Recuperiamo l'interessante debutto del piemontese Giuseppe Varlotta, uscito solo al Cinema Splendor di Asti nella primavera del 2009 e concessoci in visione dallo stesso autore, che con l'occasione, dopo lungo tempo, ringraziamo.
La vita è guerra
Anche in tempo di guerra non scordare che è ancora possibile sognare è di importanza vitale. Un sogno infantile, di bambina, che aiuta a perseverare in quell'avventura ogni giorno diversa che è la vita, in greco appunto “Zoè”. Un sogno che, quando non si sa perfettamente distinguere il bene dal male e fuori la follia sta dilagando, aiuta anche a superare i momenti difficili, apparentemente insormontabili, ad esempio quando un soldato tedesco ti punta il fucile alle spalle mentre stai fuggendo alla ricerca di tuo padre, capo partigiano, e ti blocchi, non sapendo più che fare, non avendo idea di dove andare. Così quando il paese della piccola Zoè (Monica Mana), invece che dagli eroi americani forieri di libertà è invaso dagli arrabbiati tedeschi in fuga, la piccola scappa, quale improvvisata staffetta, nella speranza di trovare il genitore, il temuto comandante Gildo. Nel suo viaggio incontrerà curiosi personaggi, come il partigiano stralunato Luigi (Francesco Baccini) o il crudele “borsaro nero” doppiogiochista (Bebo Storti) o ancora la sposa in lutto (Eva Maria Cischino).
Il singolare e comunque delicato esordio nella regia dell’”artigiano dell’immagine” (come si definisce) Giuseppe Varlotta, che ne ha curato anche la scenografia, è un film a dir poco raro nel panorama italiano, appartenente ad un genere che potremmo chiamare neo-(sur-)realismo: un po' di Fellini e di Buñuel mischiati a Rossellini e De Sica. Quel buffo personaggio muto, fondamentalmente un clown, simbolo della fantasia, aggirandosi con un grosso baule semivuoto, ma pieno di magia, fa poi venire in mente Tati o un estemporaneo Arlecchino. Non manca, come nelle migliori favole, da Biancaneve in poi, un bel tocco di macabro: cadaveri sparsi dappertutto come naturale scenografia, resti umani conservati nelle dispense, cani mangiati per sfamarsi. Altissima è l'attenzione alla natura, agli insetti, alle piante, come esseri viventi di un grande universo, superiori all'uomo, perché proseguiranno anche dopo e senza di noi, come fanno le lumache strisciando sui morti. Insetti sui quali è utile innescare facili ma efficaci metafore, come Zoe che li schiaccia mentre escono tutti insieme dalla loro tana. Qualche momento di stasi si avverte qua e là, ma l'utilizzo di artifici di fotografia, quali i sogni nel sogno, tengono desta l'attenzione e la curiosità del pubblico. Un ulteriore guizzo nel finalissimo, dopo alcuni titoli di coda, benché consueto nei debuttanti che faticano a congedarsi dallo spettatore, lascia un ulteriore briciolo di inquietudine. Buono infine il cast, con un inedito ma robusto Francesco Baccini, in un doppio ed importante, ruolo che interpreta pure due brani musicali, interessante una ritrovata Serena Grandi, malgrado sia ormai devastata dalla chirurgia estetica, raggelante il cattivo Bebo Storti e bravissima la piccola Monica Mana, nella parte della protagonista Zoè.
Uscito il 15 mese 2009 in 1 sala
(Cinema Splendor – Via Vassallo, 4 –Asti)
Autodistribuito (Ass. Cult. Kabiria)
Raro perché... malgrado il cast non indifferente è un piccolo ma prezioso film.
Giudizio: * * * . .
Paolo Dallimonti.