“Sono sicuro di avere fatto solo grandi
stronzate. Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho
fatto il cinema come fare le seggiole. Per me girare vuol dire il trucco,
l’invenzione, la magia.”
Come spiega che gli americani e i francesi
hanno apprezzato i suoi film più degli italiani?
Perché sono più fessi di noi.”
In queste poche
sintetiche dichiarazioni la semplicità e la grandezza di Mario Bava emergono in
modo chiaro. Bava viene rivalutato ultimamente in occasione dell’uscita di
Kill Bill di Tarantino, regista che ammette sempre la sua sconfinata ammirazione
per il collega italiano, nata dalla visione ripetuta dei capolavori di uno dei
registi più misconosciuti della storia del cinema.
Bava è sempre stato confinato nei circuiti del horror di serie B, e spesso è
finito ingiustamente in qualche fanzine bislacca insieme a registi di splatter
movie. Ma ricordiamo che ebbe l’onore di finire sulle prime pagine di riviste
come Positf o i Cahiers. Poi l’oblio, causato forse dal fatto che il concetto
di cinema popolare è scomparso, lasciando il posto ad un cinema sempre più
giocato su grandi cifre e su effetti speciali costosi, tanto lontani dalle
pentole per la polenta effetto vulcano e dalla trippa usata da Bava.
Un cinema fatto per le sale di seconda
visione, per un pubblico che si esaltava per la vittoria dell’eroe di turno o
si spaventava nel vedere mostri di cartapesta. Un pubblico non ancora succube
della dittatura dei vari Spielberg, Lucas che impongono con la loro sfrenata
potenza produttiva un modo di vivere falsamente democratico, facendo la gioia di
quella certa critica che ride di Bava ma dovrebbe piangere di se stessa, della
propria incapacità di ironia.
Qualche breve nota biografica; Bava nasce in Liguria nel 1914, figlio di
Eugenio, un versatile scultore, inventore, fotografo. Nella cucina di casa
impara a giocare con la pellicola, a creare i primi trucchi, stando attento a
non mescolare il cianuro di potassio con l’insalata!
Inizialmente negli anni trenta lavora come creatore dei titoli di testa delle
versioni italiane dei film americani, passando dopo breve tempo a diventare
direttore della fotografia dei più importanti registi italiani dell’epoca.
Lavora con Rossellini collaborando ai primi cortometraggi (La vispa Teresa,
Il tacchino prepotente) e a La nave bianca, con De Robertis a Uomini
sul fondo e Alfa Tau.
Successivamente dopo aver girato alcuni
documentari, entra alla Lux collaborando con Steno e con Soldati.
Come si può notare, tutt’altro che formazione artigianale!. L’incontro
determinante avviene però nel 1956: Bava viene chiamato a collaborare con Freda
alla realizzazione de I vampiri, il film che è considerato il
capostipite del cosiddetto gotico italiano. L’intervano di Bava si rivela
fondamentale, tantoche si pensa che il film sia più suo che di Freda.
Ha dichiarato Freda a proposito” Nei Vampiri facemmo a gara per
ricreare gli esterni di Parigi alla Scalera film: A Parigi si rifiutarono di
credere che quel LungoSenna fosse
girato in un cortile con l’aiuto di qualche trasparente.”
Più straordinari i mezzi usati per Caltiki, il mostro immortale di Freda;
solo della comune trippa per gatti!
Il passaggio alla regia avviene nel 1960 dopo aver collaborato a due peplum, il
“genere” dell’epoca, Le fatiche di Ercole e Ercole e la regina
di Lidia.
Per ringraziarlo della collaborazione la Galatea, storica casa di produzione
dei peplum gli offrì la regia di un lungometraggio; la scelta cadde sulla
trasposizione di un racconto di Gogol, Il Vij:
Titolo
scelto:La maschera del demonio, il primo capolavoro di Bava.
Si tratta di una storia di stregoneria, facilmente riassumibile.
