Nella sua ultima fatica “Che fine ha fatto Osama Bin Laden?” (Where is in the world Osama Bin Laden?) adotta un punto di vista sicuramente originale Morgan Spurlock, il regista di Super size me (il docu-film d’accusa contro il cibo di McDonald’s, insignito di numerosi premi). In questo film decide di esplorare il mondo del terrorismo islamico, un argomento serio, delicato e impegnativo, ma il regista riesce a leggerlo in chiave comica, non senza far riflettere lo spettatore su temi di scottante attualità. La casa di produzione Warrior Poets si conferma quindi attiva nella denuncia sociale.
Spurlock, regista, sceneggiatore e interprete, a seguito della notizia che diventerà presto papà, vuole rendere il mondo meno pericoloso e si convince che per realizzare questa missione deve trovare e sconfiggere l'uomo più pericoloso del mondo: Osama Bin Laden. Intraprende quindi un viaggio nei paesi caldi del mondo, come Marocco, Israele, Palestina, Arabia Saudita, Afghanistan, Pakistan, per trovare il fantomatico fondamentalista, forse morto o forse ancora sperduto tra le montagne. Il film si presenta come un documentario che vuole raccontare la gente di questi luoghi, quello che veramente pensano e vogliono, dando voce a donne, uomini e vecchi, solitamente esclusi dal circuito mediatico che circonda il mondo del terrorismo islamico. Le conclusioni che si fa il regista (e anche gli spettatori) sono diverse da quelle che i mezzi di comunicazione spesso inducono a pensare. Ovvero, che le popolazioni afghane, pakistane, ebree,
israeliane, palestinesi, non sono affatto in competizione con gli occidentali, loro vogliono quello che vogliamo noi: vivere in un mondo di pace, senza le bombe che scoppiano attorno ai propri bambini. Noi alimentiamo le nostre paure, secondo il regista, in modo esponenziale, abbiamo visioni e creiamo una realtà alterata. E queste considerazioni arrivano dopo un viaggio emozionante e divertente, a tratti si ride di gusto. Si alternano scene drammatiche, come la contestazione dei rabbini nei confronti di Morgan e dell’operatore, con tanto di spintoni, con scene molto divertenti, come Obama che balla sulle note di una celebre canzone occidentale. E Morgan chiede a tutti il senso del conflitto, la vita sotto i talebani, e la risposta è sempre la stessa: la voglia di vivere in modo semplice, in pace.
Non manca certo qualche fanatico, e qualche intervista di rilevanza giornalistica come le chiacchierate con esperti ed imam, o parenti diretti di terroristi (come Al-Zawahiri o persone coinvolte nella strage dell'11 settembre).
Particolari alcuni espedienti, come i personaggi sullo schermo “fumettati” in alcune scene o la rappresentazione a mo' di videogame: Morgan combatte come un supereroe contro Osama e le tappe del viaggi sono costruite come i livelli di un gioco.
Modi per alleggerire i complessi temi trattati. Per lo stesso motivo viene mostrato Morgan che fa dei corsi di autodifesa per prepararsi al viaggio e le esercitazioni tra le montagne con lanciafiamme e fucili fatte insieme ai militari.
Significativa la morale: il problema non è certo Osama, ma tutto quel che gli sta intorno e che è riuscito a creare, che sopravvive anche dopo la morte: il fanatismo religioso e il fondamentalismo. Bisogna sconfiggere questa cultura in favore dell'integrazione, per far viver i nostri figli in un mondo di pace.
Marta Fresolone
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