Il curioso caso di Benjamin Button

Titolo: Il curioso caso di Benjamin Button

Regia: David Fincher

Cast: Brad Pitt, Cate Blanchett, Julia Ormond, Tilda Swinton, Taraji P. Henson, Elias Koteas,

Jason Fleming, Jared Harris

Genere: Drammatico

Produzione: Usa

Anno: 2008

Durata: 167

 

Voto: 5.5

La madre di Benjamin muore dandolo alla luce e il padre, disgustato dal suo aspetto grottesco da ottantenne, lo abbandona sui gradini di una casa di riposo. Il bambino è scoperto da Queenie, la quale decide di tenerlo con sè. Qualche anno dopo Benjamin incontrerà Daisy, la giovanissima nipote di uno dei residenti dell'ospizio, e tra i due nascerà un amore che durerà tutta la vita. I due avranno però un tempo limitato per stare insieme, perchè dovranno incontrarsi, per così dire, a metá strada.

“Il curioso caso di Benjamin Button” è ispirato alla lontana all'omonimo racconto di Francis Scott Fitzgerald apparso nel 1921, di cui mantiene lo spunto principale ma non l'epoca storica nè i personaggi di contorno, peraltro sommariamente ritratti; l'idea del tempo che inverte il suo corso ha poi goduto di una certa fortuna, basti pensare a “In senso inverso” di Philip K. Dick o al nerissimo “La freccia del tempo” di Martin Amis. Per Benjamin il tempo scorre infatti a ritroso, nasce già vecchio, ringiovanisce, diventa un adolescente afflitto da senilità e alla fine neonato urlante per poi, s'immagina, tornare nell'utero (di chiunque, direbbe Woody Allen). Sembrerebbe l'escamotage ideale per una delicata meditazione sulla vita e sulla morte, se non fosse che lo sceneggiatore Eric Roth, già responsabile di “Forrest Gump”, non resiste alla tentazione di fare di Benjamin un nipotino bastardo del Candido di Voltaire, proprio come Forrest. Di un'ingenuità disarmante, nonostante il suo aspetto lasci presupporre una profonda saggezza, Benjamin attraversa la storia del XX secolo senza confrontarsi con essa, sempre a latere, mantenendo un'assoluta purezza di sguardo e una totale passività. La II Guerra Mondiale, il dopoguerra e l'ondata libertaria degli anni sessanta passano invano, senza intaccare in maniera avvertibile la monoliticitá del personaggio. Il tentativo di Fincher di comporre una dolente e malinconica elegia sul tempo e sulla memoria si scontra con l'alienità del personaggio e, allo stesso tempo, con la sua prevedibilità hollywoodiana. Il ritmo è naturalmente episodico, come lo sono le vite di tutti viste in prospettiva, ma i momenti che si vorrebbero emotivamente toccanti lasciano indifferenti, svelandosi per trucchetti di seconda mano e furbizie del mestiere. L'incipit, con Daisy morente che si fa leggere dalla figlia Caroline il diario di Benjamin, lascia effettivamente presagire il peggio. Se poi l'ambientazione è un ospedale di New Orleans poco prima dell'arrivo dell'uragano Katrina, si può essere certi che quel peggio arriverà, cosa che puntualmente avviene. Tra momenti obiettivamente imbarazzanti (il viaggio in Tibet, la convivenza Pitt/Blanchett, che ricorda uno spot pubblicitario, la Parigi bohemienne del dopoguerra) e altri miracolosamente riusciti (l'incontro clandestino a Mosca con Tilda Swinton), i 167 minuti di durata della pellicola mettono più volte a dura prova la pazienza dello spettatore.

La responsabilitá è parzialmente anche di David Fincher; la sua regia è ambiziosa, ossessivamente meticolosa e ai limiti con il formalismo, ma il punto è che una tale pachidermica grandeur d'autore fagocita tutto il resto, storia e attori compresi. Senza contare che il kitsch è sempre dietro l'angolo persino nelle scene più riuscite, come nella storia dell'orologiaio che dà il via al film, nella virtuosistica sequenza del taxi o nel nostalgico finale. I composite realizzati dalla Digital Domain, in cui il volto digitalizzato di Brad Pitt viene sovrapposto a corpi diversi in differenti età della vita, sono obiettivamente stupefacenti, anche se la cosa più sconcertante non è tanto vedere un Pitt ottantenne, quanto rivederlo giovanissimo come ai tempi di “Thelma & Louise”; è solo in quel momento che ci si rende conto dell'effettiva inammissibilità del processo del ringiovanimento, nonchè l'unico istante in

