Cinderella
man
di Ron Howard
Il
film Cinderella Man rivela la vera storia di Jim Braddock, ed il suo incredibile
trionfo nel pugilato. Jim Braddock si
e’ sollevato dalla disoccupazione, durante il periodo della Grande Depressione
economica in
America
, nonostante la sua eta’ avanzata, e le difficolta’ finanziarie e di salute
incontrate durante l’epoca. L’esperienza personale dei lavoratori durante la
Grande Depressione viene mostrato vividamente da due punti di vista: adulti e
bambini. La presente disperazione, il tumulto emotivo, ed il pericolo che
bisognava affrontare vengono risaltat nel film. L’importanza della dignita’
famigliare e lo spirito della comunita vengono ben accentuati.
In questa storia di compassione e di
sacrificio umano, Russell Crowe consegna una interpretazione solida e talmente
soddisfacente come se il ruolo di Jim Braddock fosse stato scritto
specificamente per lui. Russell Crowe ritrae un marito, un padre, ed un atleta
competitivo ed agile nel pugilato, talmente determinato dal suo grande senso di
responsibilita’ a fare tutto il possibile per poter provvedere alla sua
famiglia ed a mantenerla unita.
Dopo aver ricevuto
una seconda opportunita’ a dimostrare la sua capacita’ atletica, Jim ritorna
al quadrato con piu’ determinazione di prima, perche’, ci dice: “adesso so
per cosa sto lottando” riferendosi al suo bisogno di provvedere il mangiare ai
suoi figli ed a mantenere la sua famiglia unita.
Dopo una serie di
lotte, Braddock guadagna riconoscimento nel pugilato ed eleva se stesso al
livello di una leggenda in questo sport, per cui viene chiamato “Cinderella
Man”.
Renee Zellweger,
eseguisce meravigliosamente il ruolo della moglie affettuosa che da sostegno
emotivo al marito ed ai loro tre figli.
L’agente di Kim
Braddock, Joe Gould, e’ rappresentato abilmente da Paul Giamatti. Joe Gould
e’ l’unico nel campo professionale che crede con confidenza al potenziale
atletico di Jim Braddock.
Le tecniche
cinematografiche in questo film sono formidabili nel dimostrare quanto
prominente e personale la lotta era per Braddock nel raggiungere la sua meta, e
come la comunita’ che si identificava con Braddock condivideva la sua lotta.
Questo e’ ancora piu chiaro quando Braddock confronta il suo competitore piu
difficile, Max Baer (Craig Bierko), il campione mondiale
del
Peso Massimo, conosciuto per aver ucciso due pugilatori nel quadrato. Braddock,
un eroe, inspira speranza ad altri che come lui, stanno cercando di sorpassare i
loro ostacoli ed a realizzare i loro sogni.
La violenza nel
film rappresenta adeguatamente la violenza inerente in questo sport. Le
competizioni di pugilato in ‘Cinderella Man’ sono tra le migliori
rappresentate sullo schermo grande. Le tecniche cinematografiche utilizzate
mostrano scene di pugilato talmente vicine ai pugilatori e talmente affascinanti
dando ai spettatori la sensazione di essere presenti alla lotta e di sentire
l’impatto dei pugni, i dolori pulsanti, e la stanchezza sia che la doppia
visione subita nel quadrato.
Il direttore e
produttore Ron Howard, consegna un dramma commovente e sollevante che piace a
tutti.
ESTER
MOLAYEME da Los Angeles (California-Usa)
Dal regista piu' americano del
mondo (Ron Howard) un filmone vecchio stampo che applica con estrema
professionalita' l'arte della retorica. Il regista fonde con mano solida i piu'
gettonati cliche' narrativi d'oltreoceano: l'uomo che si e' fatto da solo, la
seconda opportunita', solo chi cade puo' risorgere, non c'e' vittoria senza
sofferenza. Ad estremizzare caratteri e situazioni ci pensa l'ambientazione
nella New York degli anni Trenta, quando, a causa della crisi del '29, quasi la
meta' della popolazione americana viveva sotto la soglia di poverta'. La
"Grande Depressione" e' una cornice perfetta per santificare l'eroe
del film, il pugile Jim Braddock, realmente esistito e romanzato a dovere per
celebrare il mito. Eccolo quindi bravo a combattere ma sfortunato (un infortunio
gli compromette in modo irreparabile la mano destra), buon padre di famiglia (si
toglie il cibo di bocca per darlo ai figli), virtuoso (non c'e' nulla da
mangiare, il figlio ruba un salame e lui lo riporta al negoziante), esempio per
tutta la nazione (ai primi successi economici restituisce il sussidio statale).
