Il vecchio e il nuovo: la linea (in)generosa

 

 

 

 

Bazin amava domandarsi "Che cos'e' il cinema?", titolo testamentario e tematica di una serie di saggi, tra i suoi più affascinanti e complessi lavori critico/teorici.

Il teorico francese, cercava di rispondere al quesito posto, quasi si trattasse di una problematica di ordine biologico, si perché prima di tutto il cinema e' vita, un'amante generosa e fuggevole, eternamente oscillante tra l'essere e l'apparire, che Bazin in fine aveva  definito ontologicamente realista.

Il cinema e' stato anche considerato, arte plastica in movimento, secondo l'assetto teorico di Canudo, ma in realtà: arte, spettacolo, mostrazione, mimesi, sono tutte categorie puramente referenziali, che fanno capo alla radice della passione sperimentale, scintilla primigenia, scaturigine di qualsivoglia mirabilia.

I pionieri delle origini erano mossi da ardente passione sperimentale, senza la minima idea di ciò che avrebbero poi generato i loro bislacchi brevetti, perché allora ostinarci  ad ingabbiare una forma di rappresentazione in strutture settoriali come i generi cinematografici?

Si e' detto che la codificazione di genere e' una patologia critica, una deformazione professionale dello studioso, costantemente posseduto dal febbricitante bisogno di ridurre e schematizzare tutto, riducendo alla sterilità anche un corpus in continua evoluzione come il cinema.

Questi schemi categoriali(come gli ha definiti Bordwell), riconducono ad un discorso pedissequamente storiografico, che poi contagioso come un' epidemia, si propaga dando vita all'odiata/adorata schiera dei sottogeneri, una delizia assoluta per i cinemaniaci della storiografia ed una noiosissima complicazione per tutti i puristi dell'arte.

La commedia, il melodramma, il western, la fantascienza, non sono mai esistiti, come del resto non sono mai esistiti i classici topoi, ovvero, quanto contano le cavalcate e le sparatorie in un western o gli orgasmi prolungati e le fellatio in un porno?
nulla, sono tutte costruzioni/costrizioni mentali, che non portano  da nessuna parte, se non ad  un patetico e fragilissimo gioco di rimpicciolimento analitico.

Forse i cineasti asiatici, sono stati  tra i primi ad abbattere questa teorizzazione inutilmente barricadera, nel classico cinema nipponico, come nelle new wave, thailandesi, hongkonghesi e bollywoodiane, il riso si mescola alla lacrima, il sacro con l'eretico, il romantico con il turgido e la pochezza inconsistente degli schemi categoriali, ha fatto la grandezza di Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu, Satyajit Ray e dei sempre più recenti, Takeshi Kitano, Tsai Ming-Liang, Jeff Lau e Stephen Chow.

Shichinin no samurai(I Sette samurai), antico e nuovo testamento della settima arte, inenarrabile e inafferrabile, nella sua (im)possibile codificazione di genere, attraversa quasi tutti i registri possibili(comico, patetico, lirico, romantico, epico, erotico, avventuroso, fiabesco, picaresco, storico) in un continuo inanellarsi di rasa vedici(principali generi del teatro indiano), senza soluzione di continuità, portando al raggiungimento del tanto sospirato Eldorado scopico/cinetico, scevro da truche auree e rotoscopi, per un simpatetico incontro/scontro formale di corpi umani e corpi animati, come nelle fanta/melo/commedie di Lau e Chow.

Oggi si tende sempre  più ad edificare sovrapponendo passato e presente, desueto e attuale, vecchio e nuovo, ultimo testimone di questa stratificazione e' James Cameron con il suo "Avatar", luccicante ed esposta patemizzazione del doppio, come esperibile ritorno ad una originarieta' archetipica, ridotta dal regista a scricchiolante(anche se affascinante) database di (in)certezze esistenziali, si cerca insomma di inseguire le curve di questa linea (in)generosa, che e' la storia del cinema(dell'arte e della cultura), ma se si procede con ostentazione chimerica, si scompare presto nell'autoingoiamento involutivo, questo e' specialmente un problema che affligge enormemente l'attuale cinema italiano, all'interno del quale continua a protrarsi una lamentazione per la definitiva scomparsa dei generi.

Il cinema (cosiddetto) di genere, va solamente rimpianto per la sua fertile vena creativa, non per la rigida stigmatizzazione in macrogeneri e microgeneri, ecco perché i Virzi', i Veronesi, i Vanzina e gli Oldoini(non importa quanto più o meno bene lo facciano) continuano a reiterare forme e stilemi di un tempo passato, mentre solo pochi fuori dal coro( come Bellocchio, Moretti, Ferrario e Sorrentino limitandoci al fiction), si spingono oltre, verso un nuovo sperimentalismo, insomma esistono i potenziali strumenti, ma non ancora(del tutto) la consapevolezza di poterli e saperli usare.

Valentino Sacca'