Cinque
domande a Laura Pugno:
Ciao Laura! Come nasce una raccolta di
racconti come Sleepwalking, dove lo studio della realtà è violentemente
evidente ma c’è anche la trasfigurazione, stilistica poetica…?
“Sleepwalking” è stato scritto
nel giro di tre anni, dal 1997 al 2000. Come forse è naturale trattandosi di
una prima raccolta, c’è stato un mio rendermi conto progressivamente delle
potenzialità, dei limiti e dei segreti di una lingua, di uno stile nel momento
in cui questo stile si stava formando. Oggi non scrivo più nello stesso modo, e
posso osservare “Sleepwalking” come un oggetto compiuto, una certa quantità
di “footage” in cui il tempo è dilatato, un mondo perfettamente
orizzontale, immerso in una sorta di nebbia leggera, in cui improvvisamente si
aprono, metonimicamente, spazi di fantastico, possibilità nuove delle cose. Il
lavoro successivo a “Sleepwalking” – soprattutto le occasionali richieste
di testi per quotidiani, per riviste, per antologie, e la scrittura sul
territorio – mi ha costretto in misura maggiore a qualcosa che per me è
tendenzialmente innaturale (a livello di persona, non di lingua):
l’osservazione, e non l’intuizione, della realtà. Lavorare contro la
propria naturale inclinazione spesso può essere molto utile. È come quando, in
periodi di particolare felicità fisica, dal nostro corpo così come lo
conosciamo, con la sua morbidezza o la sua durezza, sembra affiorare un altro
corpo uguale e contrario, che non nega il primo, non esercita sopra di esso una
forma di violenza, ma invece lo completa.
Ricollegandomi alla domanda sopra, conosci
le realtà che descrivi o credi più nelle capacità divinatorie dell’arte, in
questo caso la letteratura, come peraltro il sottotitolo (‘tredici
racconti visionari’, ndr)
sembrerebbe suggerire?
Il
sottotitolo di “Sleepwalking” è stato suggerito in sede editoriale, e
sembra funzionare. Nelle mie storie c’è la presa di coscienza – e di
conoscenza – di una realtà interiore ed esteriore lacunosa, frammentaria,
oscura. Il punto di partenza è molto interno. Il mondo esiste, per me, si può
conoscere, certo sempre all’interno dei nostri limiti fisici e fenomenici,
della nostra forma, della nostra – e della sua, del mondo – intermittenza.
Poi certo, questa conoscenza è un materiale video che si deteriora, è una
mappa imprecisa che qualcuno ha preparato per noi sulla basa delle sue limitate
conoscenze, ma comunque è una prova, è una mappa. Serve a qualcosa. Ci porta
da qualche parte, dove è possibile stabilire un contatto. Se noi pensiamo
attraverso la lingua, e la letteratura rinnova la lingua muovendosi ai suoi
limiti, rigenerando le parole, come fa la letteratura a non pensare?
Il tuo stile: sono
rimasto particolarmente sorpreso
dall’utilizzo puntuale e raffinatissimo, oserei dire ‘moraviano’, della
punteggiatura. Ce ne parli…
La pratica della poesia insegna un grado
di attenzione altissimo alla lingua, a tutto quello che sta sul foglio o sullo
schermo, il nero, il bianco. Difficile dimenticare quest’abitudine una volta
che è entrata a fare parte di te. La cura della punteggiatura nella prosa
rientra in questo stato di allerta più ampio. C’è una disciplina dello
scrivere, un apprendimento che è insieme mentale e fisico: fermarsi e muovere.
Riuscire a scrivere così in fretta o così lentamente da seguire
contemporaneamente il pensiero e il corpo mentre si traducono l’uno
nell’altro. Imparare a scrivere, per me, in larga parte, è stato imparare ad
aprire dei canali all’interno della mia attenzione: direttamente nel corpo.
