Wyoming, 1890: una potente associazione di allevatori, con il benestare del Governo, assolda dei killer per eliminare 125 poveri contadini immigrati dall'Europa dell'Est, ladri di bestiame per necessità. Lo sceriffo Averill (Walken) e il mercenario Champion (Kristofferson), entrambi innamorati della prostituta Ella (Huppert), si schierano (dopo molte titubanze) dalla parte dei più deboli, ma saranno sconfitti sia in guerra che in amore. Champion ed Ella finiranno uccisi, Averill lascerà l'America senza illusioni per il futuro.
Reduce dal successo de “Il Cacciatore”, Cimino (qui anche sceneggiatore) punta in alto con un western grandioso, dagli enormi costi e dalla lunga durata, che non piacque né al pubblico né ai critici, che non perdonarono al regista l'attacco alle fondamenta e alla bandiera degli Stati Uniti (e al Sogno americano). Il fiasco commerciale che ne seguì (1 milione di dollari di incasso contro i 40 spesi) portò al fallimento della United Artists e affibbiò al regista la fama di iettatore, stroncandone di fatto la carriera.
Eppure il film è uno dei più belli del decennio: affascinante, controcorrente, visivamente splendido (merito anche della fotografia di Vilmos Zsigmond), costruito senza mezze misure, su prolungati silenzi e improvvise esplosioni, su lunghi piani sequenza che mostrano nella loro infinita bellezza le praterie del nord-ovest americano e su tanti, immobili primi piani. Cimino riesce di fatto a ricreare l'atmosfera del cinema muto, grazie anche alla splendida interpretazione dei tre protagonisti, sempre a loro agio in un film difficile che, atipicamente per il western, non offre ruoli da eroi o antieroi ma solo da vittime predestinate alla sconfitta. I momenti da ricordare sono tanti: il primo incontro tra Averill ed Ella, che tutta nuda corre dappertutto per la felicità, il feroce agguato a Champion, che muore crivellato dai colpi di fucile, la cruda e sanguinosa guerra nelle praterie, il finale, inaspettato, come lo scoppio di pistola che uccide al cuore Ella.
Ma al centro del film ci sono gli immigrati, poverissimi, infelici, che avrebbero tanta voglia di tirare avanti (come mostrano le donne, che non avendo animali trascinano l'aratro con le mani), ma sono in completa balia del potere dei più forti. E qui sta la forza de “I Cancelli del Cielo”: il coraggio con cui Cimino mostra un'intollerante America che, eretta sul potere lobbystico, massacra “in nome del giusto”. “Noi siamo la legge rimane l'espressione favorita di questo Paese”, dice un allevatore disgustato dall'arroganza della propria classe: la condanna è per la Storia degli Stati Uniti. E' lecito pensare che lo Scorsese di “Gangs of New York” si sia ispirato a questo sfortunato capolavoro per descrivere i vizi capitali della propria nazione.
Attenzione: la versione italiana dura la metà di quella originale (149' contro 325'), anche se circola una versione di 219'.
Voto: 9+/10
Marco Montrone |