HOWL

Regia e Sceneggiatura:Rob Epstein & Jeffrey Friedman - Cast:James Franco, Todd Rotondi, Jon Prescott, Aaron Tveit, David Strathairn, Jon Hamm, Bob Balaban, Mary-Louise Parker, Treat Williams, Alessandro Nivola, Jeff Daniels, Allen Ginsberg - Genere:Drammatico /Biografico/ Animazione - Animazione:Eric Drooker - Montaggio:Jake Pushinsky - Fotografia:Edward Lachman - Durata:90min - Formato:1:1,85 / 35mm B/N-Colore - Paese/Anno:USA(2010) - Distribuzione:FANDANGO - Note:Film presentato in concorso al Sundance Festival 2010

 

”Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia”, questa limpida provocazione è l’incipit di Urlo, ballata psichedelica e surreale composta dal poeta statunitense Allen Ginsberg, presentata per la prima volta alla    “Six Gallery” di San Francisco il 13 ottobre del 1955. L’opera è un lacerante ringhio di protesta contro l’America consumista, militarizzata, anticomunista, dove la disumanizzazione e l’emarginazione sessuale imperano feroci, dominando la volontà dell’uomo ridotto a larva impotente.

Due anni dopo,  il poema-culto, capolavoro d’importanza sociale, viene portato sul banco degli imputati. L’accusa, col volto dell’avvocato Ralph Mcintosh (David Strathairn), vuole bandire il testo, complice l’insostenibile paura che possa contaminare il pubblico medio, culturalmente impreparato a simili oscenità.

La difesa, organizzata dall’avvocato Jake Ehrlich (John Hamm), lotta per non gettare benzina sul fuoco dell’ignoranza, facendo luce nel garantire  un’onesta interpretazione dei fatti.                                                                                                   La decisione finale è nelle mani del giudice repubblicano Clayton Horn (Bob Balaban), guidato dai suoi ideali di conservatore e insegnante di catechismo.

La coppia di registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman promuove la freschezza dirompente dell’opera di Allen Ginsberg grazie ad una dinamica e coinvolgente sceneggiatura basata su tre cardini ben distinti ma interconnessi fino a fondersi: il dettagliato dibattito in aula, la feroce animazione e l’intervista a Allen Ginsberg.                                                                 Il processo è curato in ogni suo aspetto, garantendo allo spettatore tanta chiarezza nelle peculiarità giuridiche quanto una meticolosa cura nel ricreare l’atmosfera di un America giovane che ha paura di crescere, così come di affrontare la definizione di osceno e i limiti di espressione dell’arte e della sua natura più intima e volutamente sconcertante.                                  La forza esplosiva di Urlo e dei suoi contenuti scabrosi, alimentati dall’uso smodato del peyote, la droga allucinogena  preferita dai  protagonisti della “Beat Generation”, viene descritta in modo onirico e drammatico tramite surreali sequenze animate create da Erik Drooker, collaboratore e amico di Allen Ginsberg, che, ai cinefili più maniaci, ricorderanno la semitrasposizione fumettistica di “American Splendor” del 2003.

Magre legioni di impiegati falciate a morte da un famelico taxi guidato dalla schiacciante realtà, come il capezzolo materno che diventa collo di bottiglia in età adulta, sono tutti elementi in costante eruzione che vogliono esprimere una nuova visione, liberando il potenziale che esiste al di fuori dei rigidi  confini del conformismo nel dopoguerra.

Il terzo elemento della sceneggiatura è il romantico e intermittente flash-back, in bianco e nero, concepito su un’immaginifica intervista a Allen Ginsberg, interpretato da un James Franco in stato di grazia, che, dopo aver interpretato Milk di Gus Van Sant (qui nelle vesti di produttore) è  capace di assopire dolcemente lo spettatore mantenendolo pur sempre vigile a ogni sua sfumatura e gesto assurdo. Durante l’intervista il protagonista ripercorre le tappe della sua vita, soffermandosi sulle derive che hanno marchiato la sua anima e alimentato il suo fuoco creativo, come l’uso costante di droghe, la frequentazione di ospedali psichiatrici, le terapie di elettroshock e  gli amori omosessuali. Esperienze di pura euforia allucinogena che lo porteranno a diventare un principe indiscusso della “Beat Generation”, da lui stesso descritta come un gruppo di persone volenterose di pubblicare qualcosa e nulla piu’.

 

Luca D. Valtolina

Un film complesso, ma non complicato. Complesso perché i piani dell’esposizione si sviluppano su vari livelli, con mezzi espressivi diversi e con riferimenti spazio-temporali diversi. Vediamo innanzitutto Allen Ginsberg (interpretato da James Franco) in bianco e nero, davanti a una telecamera che racconta del suo libro in versi incriminato, accusato di oscenità, e portato sul banco degli imputati; condisce il suo racconto, con frasi frutto della sua vena creativa (come “la poesia è l’articolazione ritmica del sentimento”), con confidenze sulla sua vita e sulla sua epoca. Quindi il suo amore iniziale per Jack Kerouac (che fu aiutato proprio da Allen nel trovare l’editore che avrebbe pubblicato il suo “On The Road”), la scoperta della sua omosessualità, inizialmente descritta come una “spirale di paura”, ma poi accettata con dignità; le sue fobie verso gli ospedali psichiatrici e la pazzia (sua madre ne fu colpita) e verso tutto ciò che rappresentava a quel tempo l’America ai suoi occhi: distruzione, guerra, ingiustizie, assurde convenzioni sociali. Questo ragazzo “beat” descrive la sua società con rabbia ed esasperazione, utilizzando parole “oscene” e spinte. Il secondo piano del racconto si sviluppa all’interno dell’aula di tribunale dove si svolge il processo. Fin da subito è chiaro quale sarà la sentenza, vista l’agilità retorica dell’avvocato difensore (John Hamm), a dispetto di un’accusa impacciata  (David Strathairn). Bellissima l’arringa finale di Hamm dove si appella quasi con disperazione all’importanza di pubblicare il manoscritto come inno alla libertà di espressione, elemento fondante di una democrazia, anche in un’America conformista. Infatti, colpisce al cuore. E il giudice (Bob Balaban) deciderà per la pubblicazione. Infine, il terzo piano narrativo utilizza il mezzo espressivo del fumetto (disegni di Erik Drooker, amico di Allen Ginsberg): una vulcanica carrellata di immagini animate che si susseguono con frenesia e forza nei contenuti, come le  rappresentazioni di amplessi che cambiano forma diventando oggetti diabolici. E’ l’urlo di Allen, la sua ribellione, il suo sguardo visionario sulle cose, la sua poesia, e lo spettatore la ascolta con voracità mentre scorrono queste immagini forti e conturbanti. Il musicista di jazz è una costante in questi disegni (dal sax escono onde di note che si tramutano in immagini e significati), a rappresentare l’importanza della musica per Allen, che scriveva ascoltando note di jazz. E poi le droghe e la disinibizione, tutti comportamenti “beat” contro il sistema costituito. Tre piani continuamente intrecciati, ma che non intaccano la comprensione della pellicola, che viene digerita così com’è, senza filtri, apprezzando le immagini dell’epoca e le parole in prosa di questo genio “maledetto”.
Marta Fresolone