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Luciano
Salce, questo sconosciuto
Sono
tempi, questi, in cui va di moda la rivalutazione, post-tarantiniana (nel senso
di Tarantino, Quentin e non di Tarantini, Michele Massimo, come qualche fanatico
‘notcurniano’ potrebbe anche pensare), post-estetica, post-millennio,
post-tutto: rassegne veneziane tendenti all’esaltazione e alla deprecazione,
entrambe ulcerose e poco obiettive; fanzine sempre più crescenti (ma non sempre
in senso qualitativo) dedicate al cinema di genere e agli autori taciuti,
sommersi, trascurati; navigar di pletore di siti che galleggiano in sterili
talvolta ingiuste, e per quanto mi riguarda spesso controproducenti,
santificazioni filmiche/registiche… Con tutto ciò, è assolutamente vero che
il cinema di genere, e qui parliamo di genere italiano, va visto, scoperto,
dissepolto: come capire Argento senza Bava, per citare la solita fonte.
Eppure, tra un giusto omaggio al visionario Fulci e le tombarolesche riedizioni
di immondi film polselliani, c’è ancora chi non gode di tanta fortuna,
critica e pubblica: uno di questi è, sicuramente, Luciano Salce (1922-1989),
salace romano celebre all’epoca più per la sua opinabile bruttezza – Sordi
dileggiava il suo labbro colpito da paresi (ma lo faceva perché sapeva di
poterselo permettere di fronte alla nobiltà di chi gli stava davanti a
“subire” i suoi attacchi), ma nessuno si ricordava della sua distaccata
eleganza, dello charme della sua presenza (fisica e di spirito) così distinta
ed evidente quando amava mettersi in gioco di persona? – e oggi ricordato
forse più con un “ma chi, il regista di Fantozzi?”.
Come se il primo, e il secondo, Fantozzi fossero paragonabili, nella corta
memoria degli spettatori, alle successive sempre più patetiche atrocità.
In realtà, mi sorge un sospetto per giustificare questo immeritato oblio:
intellettuale come pochi altri (e non certo alla stregua dei tanti artigiani che
praticavano il nostro cinema nella stessa epoca) ma senza l’esibizione di un
cinema ‘alto’ già negli intenti e nella produzione, Salce non fu compreso
all’epoca e non merita invece rivalutazione oggi. Come se qualcuno si dovesse
sentire in obbligo di rivalutare Malick, o Kubrick… Nessun problema, dunque?
eh no, perché, al di là delle semplici rivalutazioni, di Salce oggettivamente
si continua a non parlare; e almeno questo, sì che se lo merita. Tanto più che
la sua grandezza è evidente in un fatto: l’opera di Salce, più di una volta,
è riuscita a trascendere l’autore stesso. Tutti conoscono Fantozzi, ma non tutti sanno a chi attribuirlo; tanti recitano a
menadito il tormentone “buca! buca con acqua!” del Federale e sanno che c’è Tognazzi ma poi?; molti apprezzano le
peripezie del Banfi di Vieni avanti
cretino ma, ancora, qualcuno che potrebbe rispondere all’epiteto del
titolo pensa sia l’ennesimo capitolo, forse soltanto riuscito meglio, di una
serie di film scollacciati e barzellettistici; gli esempi potrebbero
continuare…
Luciano Salce, invece, era uomo dalla esperienza proteiforme prima ancora che
artista poliedrico e seminale, attivo in ogni settore dello spettacolo (cinema,
teatro di prosa, lirica, cabaret, avanspettacolo, rivista, televisione, radio)
sia come autore, regista e interprete. Un Germi in chiave minore, verrebbe da
dire (e minore soltanto perché era alieno dalle tentazioni della grande
produzione e dalla snobistica promozione di sé), anche per la carica corrosiva
e coerente della sua personalità e per il gusto sulfureo per l’ironia e la
satira, non immuni, come ogni artista comico dovrebbe sapere, dall’influenza
delle amarezze esistenziali, dei cancri sociali, delle ulcere sentimentali. Come
Germi, nondimeno, Salce conosceva bene la gestione della tempistica umoristica,
sapendo, in caso, dove rallentare e dove accelerare (le sue influenze prime, del
resto, sono da rintracciarsi nelle pochade francesi, nel vaudeville e nel teatro
degli equivoci – Labiche, Hennequin e Billhaud, Jean Anouilh -, dove il
meccanismo a orologeria delle gag si univa a una sensibilità tutta musicale
dell’orchestrazione delle situazioni e dei personaggi).
Salce era in anticipo sui tempi anche stilisticamente, sapendo adottare
l’apposito registro narrativo e formale sia per la commedia più burlesca e slapstick
possibile (Vieni avanti cretino, L’anatra
all’arancia, Fantozzi
ovviamente) sia per la tragicommedia amara ma sempre, in fondo, persino comica o
quasi demenziale (Il sindacalista, Basta guardarla, La
presidentessa). Del resto, partito da un equilibrio di stampo quasi
post-neorealistico, in linea con la nascente commedia all’italiana degli anni
Sessanta (Il federale, La voglia matta),
Salce saprà infatti passare a un’accentuazione degli umori neri negli anni
Settanta, con opere sempre più personali e arrischiate (e spesso
indissolubilmente coadiuvato da un comico fisico e rabbioso, com’è peraltro
nell’indole di una natura genovese, come Paolo Villaggio).
