Massimiliano Cocozza, attore, regista, drammaturgo, documentarista… come sei approdato ora (o forse ritornato) alla scrittura narrativa con questo romanzo “Cigarettes, istoria d'armi di droga e d'amore”?
Io sono prima e soprattutto uno scrittore. Pratico la scrittura narrativa da sempre anche se ho pubblicato solo un altro titolo ad oggi, che si chiama “La bottiglia”. Più che attore, direi giornalista.
In questo libro si respira aria di cinema: l'effetto è ovviamente voluto? Hai volutamente usato un linguaggio tecnico e strumentale piuttosto che poetico?
Non parlerei di linguaggio tecnico e strumentale. Parlerei di ritmo serrato dei dialoghi, di descrizioni ridotte all'osso e di linguaggio visivo. Il termine “poetico” mi fa sorridere. Cosa vuol dire poetico?
Quanto il nuovo cinema pugliese ha comunque influito la tua prosa e i personaggi o le derive che hai scelto di raccontare?
Perché, esiste un cinema pugliese? Non mi risulta. Forse esistono degli autori pugliesi, ma onestamente non mi sembra una corrente di pensiero che abbia caratteristiche peculiari che si possano distinguere come “pugliesi”. Per quanto mi riguarda sono uno dei primi esponenti del cinema in Puglia, visto che ho prodotto e girato i primi corti in pellicola proprio a Bari e di fatto nelle mie vene scorre sangue barese.
Quanto pensi possano invece queste tue storie influenzarlo? Si parla già di adattamento cinematografico, per caso? Sarebbe legittimo.
Come ho avuto modo di dire in altre interviste, quando mi sono reso conto che proporre oggi ad un produttore una storia con costi così impegnativi sarebbe stato sconveniente, ho deciso di dare a questa storia la veste di romanzo. Quindi questo è un adattamento letterario di una storia cinematografica. Se qualcuno penserà che valga la pena farne un film, sarò felice di affrontare l'argomento. Credo che anche altre mie storie potrebbero subire un simile trattamento, cioè diventare libri. Se questo serve a fare vivere le storie…
Penso di aver intuito che manchi da tanto dalla Puglia, di viverla intendo, ma è descritta in maniera vivida e attuale. Dove hai scritto o concepito il romanzo?
La storia nasce nella mia mente una decina di anni fa. Vale la pena di dire che svolgevo in quegli anni, a tempo pieno, la professione di reporter indipendente per varie testate nazionali ed internazionali e per la televisione. Ero stato diversi anni in giro per il mondo ed in particolare in America, dove mi ero trasferito. Avevo vissuto traffici, guerre, colpi di stato e tante storie lontane dal mio mondo originario. Avevo imparato lo spagnolo ed il portoghese ed avevo viaggiato tanto. Quando però mi sono reso conto che il mio italiano incespicava, ho deciso di tornare a vivere nel mio paese. Al mio ritorno ho ricominciato dalle mie radici. Il mio desiderio divenne quello di riscoprire la lingua e la società della terra dalla quale ero partito nel 1985. E così nel 1997 sono tornato a Bari per sei mesi, per fare un film con Mingo (Fabio&Mingo di “Striscia la Notizia”, di cui ero autore) e mi sono cercato un punto di osservazione popolare. Passavo le il tempo libero sul molo S. Antonio di Bari fra pescatori, contrabbandieri, ubriaconi, ladri, scippatori, contrabbandieri. Fra una birra e l'altra ascoltavo le loro storie. Non le raccontavano a me, che non facevo parte di quel mondo, ma sgorgavano dalle loro conversazioni. Da questa esperienza è nata la voglia di raccontare un mondo di cui parlano soprattutto i giornali, ma quasi inedito, visto dall'interno.
In particolare la Bari de “Il passato è una terra straniera” la vedi vicina alle tue corde, al tuo romanzo? Ti è sembrata credibile o iper-realistica?
Mi spiace non l'ho visto. Certo è strano che non lo abbia diretto un regista pugliese, visto che ne abbiamo e piuttosto bravi, da Placido, a Rubini a Piva, a De Leo, a me stesso. In merito al tema posso solo dire che nel mio primo film “Bari non è mica la Luna” trattavo il tema del passato e della memoria, raccontando un ritorno. Con gli anni è diventato un documento storico, che fotografa una Bari che non esiste più, dai grandi mercati all'aperto, alla città vecchia, per finire alle fontanelle, ormai scomparse dalla geografia cittadina. I miei riferimenti in letteratura sono latinoamericani. In particolare adoro Cortazar. Ma il modello ironico di questo romanzo è il Don Chisciotte di Cervantes a cui sono dedicati i capitoli nell'indice.
La tua vuole essere una letteratura iperbolica o realistica (visti i tempi che corrono…)?
Questo romanzo in particolare lo definirei “picaresco”. Quello che vuole essere la mia letteratura non lo so. Ho scelto di essere un autore che realizza storie che ha voglia di raccontare ed ogni storia ha dei personaggi che rappresentano un mondo a sé stante che io osservo, ascolto e interpreto con immagini e parole. Nella mia carriera ho affrontato temi e storie diverse fra loro. In particolare negli ultimi anni ho lavorato su James Joyce, realizzando un film che si intitola “PENNILESSE, Joyce l'odissea triestina” che racconta la genesi del capolavoro Ulisse. Sta per uscire una seconda opera filmica dedicata ad un autore italo-argentino Juan Octavio Prenz. Per la mia attività il sito di riferimento è www.fcmovies.eu
Attualmente ho in lavorazione due documentari ed un film lungometraggio in altre regioni e con personaggi e linguaggi che nulla hanno a che vedere con le atmosfere di questo romanzo.