Nella Moldavia del XVII secolo una strega viene condannata la supplizio della
maschera del demonio per ordine dell’inquisitore, suo fratello. Ma il corpo
non viene bruciato condannandola a vagare per la terra nelle vesti di un
fantasma.
La maledizione si perpetua; la discendente Katia viene scelta dallo spirito
della strega per diffondere la sua maledizione. La vendetta cade su due
viaggiatori che fanno resuscitare incidentalmente la strega.
Una banale storia di vampiri dunque che la capacità di Bava trasforma in
capolavoro. La vicenda narrata da Gogol viene calata in un’atmosfera
decadente, malata, colma di disperazione più che di terrore.
Fin dal questo primo film Bava si rivela un maestro nel creare ambientazioni
straordinarie, che rappresentano il punto di forza del suo cinema. L’immagine
più famosa rimane quella di Katia in un bosco con due cani feroci, immersa in
un’atmosfera indecisa tra la notte il giorno. A incarnare la figura della
strega e della sua infelice discendente Bava sceglie Barbara Steele, attrice
destinata a diventare la regina del cosiddetto gotico italiano. Con la sua
figura scarna, con la sua aria da nobile inglese incarna perfettamente
l’eroina baviana.
Il regista utilizza molto il piano sequenza, dimostrando di conoscere a fondo le
posizione baziniane. Spezzando la consequenzialità si scopre il trucco
cinematografico, evento che in un film dell’orrore significa il fallimento
pieno dell’operazione.
Un altro elemento che Bava introduce, e che purtroppo sarà utilizzato fino
all’inverosimile nei film dell’ orrore è la soggettiva( straordinaria
quella della strega che vede la maschera che le viene applicata).
Già da questo primo film( che alcuni critici considerano capolavoro
ineguagliato), è dunque possibile comprendere qual è il vero punto di forza
del cinema baviano; la creazione di atmosfere ineguagliabili.Non interessano le
storie e i dialoghi, quello che emerge è la straordinaria capacità di creare
con poco un vero e proprio mondo parallelo.
Mondo che si ottiene con gli oggetti, con la materia; in questo Bava è
inarrivabile: non interessa la direzione degli attori, categoria poco amata;
come ebbe a dire”Vorrei fare un film con soli mobili”.
Dopo il discreto successo del film, Bava torna al mitologico. Dirige
un Ercole al centro della terra che è universalmente considerato il
migliore dei cosiddetti sandaloni.
La trama è sempre la stessa; l’eroe di turno si trova a combattere con i
soliti mostri e a essere tentato dalle solite donne perfide. La novità e il
maggior interesse del film stanno nelle scene degli inferi, dove Bava può
mostrare la sua bravura. I colori sono forti accesi come nella Maschera, le
scene horror con combattimenti di zombi(peraltro appesi con i fili, che si
vedono) si sprecano.
Leggendario il modo in cui vengono rappresentati i crateri; con
pentole dove bolle la polenta!
La filmografia di Bava prosegue con un film sui Vichinghi, Gli invasori,
memorabile in quanto maggior incasso del regista e anche in quanto fra le
interpreti troviamo le mitiche sorelle
Kessler.
La carriera
prosegue con un Meraviglie di Aladino, film tra i peggiori del regista,
fatto per ragioni alimentari. Un vero e proprio pasticcio al di là di ogni
immaginazione; troviamo Vittorio de Sica nelle vesti del genio, Aldo Fabrizi nel
ruolo del sultano. Basti sapere che per mostrare la capacità di volare del
genio, vengono tagliati i piedi! A commento non posso non riportare il commento
di un critico” La regia è così approssimativa da generare uno spettacolo
affliggente anche al bambino più longamine di questo mondo”.
Nei due anni
successivi Bava gira due film, La ragazza che sapeva troppo e La
frusta e il corpo. Data l’impossibilità di poter visionare i film mi
rifaccio all’ottimo Castoro di Pezzotta, che mi servito da spunto per queste
poche note.
