IN THE CUT di Jane Campion: AMBIGUITA'…STILISTICA

“In the cut” si presentava come uno dei film più interessanti nel panorama non troppo entusiasmante panorama del natale cinematografico 2003.
Si è rivelato, invece, un film ricco di contraddizioni e ambiguità che lascia, inesorabilmente dopo quasi due ore, un profondo senso di incompiutezza. Ambiguo, non tanto nella trama, quanto nella contrapposizione di elementi narrativi, stilistici, visivi e strutturali, che non riescono a creare una giusta omogeneità nell’opera finita.
Cominciamo, per esempio, ad analizzare l’aspetto tecnico del film: una fotografia notevole, a tratti iperrealistica, con un uso continuo, ma mai troppo invasivo, della camera a mano. L’obiettivo si sofferma spesso su dettagli suggestivi, oggetti ed interni che si caricano di un forte valore figurale e, allo stesso modo, su ampie panoramiche esterne, metropolitane e non che ci restituiscono un amore particolare per la realtà, per la gente che anima le strade, per le vetrine, gli angoli dei vicoli americani, i tetti dei palazzi, addirittura, la bandiera che sventola. Unica nota dolente in quella che è, a mio parere, una delle migliori opere cine-fotografiche di questi tempi, è un uso smodato, troppo spesso anti-funzionale, della messa a fuoco che costringe l’attenzione dello spettatore ad un continuo interrogarsi sul perché dell’ininterrotto sottolinearsi di un’infinità di particolari apparentemente (e non) insignificanti dell’inquadratura.

E’ proprio qui che si verifica la prima incompatibilità con la scelta narrativa (di cui il mezzo tecnico deve essere necessariamente la conseguente espressione) della regista. I personaggi e gli stessi ambienti sono irreali, figurine di pura fantasia. Nei loro atteggiamenti superficiali, scontati e un po’ letterari, perdono tutto il contatto con il mondo creato dalle immagini della pellicola. Siamo immersi in atmosfere cupe, torbide dei locali a luci rosse, dei bar di tendenza, degli appartamenti che sembrano arrivare da una Parigi fin de siècle e tutta la suggestione che siamo indotti a vivere crolla di fronte a dei dialoghi inconsistenti, che sembrano addirittura dei clichè di clichè. Intendiamoci: è questo che ha reso grande alcune delle più belle opere cinematografiche della migliore Hollywood; quella leggerezza con cui ci vengono rappresentati eroi e cattivi che potrebbero aver frequentato le elementari insieme, dove hanno condiviso e covato quelle che sarebbero poi state le loro battute trionfali. Così, il poliziotto corrotto, meglio se ispanico, l’agente incorruttibile dell’FBI, il portiere che fa battute deplorevoli sui clienti ed è regolarmente minacciato se non eliminato e mille altre figure, sono diventate parte integrante del nostro immaginario collettivo e necessarie alla resa di un buon film di ambientazione urbana. Tutto questo in “In the cut” è esageratamente semplificato, ridotto alla copertina di un libro già per sua natura essenziale. Si ride di fronte alla virilità latina di serie B dell’agente Malloy e all’aria svagata di Meg Ryan che denuncia in alcuni momenti un retaggio da commedia romantica in un film che dovrebbe essere un thriller. La gran parte dei dialoghi ha, inoltre, una impronta decisamente femminile nella sua accezione più negativa. Un po’ troppo forse! E se di fronte agli sproloqui sessuali di Malloy la maggioranza del pubblico maschile esplode in sonore risate in sala, non sospettando nemmeno l’eventualità di un intento pedagogico da parte della regista (è solo una mia opinione), negli interminabili dialoghi tra la protagonista e la sorella cala una noia da parrucchiere per signora.
Annunciatosi come film morboso, ancora una volta la sessualità e sensualità delle numerose sequenze “incriminabili”, anche se resa viva dai toni cromatici e da vellutati temi musicali (che in un paio di occasioni però rompono ogni magia), viene ampiamente ridotta dalla superficialità narrativa e dalla irrisolutezza di un numero di nodi tematici pari al numero dei personaggi meno due. La passione con cui viviamo una scena, che sia d’amore, di sesso, o drammatica, deriva spesso dalla possibilità che abbiamo di vivere le emozioni del personaggio, conoscendo la sua storia, o particolari di essa, che ci coinvolgono. Non è quello che avviene nei vari drammi paralleli di questo film. Le varie sequenze del flash back sui genitori della protagonista, oltre a staccare lo sviluppo (opprimente)principale, ci offrono un ulteriore ottimo esempio dell’uso funzionale dell’elemento tecnico, tuttavia non riesce ad appassionarci alla vicenda, anche perché non direttamente collegata agli eventi di primo piano.
Con la stessa semplicità perdiamo, poco prima del gran finale, tutti i personaggi, per così dire, determinanti; ma non prima di aver sospettato di ognuno di loro per qualche assurdo motivo. Malloy deve misteriosamente partire per la Florida per raggiungere i figli nel pieno di un’importantissima indagine (o era una scusa perché Meg Ryan è una donna troppo complicata?), l’ex amante della protagonista diventa una sorta di schizzato ubiquo, lo studente di colore Cornelius capisce all’improvviso che vuole portarsi a letto la sua insegnante.

Il film è ricco di momenti di una certa intensità, non solo visiva, che rimangono però isolati in un contesto troppo lungo.
Materiale decisamente di qualità per montare un trailer d’effetto, come la sequenza in cui Meg Ryan ritorna a casa tutta sbrodolata di sangue sull’autostrada; intensa ed estremamente cruda, ma l’atmosfera di tragico trionfo viene subito letteralmente crocifissa dal ritrovare un Malloy pancia all’aria ancora ammanettato ad un tubo dell’acqua nell’appartamento.
Insomma, un’opera dalle ampie potenzialità, ma che risulta essere come incompiuta.
Un thriller che non può nemmeno essere definito tale; impossibile tentare un confronto con un ormai cult del genere come “Seven” che, nonostante la vicinanza di alcuni ambienti e atmosfere, rimane, nel paragone, di una qualità irraggiungibile.
Nonostante tutto, visto anche il panorama internazionale dei film in uscita nelle sale in questi tempi, “In the cut” non va integralmente condannato. Poteva essere un capolavoro. Non lo è stato. Peccato.
Marco Lamanna