Londra 1891. Sherlock Holmes (Downey Jr.) e il suo fedele compagno
Watson (Law) devono fronteggiare un terribile nemico, Lord
Blackwood (Strong) il cui complotto mette in pericolo l'intera
Inghilterra. Ad aiutare Holmes e Watson ci sono due donne. Irene
Adler (McAdams) l’unica ragazza che è riuscita a tenere testa
all’indomabile investigatore e con il quale ha una tempestosa relazione
e Mary (Reilly) di cui Watson è innamorato.
Nella Londra vittoriana Sherlock Holmes e il Dottor Watson stanno per separare le loro strade, difatti John Watson sta per sposarsi e per cambiare casa. A mantenerli uniti, almeno per ora, ci pensa l’esecuzione di un loro vecchio nemico; l’esoterista Lord Blackwood. Arrestato nel corso del loro ultimo caso e prossimo all’impiccagione…
Dimenticate Basil Rathbon, attore inglese che per una serie interminabile di pellicole, in tutto 14, diede vita al personaggio ideato da Conan Doyle. Dicevamo dimenticatevi quell’Holmes e immergetevi in questa pellicola di Guy Ritchie che richiama una Londra gotica, ricostruita con una perfezione scenica che ha consentito al film di venire candidato per la notte degli Oscar, ma che ci restituisce anche un protagonista ben differente da quello che tutti ricordiamo. Quello ideato da Lionel Wigram, autore del personaggio a fumetti, è un Holmes tagliato con l’accetta e semmai più simile a Indiana Jones o a Batman, perché come quest’ultimo si affida alla bravura di un Robin quanto mai sui generis, un Watson che non è la banale spalla e la semplice voce narrante dell’amico collega. Nella pellicola dell’ex signor “Madonna”, al contrario, Watson è atletico ed affascinante quanto Holmes, che di atletico nelle pellicole precedenti aveva ben poco, e potrebbe essere lui il vero protagonista di quest’esperimento riuscito a metà, con un finale che introduce ben più di un cliffhanger verso una nuova serie di avversari. Un film molto divertente che si lascia vedere, con continui colpi di scena e una sceneggiatura in perenne divenire, ma che a causa della propria confezione introduce e presenta il proprio limite; cioè uno Sherlock Holmes immerso in un blockbuster multimiliardario che predilige l’azione alla deduzione, non disdegnando anche il gentil sesso, tanto osteggiato dal personaggio su carta a causa dell’impossibilità di conciliare ragionamento deduttivo e affetti. Da vedere quindi rimanendo del tutto scevri dalle vostre incursioni cinematografiche e letterarie precedenti e senza la pretesa di seguire i ragionamenti, pochi ma significativi, di Downey Junior “Holmes”.
Ciro Andreotti