La ragazza che sapeva troppo si ricollega fin dal titolo alla suspense del
grande Hitchcock E’ a tutti gli effetti un giallo con componenti orrorifiche
molto forti e in un certo senso
fonda un nuovo genere; il thriller all’italiana.
Molto curate sono le ambientazioni in una Roma inedita; la sequenza in Piazza di
Spagna è riproposta pari pari da Argento in Suspiria.
All’inverosimiglianza della trama corrisponde una messa in scena impeccabile;
Bava ritorna ad essere a pieno titolo direttore della fotografia.
De La
frusta e il corpo si può dire molto poco; ritornano attori dei film
precedenti, ed è ancora
l’ambientazione a suscitare il maggior interesse. E’ il film che
maggiormente ha ispirato Corman e che
ha fatto dire a Scorsese, alunno dello stresso Corman” Mi piacciono i film di
Bava dove non c’è storia, solo atmosfera, con quella nebbia
e le signore che camminano lungo i corridoi, sono una sorta di gotico
italiano. Bava sembra appartenere al secolo scorso.”
Il film seguente
rappresenta uno dei vertici della carriera baviana; I tre volti della paura,
un film ad episodi. Un trittico veramente straordinario, composto da Il
telefono, I Wurdalak e La goccia d’acqua. Nel primo una voce femminile
minaccia la protagonista, Rosy, una prostituta.sullo sfondo una storia di
lesbismo abbastanza esplicita.
Il secondo tratto da una racconto di Aleksey Tolsoj, racconta
una storia di vampirismo dove la pietà verso i propri parenti infetti
porta alla morte.Nel terzo, un’infermiera che veglia il
cadavere di una medium, ruba il suo anello. Ci saranno conseguenze terribili.
Un vero e proprio capolavoro, ricco di fascino e di ironia. L’episodio che
svetta è sicuramente quello de i Wurdalak, dove troviamo un grandissimo
Boris Karlloff, che morì poco dopo le riprese. Bava lo ricorda come un
uomo molto mite e molto professionale,che durante la ripresa di una scena lo
abbracciò ringraziandolo perché non si era mai divertito così tanto.
L’epilogo
del film mostra Karloff su un cavallo meccanico che dice “State
attenti,sognatemi”. Intanto
passano alcune persone che muovono frasche. Il trucco è svelato palesemente con
un’operazione metacinematografica che anticipa molte pseudoelucubrazioni dei
nostri tempi. Un vero lampo di genio nel segno di quell’ironia che
contraddistingue il regista.
Non meno importante e straordinario è il film seguente Sei donne per
l’assassino. La trama è abbastanza intricata e inverosimile. Si tratta di
un assassino che uccide modelle nei modi più fantasiosi. Come si vede Seven non
ha inventato nulla..
Si tratta di un delirio pop con colori irrealistici,con una varietà cromatica
incredibile. Al confronto un film di Argento sembra un quadro naif.
Ancora una volta è l’ironia a dominare; quando alcuni critici chiesero a Bava
il significato del finale si mise a ridere. Il contenuto non ha ragione
d’essere, quello che interessa è la forma.
L’anno seguente
Bava gira un Western alimentare La strada per Fort Alamo, praticamente
invisibile. Si tratta di un western che pare riprenda pedissequamente le opere
di Leone, uguale ai tanti che riempivano gli schermi dell’epoca.
Ben più importante è il film seguente Terrore nello spazio, uno dei
capolavori della fantascienza italiana. Anche qui la trama è abbastanza
semplice; sul pianeta Astra entità estraterrestri invisibili si impossessano
dei corpi degli astronauti.
E’ chiaro che l’idea delle entità invisibili nasce dalla necessità di
risparmiare sugli effetti speciali; anche la recitazione degli attori non è un
granche.
