Apocalypse now
di Francis Ford Coppola
(1980)

Apocalisse nelle Filippine

Due anni di lavorazione nelle Filippine. La troupe colpita da un violento tifone che solo per caso non fece delle vittime. Coppola fu lì lì per divorziare da una moglie stremata dalle attese e Martin Sheen ebbe un pericoloso attacco di cuore. Questo fu innanzi tutto Apocalypse Now: un’apocalisse nell’apocalisse.
 Assai liberamente ispirato al “Cuore di tenebra” di Korrad, il film ha il suo cuore nel colonnello Kurtz, ex eroe dei marines che si è perso nella giungla cambogiana fondandovi un impero personale di cui è il vate e il dittatore assoluto. I servizi segreti militari USA decidono di mandare in missione il capitano Wizard per “terminare” questo mostro sanguinario che ha smarrito la retta via.
Recentemente è stata rispolverata una nuova versione denominata “Redux” che aggiunge circa 30 minuti riguardanti appunto gli ordini affidati a Wizard (Martin Sheen) e una presunta relazione che il capitano avrebbe avuto nel sud est asiatico con una donna; ma il grande cinema di Coppola si sostanzia essenzialmente in due scene, in cui il cocktail tra immagini testo e musica raggiunge livelli straordinari: nelle primissime sequenze, Wizard è disteso sul letto, sudato, la pala del ventilatore gira sopra la sua testa, si sente il suo pensiero che dice – a Saigon, per una missione… - la pala diventa quella di un elicottero e in dissolvenza appare la giungla vietnamita.  The End di Jim Morrison aumenta di volume e la verdissima giungla è invasa dal napalm dei jet americani. Questo è cinema!
Quindi il colonnello a capo del sedicente 7° cavalleggeri dell’aria: Robert Duvall. I suoi ragazzi stanno radendo al suolo un villaggio creando le premesse per poter fare del surf in santa pace. Ha appena scoperto che tra i suoi c’è un fuoriclasse. Si alza col suo cappello da cavalleggero e accende una sigaretta. I ragazzi (Wizard compreso) lo ascoltano attenti: “Bombardammo quella collina per 30 ore di fila; ci scaricammo più napalm che Dio solo lo sa…, e alla fine quella collina mandava un odore strano.., di benzina, di morte.., di vittoria”.
Fu difficile convincere Brando a lavorare, era il 1980 e i tempi di Godpather erano lontani, ma Coppola ci riuscì; e se Cuore di tenebra gira tutto intorno a Kurtz, l’Apocalisse di Coppola gira tutta intorno a Brando, straordinario e incommensurabile interprete di un ex marine decorato, vacca sacra dell’esercito che ad un certo punto vira violentemente per le proprie fantasie e perversioni. “Tu pensa che lui cattivo” – dice il fotografo francese – “ma non è così…, lui buono, lui sa tutto, lui vede tutto…”.

Apocalypse non fu soltanto un film – sarebbe riduttivo e ingeneroso. Fu uno degli ultimi atti di un’epoca in cui qualche film veniva costruito con anni di fatiche e di lavoro, di riunioni, di litigi e dietro-front, di ripensamenti, di entusiasmi. Si cercò di rendere tutta l’ambientazione la più verosimile possibile e lo sforzo che fecero la troupe e gli attori si percepisce persino nel montaggio finale. Non è un film sulla guerra né tantomeno sul Vietnam. E’ una storia, un’opera d’arte violenta e penetrante, frutto di un grande regista e di una produzione coraggiosa, impreziosita dalle performance di alcuni tra i maggiori interpreti dell’epoca.

Prima di tutto un viaggio lungo il fiume della vita. A scendere con un barcone corazzato un fiume grande e profondo, infestato dai viet-cong ma anche dalle tribù del Laos e della Cambogia, feroci e talvolta cannibali. Chef, cattolico portoricano, sarà decapitato. Bambino falciato da una raffica sparata dagli alberi. Rimarrano soltanto Wizard e lo specialista del surf, già da giorni perso negli acidi che venivano dati ai marines per rimuovere la paura.
Claudio Bacchi