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Alexander
di Oliver Stone
Sceneggiatura: Oliver Stone
Montaggio:
Yann Hervé
Fotografia: Rodrigo Prieto
Scenografia: Jan Roelfs
Musica: Vangelis

Costumi: Jenny Beavan
Trucco: Steve Painter
Effetti speciali: Ron Frankel, Rich Lee

Interpreti: Colin Farrell, Angelina Jolie,
Anthony Hopkins, Val Kilmer, Rosario Dawson, Jared Leto, Jonathan Rhys-Meyers, Raz Degan, Christopher Plummer
Produzione:
Moritz Borman, Jon Kilik, Thomas Schühly, Iain Smith, Oliver Stone
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 173’

La storia del condottiero più famoso della storia, un uomo che a soli 27 anni aveva già conquistato il novanta per cento del mondo fino allora conosciuto guidando, in assedi e battaglie, le invincibili armate di Greci e Macedoni per ventiduemila miglia.
Il regista più sanguigno di Hollywood e l'uomo più ambizioso che la storia ricordi. Sembrava un incontro inevitabile destinato a fare scintille, invece l'"Alexander" di Oliver Stone si perde tra particolari kitsch, grossolanità e scelte visive di dubbio gusto, senza, tra l'altro, che la complessa personalità del condottiero macedone pungoli con forza lo spettatore. Stone non è mai andato troppo per il sottile, ma la sua veemenza, l'impeto della sua visione, hanno spesso prodotto un cinema viscerale, capace di toccare in modo provocatorio nervi scoperti e di solleticare l'occhio non dimenticando la sostanza. I rischi evidenti di un punto di vista così possibilista, ma ruvido,  trovano in "Alexander" un discutibile apice, in cui una logorrea sfinente, sermoni didascalici, personaggi sovraeccitati ed enfatici ralenty si danneggiano vicendevolmente. Purtroppo il trash è sempre dietro l'angolo. Basta il noioso prologo per rendersi conto che qualcosa non funziona. Un nonnino canuto si aggira su un set che pare "Fantasilandia" in chiave gay, con efebi scrivani, maschioni muscolosi, ciondoli rubati a un robivecchi e cieli azzurri con ancora la scia di pixel lasciata dal cursore. La carta geografica a mosaico non sfigurerebbe in una sauna di Igea Marina e il fascino di Anthony Hopkins non può che naufragare in tutto ciò. Il problema è che ogni sequenza, anche la più drammatica, contiene sempre qualche dettaglio fuori posto, in grado di infiacchire il mito. Che sia una barba posticcia un po' storta, un trucco troppo marcato, una vestaglia trasparente modello "Priscilla" sopra l'armatura, una parrucca caricaturale, l'occhio ha tutto il tempo di soffermarsi sulla cartina di tornasole di un baraccone che pare imbastito alla bell'e meglio e in economia (a dispetto dei costi di produzione miliardari dichiarati). Non aiuta l'eccesso di primissimi piani, la cui rapida contrapposizione lascia alla fantasia dello spettatore l'onere di dedurre la dinamica dell'azione: il giovane  Alexander è al cospetto della madre Olympia, arriva il padre Filippo II completamente ubriaco e si butta con violenza su Olympia. La sequenza è mostrata attraverso un montaggio frenetico in cui le smorfie degli attori si alternano a serpenti scattanti e dettagli di scenografia; i fotogrammi si succedono nel caos più totale senza che gli eventi arrivino con chiarezza o, perlomeno, con sufficiente capacità di astrazione. Discorso analogo per le scene di battaglia, la cui presunta epicità è rovinata dall'esagerata frammentazione. A peggiorare le cose interviene la fotografia di Rodrigo Prieto, incerta tra cinema verità e telenovela, comunque incapace di rendere credibile la finzione. Per tacere, poi, dell'uso dilettantesco dell'informatica, con effetti digitali, che siano fondali o virate dall'alto, davvero orribili. Anche la sceneggiatura pare soffrire dello stesso difetto che compromette l'impatto estetico del film: la mancanza di organicità. La narrazione si sofferma infatti su alcuni momenti della vita di Alexander e li sviscera allo sfinimento, ma finisce per affiancare eterne scene madri senza averne creato a sufficienza le premesse. La proverbiale voglia di scuotere le coscienze di Oliver Stone non trova quindi adeguato rilievo nel racconto e la necessità di arrivare a un pubblico vasto ammorbidisce anche le possibili provocazioni. Basta vedere come sono trattati i costumi sessuali dell'epoca, con una omosessualità esibita a mò di teatrino ma mai approfondita, tanto che gli incontri tra Alexander e l'amato Efestione scelgono abbracci virili piuttosto che morbidi baci. In mezzo a cotanto, vacuo, fragore gli attori cedono con generosità alla smodatezza dei personaggi: Angelina Jolie è fin troppo in parte come Olympia e Val Kilmer gigioneggia come richiesto dal copione; quanto a Colin Farrell, crede fermamente nel progetto, e si vede, ma pur nell'espressività che lo contraddistingue non ha il carisma richiesto dalla parte e soccombe, come il condottiero a cui dà vita,  a un'ambizione smisurata. A sua difesa bisogna però riconoscere che essere credibili con un bulbo ossigenato come quello esibito è impresa, quella sì, davvero kolossal!
VOTO: 4,5
Luca Baroncini