Quella che è straordinaria è la capacità di Bava di creare un atmosfera che
poi sarà copiata mille volte; il tutto è ottenuto con alcuni massi scartati
dal set di un peplum e con le luci multicolori che illuminano la nebbia del set.
Per non parlare del mostro; uno scheletrone palesemente finto che
all’avvicinarsi degli astronauti emette una specie di lamento, ottenuto
rallentando il nastro di una qualunque registrazione.
Un film che avrà una grande influenza sul cinema successivo; pensiamo ad Alien,
non ha la stessa trama?
Il film seguente rappresenta uno dei punti più bassi raggiunti dal regista; si
tratta de Le spie che vengono dal semifreddo, con un cast
“stellare”; Vincent Price, Franchi e Ingrassia. Uno 007 all’amatriciana
sul quale è meglio far scendere un pietoso silenzio, basti il finale: Franco
esce dalla pentola degli spaghetti. Vediamo anche Bava vestito da angelo….
Il regista si
riscatta ampiamente con Operazione paura, uno dei suoi capolavori, che
influenzerà palesemente anche Fellini per il suo Toby Damnit
Un medico arriva in un paesino dove avvengono strane morti. Viene a conoscenza
del fatto che molti anni prima una bambina era morta. Pare che il suo fantasma
appaia di tanto in tanto. A spingerla al delitto è una misteriosa
contessa-medium..
I fantasmi esistono veramente nel mondo del piccolo paese. Fantasmi che
assomigliano tanto a quelli evocati da Henry James nel suo Giro di Vite, che è
il referente più prossimo del film di Bava.
La bambina protagonista, in realtà un bambino con la parrucca, diventa un
archetipo per molti film dell’orrore fino a essere citata pedissequamente da
Fellini.
Il film è sicuramente il meglio curato formalmente da Bava, che crea un luogo
della paura molto simile a quello della Maschera del demonio.
Alla domanda legittima di Bava a Giulietta Masina sulle ragioni della
scopiazzatura di Fellini, lei ripose”Sai com’è Federico”.
Il film successivo è I coltelli del vendicatore, il secondo film sui
Vichinghi di Bava. Chi lo ha visto parla di contaminazioni fra i vari generi, tra cui addirittura un richiamo ai film dei samurai. Con
buona pace dei critici postmoderni, Tarantino non ha inventato nulla.
Il 1967 è
l’anno di Diabolik, il film per cui Bava ebbe il maggior Budget della
sua carriera, 200 milioni, a cui non seguì purtroppo un buon successo di
pubblico, nonostante la presenza di attori di richiamo come Adolfo Celi o Michel
Piccoli.
Si tratta del film più pop del regista, quello involontariamente più vicino al
clima del 68. La paccottiglia e la plastica presenti nel film svelano un mondo
falso e artefatto, come parallelamente avveniva nella cultura alta. La citazione
del fumetto si trova anche in Godard e in Oshima, che attuano lo stesso percorso
di Bava, seppur nel cinema autoriale.
Il film fu definito da Kezich uno dei più brutti film degli anni sessanta,
mentre ebbe una recensione positiva sui Cahiers da parte di Narboni che parlò
di sbandamento di ordine percettivo e della poesia cinica del film.
Sono interessanti le dichiarazioni di Todini a proposito della lavorazione del
film”Per Diabolik aveva fatto con le sue mani quello che sullo schermo
sembrava un immenso garage sotterraneo pieno di macchine. Fece tutto lui, con
due lire e una pazienza da certosino,
grazie a dei vetri trasparenti…In proiezione sembrava la fine del mondo , un
ambiente di vastità pazzesca, invece era un modello inventato da lui”
Il film
successivo Roy Colt e Winchester Jack, un western svetta per la sua
bruttezza, girato svogliatamente da un Bava fuori tono. Si tratta di un film che gioca su un umorismo di grana grossa; basti sapere
che in bordello il posteriore di un vecchietto viene scambiato per quello di
una ragazza…
Di altro spessore è il film seguente Il rosso segno della follia, con
una strepitosa Laura Betti ,che d’ora in poi apparirà spesso nei film di
Bava.
