La ragazza che amava poco
Il Paese delle Meraviglie è in quel di Rieti e ci vive un'Alice (Camilla Ferranti), con tanto di Cappellaio matto, impersonato dall'amico gay Sandro (Massimiliano Varrese) - anche se in un sogno avrà il volto dell'amore agognato Bruno (Giulio Pampiglione) - e della Regina di Cuori, in realtà la mamma (Fioretta Mari). La stralunata fanciulla, a parte pochissime amicizie, tra cui la saggia fioraia Bianca (Catherine Spaak) si divide tra la famiglia ed il lavoro. Nella prima, oltre alla madre ed al padre/Stregatto (Gianfranco Barra) ci sono la nonna svampita (Gisella Sofio) e le sorelle Simona (Anna Dalton) ed Eva (Elena Sinibaldi), quest'ultima in procinto di sposarsi. Nella seconda situazione deve affrontare, oltre al desiderato, le colleghe, tra cui l'avvenente Angela (Caterina De Regibus) e la più dimessa Giovanna (Emanuela Aureli). Unico rifugio sicuro sono le sue poesie, in cui sfoga e concentra tutte le riflessioni sul proprio mondo.
Il debutto del giovanissimo Oreste Crisostomi, allievo alla scuola di teatro "Mumos", diretta da Gastone Moschin, come la sua attrice protagonista (non proprio azzeccata per il ruolo), è un'opera ben diretta, molto colorata (pop!) ed è comunque un inno alla vita, affrontando una tematica attuale come l'aborto. È anche un film sfrenatamente citazionista, spaziando da Emmer a Kaurismäki, dalla Lolita di Kubrick ad Anna di Lattuada all'Allen de La rosa purpurea del Cairo, da Zazie nel metrò a Jules e Jim, da Fellini fino addirittura a Mario Bava.
Il problema di questo Alice, nonostante il regista l'abbia definito una favola fuori dal tempo - e si vede! - e malgrado sottolinei l'importanza del sogno rispetto alla vita reale, comunque meno sincera, è la sua vacuità e la conseguente inutilità, al punto da far venire in mente fantascientifiche dietrologie sul perché produrre e addirittura distribuire un film come questo. Per non parlare del cast, uno dei più variegati, accozzati e peggio assortiti che la storia del cinema italiano ricordi. Il primo a non crederci più di tanto, nonostante le molteplici ambizioni, è però proprio il regista, che getta acqua sul fuoco con un finale metacinematografico di sapore felliniano (e "mariobaviano"), atto a svelare la macchina da presa e la troupe. In fondo, sembra volerci dire, è solo un film.
Voto: * * . . .
Paolo Dallimonti