La tua formazione
artistica: chi e/o cosa ti influenza? All’interno della tua letteratura, il
cinema come e dove si colloca? Personalmente, tirerei fuori il nome di Michael
Haneke…
Io vengo dalla poesia, come autori vicini potrei
parlare di René Char o di Paul Celan, anche se non ho mai cercato di fare prose
poetiche, o poemi in prosa, che anzi solitamente – con qualche eccezione,
certo, amo poco. Quando scrivo poesia scrivo poesia e quando scrivo prosa è
prosa, con osmosi e scambi di parole e di oggetti, certo, ma ognuna a suo modo e
nel suo proprio. La poesia è ricerca ai limiti del linguaggio, la prosa è più
interna rispetto a quel margine. Per me, poi, la prosa è stata una scoperta
imprevista e inaspettata – fino a ventisette anni avrei giurato con Pound,
“La prosa è un’arte ma non è la mia arte” – un territorio che si è
aperto improvvisamente al di là della scrittura cinematografica, che in sé mi
ha sempre interessato, sin da quando ero giovanissima. Quello con il cinema, per
la mia prosa, è stato un rapporto in un certo senso “genetico”, a cui si
aggiunge da diversi anni un’attenzione forte per le arti visive, l’arte
contemporanea. Oggi il cinema, il video soprattutto, è dovunque, è oggetto e
progetto comune e quotidiane, ma nei miei racconti, da sempre, compaiono
videocamere, anche se a volte vengono usate in modo insolito, o anche non
vengono usate affatto. Detto questo, il
mio problema con la prosa è stato per lungo tempo la difficoltà di trovare
la storia necessaria; continuando a scrivere ho capito che esiste un nucleo di
storie necessarie, molteplici e affini, che tracciano la storia, il territorio,
“l’andatura” di uno scrittore. Qualcuno mi dice che nel mio modo di
scrivere ci sono affinità col lavoro di Wong Kar-Wai, o, potrei aggiungere, Kim
Ki-Duk. Finisco con un’osservazione di storia personale: prima di rivestire la
mia attuale posizione professionale – sono un addetto culturale del Ministero
degli Esteri – ho lavorato in riviste, siti web di cinema e una produzione
cinematografica: “Filmaker’s Magazine”, i siti dell’Agenzia ItaliaCinema
prima che rientrasse a fare parte di Cinecittà, Shortvillage.com, Cattleya.
.
La
domanda sui progetti del presente e del futuro si abbina alla “carta bianca
all’autore”: quindi, se vuoi, sentiti libera di aggiungere ciò che ti senti
di dire…
Dopo
“Sleepwalking”, ho scritto un’altra ventina di racconti, usciti su
quotidiani (“Repubblica”), riviste (“L’Indice”, “Accattone”, “il
Verri”), antologie (“La qualità dell’aria”, Minimum Fax, “Italiane
2004”, La Tartaruga, “Resistenza60”, Fernandel, “Eco e Narciso”,
Sironi, “Roma Capoccia”, DeriveApprodi) e al momento riuniti sotto un titolo
provvisorio che poi è diventato definitivo, “Islanda e altri racconti”.
Adesso,
però, ho l’impressione di aver dato al racconto (quasi) tutto quanto quello
che era in mio potere dare, e mi sto dedicando a misure più lunghe e
“narrative”. Sto completando un romanzo/romance, più che novel,
“Sirene”, e ne ho in cantiere, in fasi diverse di realizzazione, dalla prima
bozza al soggetto, altri tre. Questa sarà un’estate di lavori in corso.
Poi, continuo a scrivere
poesia. Ai primi di giugno sono stata finalista al Premio Antonio Delfini di
Modena, organizzato dalla Galleria Emilio Mazzoli che mi ha pubblicato una
plaquette, “Descrizione del bosco”, con illustrazioni di Vincenzo Cabiati.
Altri testi dovrebbero uscire a settembre nel quaderno di poesia contemporanea
delle Edizioni Oèdipus, con una prefazione di Cecilia Bello, e nel 2006 in
un’antologia di nuove voci poetiche al femminile pubblicata da Empiria.