Girato in Spagna in una villa appartenuta a Franco, segna il ritorno di Bava
alle atmosfere che gli più consone, quelle del cosiddetto cinema gotico.
Nel film si narrano le vicende di John Harrington, un sarto impotente, vittima
di una madre castratrice. Egli uccide la moglie, che si ripresenterà come
fantasma.
Il tema della madre castrante è palesemente ripreso da Psyco,e
l’idea del serial killer che è prigioniero di traumi infantili certo non
nuova.
Ma a Bava non interessano le vicende,
interessa l’atmosfera. Viene abbandonata la scelta di mostrare colori
irrealistici come nei film precedenti, e si sceglie di dedicarsi all’assurdità
della trama. Su tutto regna incontrastata Laura Betti, che con la sua risata
sbeffeggia tutto e tutti.
Il film successivo Quante volte, quella notte non è certo all’altezza del
precedente. Non altro che una squallide indagine su uno stupro con una struttura
che ricorda (Kurosawa mio perdoni) Rashomon.
Non mi soffermerei oltre. Solo due perle dei dialoghi Piacere,Gianni
Preda!.Parente di Gianni Morandi? Se
vuoi leggere qualcosa lì c’è l’elenco del telefono.
Successivo è Cinque
bambole per la luna d’agosto, film che Bava disprezzava, ma che è
considerato una delle sue opere migliori.
Si tratta di una storia ispirata a Dieci piccoli indiani .
L’inverosimiglianza arriva a livelli estremi, con dialoghi buttati lì per
caso.
E’ veramente un inno dal gusto anni 70, un vero paradiso per gli occhi par i
cultori del modernariato.
Nel film fa la sua comparsa un procedimento che Bava utilizzerà moltissimo nei film a venire: inquadra un oggetto sfocandolo mostrando solo
macchie di colore, oggetti che si rivelano diversi da quelli che apparivano.
Oggetti che ama più degli attori, visto che affermava”Quando devo passare da
un ‘oggetto ad un attore lo faccio malvolentieri”.
Si tratta di un film di passaggio, che segna l’inizio di una delle fasi
produttive più importanti del regista, l’ultima.
Il film seguente, Reazione a catena, è ritenuto universalmente uno dei
capolavori del regista. E’ conosciuto anche con un altro titolo. Ecologia
del delitto. Non a caso, difatti la vicenda si svolge su un’isola dove si
scontrano interessi per la costruzione di un villaggio turistico. In una serie
infinita di omicidi, se ne contano 11, si dipana una vicenda alquanto intricata,
dove la colpevolezza e il sospetto
su un personaggio vengono ripetutamente smentiti dagli avvenimenti.
La natura prende
il sopravvento, i personaggi sono trattati come gli insetti che uno dei
protagonisti colleziona, e loro vicende sembrano viste dagli occhi di un
entomologo. Anche in questo film ad
interessare il regista sembrano di più gli ambienti, descritti sempre
perfettamente.
Gli uomini e le donne che si avvicendano sull’isola sono vittime e carnefici
allo stesso tempo e giustamente pagano con una morte orribile le loro colpe.
Incredibile la sequela degli omicidi e la fantasia delle varie uccisioni; dalla
contessa, uccisa nel salone di casa dal marito, alla decapitazione della maga
Laura Betti, all’uccisione dei due amanti che stanno facendolo l’amore e che
sembrano godere ancora dopo essere stati trafitti.
Il sangue scende a profusione, senza però impietosire lo spettatore. Bava si
sofferma solo un attimo sui cadaveri, preferendo mostrare la natura, il sole ,
le albe, gli animali. Con un montaggio frenetico e con un uso della macchina a
mano strabiliante, Bava si mostra ancora una volta capace di rimettere in
discussione la propria tecnica.