Del resto la mogliettina non e' da meno, sgura pentole e pavimenti tutto il
giorno senza lamentarsi mai, cresce i figli con amore, e' piu' che devota al
marito e fa pure lavori extra di cucito. Naturalmente i due vivono in armonia in
una sudicia topaia con i tre figlioletti che sono pargoli deliziosi, capiscono i
limiti e non li superano. Ecco, basterebbe questa presentazione dei personaggi
per rendere il film detestabile, con la mania tutta americana di mostrare come
vero un ideale totalmente privo delle pulsioni piu' umane. Eppure, l'abilita' di
Ron Howard e' nel fare digerire il polpettone creando un affresco d'epoca tanto
pervaso da buoni sentimenti, e sostanzialmente fasullo, quanto sontuoso e
spettacolare, a cominciare dall'accurata ricostruzione storica. Se si accetta
con coscienza di vedere un solo lato della medaglia, quindi se si decide di
stare al gioco, il film e' di quelli che coinvolgono, in cui si arriva alla fine
facendo il tifo per il protagonista. Con tutta la retorica, perfettamente
applicata, dei combattimenti di boxe al cinema (il pubblico in delirio, la
mogliettina con i figli a casa ad ascoltare l'incontro alla radio, gli
sganassoni distribuiti con equita', il cattivo cosi' cattivo che quasi urla
"ti spiezzo in due"), e della storia vera, per di piu' lacrimevole.
Chi, pero', incuriosito dal tema vorrebbe dare un'occhiata anche all'altro lato
della medaglia, quello che non ha paura di appannare il mito mettendo in scena
le umanissime sfumature non per forza edificanti, deve rivolgersi altrove. Tra
le sequenze imperdonabili, quella in cui, durante uno degli incontri, lui cade,
si rialza, ricade, sta per non rialzarsi piu', quando gli appare in aiuto, e gli
da' la forza per capovolgere la situazione, un fotogramma sgranato della moglie
con i figli nell'amorevole topaia. Nel cast si distingue Russell Crowe, con il
suo volto dolente e il fisico asciutto vera anima del film, e Paul Giamatti,
sempre piu' caratterista di lusso. Renée Zellweger, data la mestizia del ruolo,
limita le moine e si dedica alla sua seconda specialita': piangere a profusione.
Luca Baroncini da www.spietati.it
Chi vi scrive ha avuto modo di girare con amici e
collaboratori un documentario sul pugilato dal titolo “Arena”, sulla boxe
romana dai primi anni 10 del secolo scorso fino alla fine degli anni 60, quando
Roma e l’Italia erano al centro di grandi avvenimenti sportivi ed umani
riguardanti la “nobile arte”.
E’ curioso quanto uno splendido sport come la boxe, di grandi valori dentro e
fuori dal ring, ma relativamente spesso di grande corruzione dietro le quinte,
sia travisato nei suoi valori tipici, nella rappresentazione di istanze
collettive, ecc. Io e gli amici della “Young Lions” abbiamo girato un
documentario per dare un contributo alla memoria emotiva di questa grande
storia, quindi forse riesco, grazie a queste circostanze, a capire meglio e a
non sottovalutare film come Cinderella Man, che narrano la solita storia, quella
che non stanca mai!
Il riscatto di un uomo e di una collettività alle prese con il disagio e la
“grande depressione” americana; la marcia in più di chi ha “fame” in
ogni senso; il miracolo di un successo; le vie misteriose e talvolta strane del
“destino”.
No, film come questo non possono e non devono stancare. Nel New Jersey degli
anni 20-30 ecco questo “diavolo di un’irlandese” com’era uso comune
dire, che è un gran picchiatore. E poi la famiglia, i riti collettivi, i valori
che tengono duro e ne escono rafforzati, perché non sai in cosa credi e chi sei
se non vieni messo alla prova!
