Antichrist

regia: Lars Von Trier

anno: 2009

durata: 100 min.

nazione: Danimarca, Francia

genere: horror

cast: Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe

La nuova opera di Lars von Trier, presentata con clamore a Cannes e pure vincitrice di un premio per la Migliore Interpretazione Femminile a Charlotte Gainsbourg (quanto avrà inciso sul verdetto l'opinione della presidente di giuria Isabelle Huppert per un ruolo che una ventina d'anni fa sarebbe stato perfetto per lei?), si potrebbe liquidare rapidamente come furbastra e irritante. Ben si presta, infatti, allo sfottò. A cominciare dal prologo, patinato, ricattatorio e vera e propria apoteosi di un gratuito senso di colpa (il piacere sessuale è ancora una volta negato); passando per capitoli dai titoli eloquenti (tra gli altri, "Dolore" e "Pena", tanto per chiarire le intenzioni) in cui sesso mortifero, violenza inaudita e psicoterapia di grana grossissima si compenetrano senza sosta; fino a un epilogo inaspettatamente ottimista che mantiene integra la sensazione di imbarazzo. In realtà c'è anche dell'altro. Sul piano prettamente visivo von Trier continua a sperimentare. L' incipit , pur inquinato dal tritume delle contrapposizioni e in larga parte debitore della magnifica aria "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo" di Händel, è comunque folgorante. Nel prosieguo von Trier azzarda deformazioni delle immagini, sfocature, ralenti , lavora molto sugli effetti sonori, anticamera del cupo in agguato costante, crea un'atmosfera perturbante, infligge ai docili attori un'efficace recitazione tra il patibolare e lo stranito. Eppure l'innegabile talento del regista danese non trova sfogo e consolazione in altrettanto vibrante materia narrativa. La sceneggiatura annaspa infatti nell'elaborazione di un lutto devastante attraverso una seduta terapeutica scolastica e noiosetta per poi, una volta raggiunta una fase di stallo, optare per un facile horror, per di più con ambizioni pseudo filosofiche. Sembra davvero non saper più che pesci pigliare il von Trier sceneggiatore nel momento in cui passa da una situazione archetipica già trascinata oltremodo - un Lui e una Lei si fronteggiano in mezzo alla Natura in una progressione volta al delirio - al satanico, esplicitato attraverso risibili piedi caprini, costellazioni inesistenti, animali parlanti e rimandi all'iconografia stregonesca (un bosco ancestrale, una casa di nome "Eden" (Sic), un rogo sempre in evidenza e pronto all'uso). Tanto che l'assunto per cui l'ambivalenza della Natura è espressione del Maligno di cui la donna, a causa della sua capacità riproduttiva, si fa inevitabile tramite, suona misogina e buttata lì senza approfondimento alcuno. Alla fine è quindi guazzabuglio e, pur con qualche riserva positiva relativa allo stile, l'impressione di poco valore aggiunto ha il sopravvento. Lo sfottò, considerato che il film trasuda immodestia, è una forte tentazione, ma il rischio è quello di uniformarsi alla critica paludata, schierata alla pressoché totale unanimità contro lo scaltro sensazionalismo della pellicola, ma attenta soprattutto a rivelare i dettagli più scabrosi e cruenti. Al di là delle strombazzate scene di sesso e di tortura, comunque, le effettive provocazioni del regista sono due: il titolo, depistante e piuttosto furbo nell'ammantare di aura sulfurea un film che per buona parte segue tutt'altra strada, e l'imperdonabile dedica al regista russo Tarkovskijj, timbro di supponenza quanto mai antipatico. Grande assente, infine, ma nessuno certo se l'aspettava, l'ironia. E per concludere, questa volta per davvero, una considerazione, anzi, un interrogativo: è meglio un'opera sperimentale che sfida le convenzioni e il buon gusto, intenzionalmente provocatoria e disturbante, o un film solido che segue percorsi rodati con diligenza e professionalità senza osare granché? Il parere personale attraversa in modo obliquo il pernicioso interrogativo e colloca il cinema in un altrove dove il "cosa" e il "come" vanno a braccetto. Ecco, nel velleitario Antichrist i due aspetti non trovano il necessario equilibrio: se il "come" offre spunti di interesse, il "cosa" pesa come un macigno ma viene banalizzato e si disperde. La questione, ovviamente, è aperta!