Non mancheranno a
seguire i tentavi di imitazione dei vari registi di serie z, ma senza arrivare ai vertici baviani. A tutti gli epigoni,
non stancherò di ripetermi, manca sempre l’ironia, e se esiste diventa
ridicolo involontario
Il film successivo, Gli orrori del castello di Norimberga, non si segnala
per particolari novità. Si tratta di una summa dei motivi baviani, arricchita
con qualche aggiornamento, come la presenza dei distributori di Coca Cola.
Lisa e il diavolo una vicenda alquanto singolare; in Italia non fu mai visto
nella sua versione integrale in quanto fu manomesso da produttori aggiungendo
altre scene non presenti e un nudo della Koshina.
L’operazione fu
alquanto squallida, poiché si cercò di scimmiottare malamente l’Esorcista
uscito lo stesso anno. E allora non si pensò due volte di fare intervenire
un prete che cerca di esorcizzare la protagonista,imitando la famosa scena del
film di Friedkin. Un pastrocchio indicibile, che snatura la bellezza originale
del film di Bava, che ho avuto la fortuna di vedere.
In originale si tratta di una delirante storia di fantasmi, dove ogni logica
spazio temporale viene ignorata. Le morti si susseguono
senza sosta, non si comprende se siamo davanti a persone vive o natami,
mentre un sornione Terry Savalas nelle vesti di un maggiordomo continua a
succhiarsi un lecca lecca che diventerà proverbiale.
Alcune scene osano parecchio, come quella di un amplesso che avviene
davanti allo scheletro della fidanzata del protagonista, ormai morta da tempo.
Fra gli astanti riconosciamo anche Alida Valli nelle vesti della contessa, la
soffocante madre del protagonista.
Alto e basso si mescolano sempre come nei film di Bava. Basta pensare che la
colonna sonora comprende il Concerto di Aranjeuz di Rodrigo, che
accompagna le performance “attoriali” di un interprete a dir poco
imbambolato.
Purtroppo la salute di Mario Bava comincia a peggiorare e per gli ultimi film si
fa assistere dal figlio. Il suo ultimo lavoro per il cinema è Shock, un
film che sembra solo una raccolta dei film precedenti e dove non emerge nulla di
nuovo.
Il film è interessante per una sequenza dove assistiamo all’animazione di
alcuni oggetti, tra cui un
pianoforte che sembra ridere.Solo gli oggetti hanno ancora dignità nel cinema
di Bava, sempre più staccato dalle cose del cinema e sempre più pessimista
sull’uomo.
Prima di morire,
Bava riesce a collaborare con il figlio alla realizzazione di un mediometraggio
per la televisione tratto da La Venere d’Ille di Merimée.
Il racconto, secondo me tra i più belli della letteratura fantastica
dell’ottocento, narra del ritrovamento di una
misteriosa statua greca nel giardino di un ricco nobile. Per valutare la
preziosità della statua viene chiamato un antiquario da Parigi. Il figlio del
nobile sta per sposarsi con una ragazza benestante, ma la Venere del giardino lo
vuole tutto per se.
Un racconto gotico, giocato sulle sfumature tra realtà e finzione, adattissimo
alle corde di Bava, che riprende l’antico splendore.
In una messa in scena raffinatissima, struggente per la sua malinconia, viene
narrata la storia di questo amore infelice e impossibile. La figura femminile
della statua diventa un elemento profondamente inquietante, sorella delle
streghe dei primi film, una di quelle signore che girano per le stanze non
arrivando da nessuna parte.
Le fiamme che bruciano la statua alla fine del film sono l’ultima immagine del
cinema di Mario Bava, un signore
gentile e discreto che si definiva un umile artigiano.
Di questi artigiani il cinema italiano sente profondamente la mancanza.
Mauro Madini
Vai
allo speciale Mario Bava