Tutto questo è “Cinderella Man”, un film visto mille volte e in altre
salse, che non stufa. Una storia di vita e di boxe che merita di essere
raccontata nella propria specificità, e in questo senso la regia di Ron Howard
esegue diligentemente il compito, con partecipazione e precisione.
Attori credibili, inoltre è ben funzionale al tutto il taglio euro-americano
della Miramax, che produce e distribuisce il film.
Forse i personaggi sono un po’ troppo monolitici e con poche sfumature. Ciò
rende questa opera un po’ monocorde, ma va bene così…in fin dei conti nella
vita reale di oggi, come si suol dire, persone tutte d’un pezzo se ne vedono
poche…
Gino Pitaro newfilm@interfree.it
Ron
Howard è regista e produttore di
grande successo. Alfiere del politically correct, si è comunque guadagnato un
certo rispetto nello show biz holliwoodiano rappresentando il giusto compromesso
tra le esigenze del pubblico di massa e il cinema di qualità.
“Cinderella Man”, suo ultimo film, è giunto a Venezia dopo buoni incassi in
patria, anche se non è stato un vero e proprio blockbuster. Ancora
una pellicola biografica dopo “A beautiful mind”.
Russel Crowe interpreta James J. Braddock, pugile americano di chiare origini
irlandesi che nel 1935 diventò campione del mondo dei pesi massimi battendo, in
un drammatico incontro, Max Baer che a sua volta aveva massacrato di botte Primo
Carnera e ucciso altri due avversari.
Non mancano gli spunti romantici e qualche accenno retorico a stelle e strisce
nel racconto della vita dell’eroe proletario del New Jersey. Tuttavia , il
film resta sobrio ed asciutto, muovendosi con disinvoltura in un campo, quello
della boxe al cinema, dove già
tutto era stato detto.
Howard, coadiuvato da una perfetta ricostruzione scenica della New York degli
anno 30 e da una magistrale fotografia, non risparmia prodezze stilistiche nel
riprendere gli incontri di pugilato e nel tratteggiare gli stati emotivi dei
protagonisti del film.
Russel Crowe è convincente nella sua rigorosa interpretazione di una grande
promessa del pugilato che passa improvvisamente dal mondo dorato dello sport
all’inferno della povertà estrema della grande depressione del 1930. Braddock,
arriverà persino a chiedere l’elemosina per sfamare i propri figli e
proteggerli dal freddo, restando però marito e padre esemplare.
Con l’orgoglio e la grinta degli irlandesi non perderà la speranza di avere
un’altra occasione per risorgere. Occasione che arriverà proprio dalla boxe
che lo aveva relegato ai margini della vita, proprio quando iniziava a credere
che il lavoro “a giornata” di scaricatore di porto e il sussidio per i
poveri fossero diventate le uniche
forme di sostentamento.
Bravi anche Reneè Zellwegwer e
Paul Giamatti (Sideways) che caratterizzano, rispettivamente, la moglie devota
ed il manager del protagonista.
“Cinderella man”, in fondo, nel desolante panorama della “crisi di
generi” del cinema americano, segna un ritorno ad certo cinema classico.
E’ ben vero che soltanto raramente si corrono dei rischi nel raccontare la
vita di un personaggio più o meno famoso, Howard
ha però tanto mestiere dalla sua. Riesce ad emozionare e a tenere lo spettatore
incollato alla poltroncina. Il montaggio è infatti perfetto e veloce nel
segnare le tappe della vita del talentuoso pugile che diventa l’eroe dei
poveri del quartiere e dei
portuali, combattendo sul ring contro la povertà e le umiliazioni più che con
degli avversari veri e propri. E’
la storia di un eroe proletario che
si riprende la sua vita dopo averla persa per qualche tempo. Un film
probabilmente scritto e girato per soddisfare le esigenze di tutti ma del resto
a Ron Howard non si è mai chiesto di più del piacere per gli occhi e di
qualche emozione. Come “A beautiful
mind” anche “Cinderella man” non vi lascerà indifferenti. Non è poco di
questi tempi.
Francesco Sapone
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