eccellenza: un
ubriacone ed un giovane spavaldo che alla prima occasione
scoppia in lacrime. Eastwood non poteva fare di meglio per
porre una lapide sul genere che lo aveva fatto conoscere al
mondo, ha distrutto il western per elogiarlo, vi ha (ri)posto
le basi, per poi frantumarle, esattamente come ha fatto Sean
Penn ne La promessa
o John Carpenter con Grosso
guaio a Chinatown. Gli
spietati è l’inizio della ricerca di quelle
fondamenta cinematografiche che appaiono scomparse oggidì.
E già si mostra quel classicismo tipicamente eastwoodiano,
composto fondamentalmente da due basi: un classicismo etico,
che spesso tocca direttamente i personaggi, ma tutta la
storia in generale, ed un classicismo stilistico,
consistente nella semplicità dei movimenti della macchina
da presa, e non solo.
Andrea Fontana
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