Proprio alla fine dei Sessanta, Salce firma uno dei suoi capolavori (il termine
appare esagerato soltanto perché rapportato alla modestia di un autore che di
sicuro non avrà mai creduto di poterli/saperli realizzare), quel Colpo di stato presto scomparso dalla circolazione (sia lode una
volta per tutte, non fosse altro per questo, alla riedizione veneziana!) che è
un vero e proprio spin-off
stranamoriano pieno di (voluti) tempi morti, omaggi e annotazioni argute. Uno
shock, il vederlo…
Di cinque anni più tardi, quello che forse è in assoluto il suo film più
bello e maturo (per la filmografia parziale da me conosciuta),
Alla mia cara mamma nel giorno del
suo compleanno (1974) – non perdetevelo quando è trasmesso dagli archivi
di Italia 7 Gold: il ritratto sofferto e toccante di una solitudine umana,
quella di un trentenne che la madre ancora tratta, facendolo credere tale, come
un bambino, e questo fino alle estreme conseguenze in uno dei finali più
poetici e struggenti di tutti gli anni Settanta. Il tema del mammismo dilagante,
dell’amore come liberazione, dell’impossibilità a essere sé stessi in una
società mostruosa e cannibalesca (se il girino della società è proprio la
famiglia poi), dell’istinto di sopravvivenza o del senso di morte accettati
con sovrano distacco e sarcasmo…: come si vede, Salce varia le storie e i toni
ma non l’assunto cruciale del suo discorso artistico.
Un autore che non si faceva dunque scrupoli a sputare nel piatto in cui mangiava
(si veda la feroce rappresentazione del mondo dello spettacolo in Basta
guardarla, con una Buccella mai così in parte) e ad attaccare quella
borghesia stupida e supina di cui, alla fine, faceva parte. Salce sapeva anche
che la sua prolifica vena creativa non poteva produrre soltanto pezzi da
novanta: ma non si è mai tirato indietro, preferendo girare sottotono film
svogliati e/o insulsi (Rag. Arturo De Fanti – Bancario precario, per dire) pur di
continuare a sperimentare e a raccontare la sua, e la nostra, attualità in
chiave grottesca, la stessa di un Buzzati letterario, di un Bunuel nume
altisonante (e tra i suoi film ci sono trasposizioni di idee di Rafael Azcona,
massimo impersonificatore dell’ideologia surreale del regista spagnolo). Una
società dove l’alienazione dell’individuo va di pari passo con la sua ormai
totale spersonificazione (il pietoso travet fantozziano è la sottomissione
fatta persona), e questo tanto a livello universale quanto a livello più
intimo, con il nucleo familiare come microcosmo sociale epitome della società
stessa. A fare da pendant in tutta l’opera di Salce, sono le pulsioni
(aspirazioni, utopie, disillusioni, amarezze) del singolo individuo,
“diverso” preda di una società che non comprende e da cui, viceversa, non
è compreso: basti pensare, oltre al caso limite rappresentato da Fantozzi, al
Pasquale Baudaffi di Vieni avanti cretino,
vero e proprio ‘Candide’ (sia pure proveniente dalla galera) in cerca di uno
scopo e di valori; attività formativa superflua poiché destinata a scontrarsi
con la follia di un mondo ormai irragionevole e in preda al caos da lui stesso
(attraverso noi che lo abitiamo) creato, dove non ci si stupisce nel servire
“caffè con utopie” e dove i capiufficio fanno svolgere lavori del tutto
assurdi come azionare telescriventi col Q e accendere (per poi subito spegnere)
complessi circuiti aziendali. C’è qualcuno o qualcosa che può elevare da
questa, si teme eterna, situazione di stallo e sbando totale? Sembra di sì,
pare suggerire Salce, che nel finale appare nel ruolo di demiurgo di un
cinema-mondo forse sfuggito al suo stesso controllo autoriale; ma la
risposta/morale è l’ennesimo sberleffo di un intellettuale terragno e
tragico: la non assoluzione del personaggio corrisponde a una sua fucilazione a
base di torte in faccia, ovvero a un ritorno primigenio e inconsapevole (per
quanto riguarda il cinema ma, per traslato, anche la realtà) all’innocenza
delle origini, alla castità di un cinema muto forse stupido e puerile ma più
attuale (o più dis-attuale) della contemporaneità. Vittime e carnefici, ladri
e derubati, santi e mafiosi, tutti quanti si meriterebbero il “puff” di una
torta in faccia che, ridicolizzandoli, rende evidente tutta la loro
ridicolaggine. Di più, l’etica di Salce non si permette di aggiungere.
Roberto
Donati
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