cui lo spettatore lo avverte in maniera tangibile sulla propria pelle. Il sobrio realismo raggiunto nel make-up si contrappone alla sostanziale irrealtá delle scenografie, spesso ai limiti con l'astrazione. Una mossa indovinata che, assieme alla splendida fotografia di Claudio Miranda, dona al film un tono sottilmente favolistico. Tanta abbondanza di mirabolanti effetti CGI rende arduo giudicare la performance di Brad Pitt, anche se si potrebbe accusarlo di eccessiva reticenza interpretativa, Cate Blanchett e Tilda Swinton sono superbe come al solito, mentre è una vera rivelazione la materna e solare Queenie di Taraji P. Henson. Purtroppo la convenzionalitá inficia gravemente la riuscita del film, e Fincher non ottiene un risultato paragonabile ai suoi esiti più felici: “Il curioso caso di David Fincher”, appunto.

Nicola Picchi

Benjamin Button percorre la vita a ritroso. Nasce vecchio e poi ringiovanisce, invertendo il processo di crescita che accomuna tutti gli esseri viventi. È un vecchio con la mente di un infante prima, e un lattante affetto da demenza senile poi. Il suo strano viaggio inizia a New Orleans nel giorno in cui finisce la Prima Guerra Mondiale e giunge, attraverso il ricordo della donna amata, fino alla contemporaneità, nell'imminenza dell'uragano Katrina. Quasi un secolo di Storia americana che però, a differenza di Forrest Gump , con cui Benjamin ha più di un'affinità (a partire dalla sceneggiatura di Eric Roth), resta più che altro uno sfondo, mai davvero determinante nella vita del protagonista. È invece sulle sue emozioni, sulle difficoltà nel vivere quotidianamente la diversità, sull'ineluttabilità con cui accetta un destino originale e complicato, che si sofferma lo script di Roth. La struttura del racconto non osa più di tanto, dall'andamento nidificato ma lineare per mezzo dell'intreccio di voci off (con qualche eccesso di enfasi), alla scansione dei passaggi chiave (la fitta successione di lutti e incontri), fino all'esaltazione del grande amore, quanto mai epico e struggente. Potrebbe apparire superficiale il modo in cui la materia narrativa è trattata, invece il tono si mantiene miracolosamente leggero, rendendo lo spettatore testimone di una favola che tratta con apprezzabile misura il tema universale dell'esistenza. Si parla di occasioni perdute, opportunità colte, scherzi del destino, uggiose malinconie, grandi trasporti, memorie tramandate. Insomma, è la vita in tutte le sue sfaccettature, ordinarie eppure eccezionali proprio perché uniche, ad essere protagonista del film, tratto da un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald. Partire dalla fine non cambia nulla nel concreto, come si è nati si deve morire, ma consente di arrivare con maggiore consapevolezza all'approssimarsi della morte, quando sarà evidente, e non solo probabile, che il divario tra corpo e mente diventerà incolmabile. È allora che il tempo dei bilanci diventerà sempre più inesorabile e il peso della memoria ancora più schiacciante. David Fincher modera la visionarietà che lo contraddistingue a favore della potenza del racconto, che parte abbastanza in sordina per poi crescere gradualmente, insieme al sentire sempre più dolente dei personaggi. Impeccabile la confezione, anch'essa assai convenzionale ma assolutamente funzionale, dalla fotografia anticata di Claudio Miranda al commento sonoro, toccante e piacevolmente ricattatorio, di Alexandre Desplat. Il resto lo fanno il cast e gli addetti al trucco, davvero basilare per la riuscita del film. Brad Pitt attraversa in modo credibile tutte le età imposte dal ruolo, giocando con efficacia la carta della sottrazione; Cate Blanchett è presenza sempre luminosa e Tilda Swinton conferma il suo carisma di donna fuori da ogni schema e classificazione (tra l'altro è interprete di uno degli episodi più riusciti). Quanto a trucco ed effetti speciali, la loro forza è nell'assoluta naturalezza con cui rendono realistici i cambiamenti fisici dei personaggi nell'implacabile fluire del tempo.

Luca Baroncini de gli spietati