Luca Baroncini de www.spietati.it

 

Un bambino cade dalla finestra mentre i suoi genitori sono impegnati in un amplesso. Successivamente i due si trasferiscono in una casa nel bosco per elaborare il lutto. E là si impegnano in una schermaglia per lo smaltimento della colpa e l'assunzione di responsabilità circa l'evento.

" Tu mi volevi uccidere?"

"non ancora"

Difficile definire un'opera tanto personale. La si potrebbe pensare come una partitura musicale, con un prologo, tre giornate e un epilogo.

Una sorta di Crepuscolo degli Dei , solo che qui gli dei non ci sono dall'inizio.

I protagonisti, da soli in scena dall'inizio alla fine, partono già dannati. Annientati da una disattenzione provocata da un amplesso. Uno di quelli che diventa famoso solo se il film viene proiettato ai festival, dove solitamente la critica cinematografica si incrocia con oziosi commenti da pollaio.

Curiosamente questa, che vorrebbe essere la parte più rarefatta, appare invece la più pretenziosa e affettata. Fortunatamente il seguito ne risulta esaltato. Non fosse altro che per l'assenza di una colonna sonora pomposa, quanto inutilmente invasiva.

Le successive giornate vedono lo sfilacciamento progressivo della mente degli sfortunati protagonisti, insieme a quello estetico dell'opera. La quale però acquisisce spessore e contenuto nella misura in cui si abbandonano i canoni estetici iniziali.

La dinamica è quella dell'espressione più cruda del dualismo.

Lei, una sensazionale Charlotte Gainsbourg intensa e viscerale come richiede la parte, si prende il peso della colpa e la responsabilità della morte. Lui, un grandissimo Willem Dafoe inquietante e misurato come mai prima, si assume il compito di evitare il deragliamento, in un'inutile quanto pretenziosa psicoterapia.

I terapeuti, si sa non dovrebbero curare i propri affetti, e in questo caso lui affida i suoi, di affetti, alla sperduta moglie, complice e causa dell'onnipotenza di lui. Il tempo passa e la psicosi è dietro l'angolo. Non passa neanche un giorno che già gli animali parlano. Come in un brutto cartone animato. O come nei deliri degli psicotici di ogni latitudine.

E da qui all'automutilazione, o all'espressione dell'ostilità verso il terapeuta il passo è breve.

Il dualismo prende possesso dei corpi.

E se all'inizio avevamo corpi avvinti, e corpi distrutti dalla caduta nel vuoto esistenziale, poi avremo corpi trafitti e corpi mutilati. Nel perfetto stile dello psicotico ancorato all'assenza di un riferimento o di un demiurgo.

Antichrist è l'assenza di ordine in un mondo in cui Dio non c'è. E' tutto quello che resta quando andiamo a dormire e molliamo finalmente il desiderio del controllo. Anche perchè l'opposto dell'ordine è il caos, dove le donne impazziscono e non sono più mamme. Il caos è un luogo selvaggio, dove gli uomini di buona volontà vengono messi di fronte a una scelta.

Mentre tutto intorno il tentativo di mantenere il controllo fa acqua, al punto da creare sanguinamenti inaspettati, proprio là dove dovrebbe esserci il contatto, e al suo posto solo sangue e dolore, lui non perde il controllo fino alla fine, ma poi perderà la ragione, come ogni buon terapeuta che ne ha assorbite troppe.

E qua conviene fermarsi. Dal momento che tutto quello che accade, da un certo momento in poi, è territorio assoluto dell'inconscio. E l'inconscio è un luogo umido e scivoloso, dove non sempre gli uomini fanno quello che dovrebbero. E se la psicoterapia finisce male, alla fine non è certo una colpa, semmai è la sola possibilità che rimane se davvero cerchiamo le cause dell'angoscia esistenziale che affigge le persone da sempre e in ogni luogo.

Anna Maria Pelella