Alessandro Magno era un uomo. Eppure si è comportato come un Dio.
L’ultimo film di Stone colpisce in tutti i sensi. Troppi gli errori, che però si alternano a momenti di alto cinema. Un andamento a fasi alterne che confonde troppo. Fra gli errori c’è sicuramente l’elemento stilistico. Il montaggio (specialmente nella battaglia finale, in cui Alessandro rimane ferito quasi a morte) è ingiustificatamente forsennato, il che si unisce ad un regia sbandata e priva di senso funzionale. La prima parte del film è inspiegabilmente breve (dunque superficiale), la seconda troppo lunga. I cambiamenti della fotografia non hanno senso (perché quella sgranata nella battaglia di cui si parlava? Perché il rosso come tonalità principale nel momento della ferita?). La sceneggiatura è troppo spesso approssimativa, impossibilitata dunque a reggere la potenza dell’argomento. Le musiche non sempre funzionano, tradendo uno scollamento fra queste e le immagini. Ma soprattutto Alexander si concentra sulla figura del protagonista come Uomo, nei pregi e nei difetti. Ne esalta le imprese, approfondendo la sua psiche, i suoi drammi, le sue mire, i suoi controsensi. Tutti elementi apprezzabili, ma assimilabili solo in un contesto biografico. La figura di Alessandro Magno conta per molto altro: per la sua formazione filosofica, che ha influito nella sua visione del mondo, per la sua concezione politica di un mondo globalizzato, in parte inscrivibile a certa letteratura politica sulle relazioni internazionali[1]. Di tutto questo, della ricerca della pace assoluta per mezzo di una totale unificazione dei popoli, delle terre, delle culture, capaci di convivere fra loro ed imparare dal diverso, ci sono solo accenni sporadici, come nel discorso di Alessandro durante la morte dell’amato Efestione. Su questo versante è allora più apprezzabile l’Alexander giapponese[2], che appunto approfondisce tutti questi elementi tramite una estremizzazione tipica dell’anime, ma in questo caso funzionale e azzeccata.
Eppure Alexander affascina comunque, in alcune sequenze dimostra una potenza di raro impatto. È un film che trova il suo momento migliore nella battaglia di Gaugamela, dove la tecnica geniale è fusa perfettamente con un senso dello spazio notevole (da ricordare la scena in cui prima della battaglia, Alessandro comincia il discorso, la mdp si allontana in senso aereo per catapultarsi nelle file nemiche, seguendo il volo dell’aquila). 
In patria il film è stato un flop clamoroso, le voci dicono che sia dovuto alla dichiarata omosessualità del protagonista. Il mio dubbio è che sia una mossa politica finalizzata a screditare un regista che se non è filo-castrista poco ci manca (esportiamo la democrazia…).
Rimane l’amaro in bocca per la consapevolezza di un capolavoro mancato. VOTO: 5/6

Andrea Fontana

[1] Consultare in questo senso L’uomo, lo Stato e la guerra di Kenneth Waltz.

[2] Alexander di Rin Taro (13 episodi), distribuito in quattro dvd dalla Dynamic Italia.

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