Entriamo nel merito. Di cosa si parla nel romanzo?
Il romanzo racconta un momento particolare della storia pugliese, vista dal punto di vista di un contrabbandiere. È ambientato fra la Puglia e il Montenegro nell'anno 2000, ma c'è un ampio campionario di malavitosi baresi, brindisini, napoletani, albanesi, balcani in generale. In quegli anni i giornali raccontavano la lotta dello stato contro il contrabbando sulle coste pugliesi, nel mentre le televisioni raccontavano di incontenibili sbarchi di profughi, traffici di armi e droga. Questo romanzo racconta questo mondo visto dall'interno con un ritmo piuttosto incalzante ed una prosa molto sintetica ed impressionista. Anche perché ritrae personaggi che parlano poco. Chi abbaia non spara.
Storie di malavita quindi?
Sì, certo. Diciamo che sono storie di malavitosi, ma anche di disperati, di figli delle guerre dei balcani. Storie di trafficanti. Il fatto è che si tende a rappresentare questo mondo come lontano da quello dell'uomo qualsiasi. Invece, al di là delle organizzazioni definite di “stampo mafioso”, si tratta di esseri umani che vivono in un contesto sociale. Il personaggio principale ad esempio è tornato a fare il contrabbandiere, ma ha studiato un po', ha viaggiato, è il prodotto di una società globalizzata. Pensa, legge. I problemi di questa gente sono o erano concreti. Loro, nel romanzo, sono in guerra e si devono comportare come un esercito. In particolare è una guerra fra organizzazioni italiane, bande che si alleano per conquistare territorio e che non hanno mezzi termini. Ma quando arriviamo nei Balcani la guerra continua e, peggio ancora, non è una guerra che appartiene a loro. Come dire che siamo in una guerra perpetua concreta, fatta di feriti e morti, ma è anche una guerra di principi. Questo perché il protagonista ha una sua “morale” se così vogliamo definirla.
Morale? Può esistere una morale nella malavita?
Sì, esiste. Assolutamente. Rubare non è come uccidere e trasportare clandestini e buttarli a mare o vendere armi, non è lo stesso che contrabbandare sigarette. Il contrabbando di sigarette inoltre richiede una struttura commerciale piramidale che è una ramificazione che si basa sulla fiducia. Non solo ma intere famiglie vivevano di quegli scarichi, così come dello smercio delle sigarette. Ed il nostro protagonista è figlio di questa chiamiamola “cultura”, vuole cioè che il suo lavoro sia solo ed esclusivamente il contrabbando di sigarette e si rifiuta di entrare in altri contesti che definisce “sporchi”. Se non è morale questa. Una riprova del suo carattere è data dal fatto che il protagonista non fuma.
Che lavoro hai fatto sul linguaggio vero e proprio?
Il romanzo è quasi tutto raccontato in prima persona, non solo dal protagonista, ma anche dagli altri personaggi, il tempo è quasi sempre al presente. Essendo i protagonisti baresi, parlano una lingua italiana mutuata dal barese, il che permette di costruire la sintassi in maniera curiosa ed insolita ed offrire al lettore una lingua nuova e sconosciuta alla letteratura.
Da esperto di Sergio Leone ho trovato una citazione...
Si certo. Si tratta di una citazione affettuosa di “C'era una volta il West” proprio a sottolineare il carattere cinematografico, ironico ed estremamente realista di questi personaggi che, come i disperati pionieri di Leone, convivono con le efferatezze peggiori del genere umano. Sfido i lettori a trovarla all'interno del testo.
Questo romanzo ha ottenuto il primo premio per l'inedito “Trieste scritture di frontiera 2008”, assegnato da una giuria di cui fanno parte Claudio Magris, Juan Octavio Prenz, Pietro Spirito, fra gli altri. Un riconoscimento importante.
Sono orgoglioso di questo premio che è stato conferito al romanzo. Posso dire che non me lo aspettavo assolutamente. Io avevo dato il dattiloscritto ad alcuni amici e colleghi del PEN Club di Trieste, facciamo spesso così fra scrittori, perché mi dessero suggerimenti, correzioni, spunti. Non sapevo che il PEN Club era in collaborazione con la direzione del premio dell'associazione Altamarea, il romanzo è passato a mia insaputa, di mano in mano fra i giurati, che hanno deciso di conferirgli il massimo riconoscimento.
Perché 26 capitoli, e non 25, o 27…? Domanda puntigliosamente provocatoria, lo so.
Originariamente erano 26 capitoli e 5 intermezzi, poi ho eliminato gli intermezzi perché distoglievano dal ritmo del racconto. La cabala non c'entra niente, la quantità di capitoli è assolutamente casuale.
Ci saranno altri romanzi in futuro?
Credo di si, ma non sono in condizioni di fare anticipazioni. Posso dire che sto lavorando da oltre 10 anni ad un romanzo ed ho un paio di raccolte di racconti ed esercizi di scrittura pronti per essere pubblicati. La verità è che non si tratta di scrivere, ma di pubblicare ed ottenere un'audience reale, cioè lettori in quantità. In questo sono solo all'inizio e c'è tanto lavoro da fare.
Ultima e necessaria domanda: dove si può acquistare il libro?
Il libro è acquistabile in tutte le librerie sul territorio nazionale, su ordinazione. Si può inoltre acquistare direttamente dall'editore, che lo spedisce direttamente all'acquirente attraverso il sito www.wipedizioni.it il titolo del libro è “Cigarettes” appunto.
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