CONTAMINAZIONI TECNOLOGICHE: IL LEGAME FRA TECNOLOGIA E SOCIETA’ NELL’ANIMAZIONE GIAPPONESE

Negli ultimi anni l’animazione giapponese è diventata un fenomeno cult, commerciale, materiale da assorbimento passivo. Ciò che è più visibile di quest’arte così peculiare, altro non è che la produzione peggiore, salvo alcuni rari casi. Sono anni che gli animatori giapponesi sfornano piccoli capolavori semi-sconosciuti, gemme che rispecchiano una visione di vita così claustrofobica, nel loro apparente ottimismo, da sembrare fauna di un altro mondo. Perché il Giappone è un altro mondo, è l’imbuto culturale che fa da cerniera fra occidente ed oriente. I giapponesi hanno una sensibilità così acuta, che riversano in ogni loro opera gli effetti di eventi che ne hanno segnato l’esistenza. Uno per tutti il terribile disastro atomico di Nagasaki ed Hiroshima. Da qui la nascita di un filone particolare, che essenzialmente è branca della fantascienza, ma tuttavia ha acquisito un effettivo valore indipendente. Tale filone abbraccia infatti tematiche comuni, primo fra tutte quel legame, così simbiotico per nascita, fra sviluppo tecnologico e società. Già E. Ghezzi aveva intuito e saggiamente dimostrato l’esistenza di questo tema nella cultura giapponese, in un indimenticabile notte di “ Fuori Orario”, dal titolo “Giappone trance mutazione” nel dicembre del 1995, notte che conteneva “Akira” di K. Otomo, di cui parlerò in seguito, “L’aculeo della morte” di K. Oguri, “Tetsuo” di S. Tsukamoto e infine “Matango” di I. Honda.

Ecco, se dovessi sancire l’inizio, il Big Bang di quest’ossessione, lo fisserei in quel capolavoro che è “Akira” di K. Otomo. Il quale però già prima con le storie brevi negli anni ’70 e con l’episodio di “I racconti del labirinto”, aveva avviato i termini di quella che diverrà la poetica otomiana. “Fermate i lavori” è il titolo di questo episodio, dove assistiamo alla strana odissea di un impiegato che ha l’ingrato compito di fermare le operazioni in un disastrato cantiere, lavori portati avanti da automi che non vogliono sentir parlare di interruzione. La chiave del film sta appunto in questa ostinata volontà di compimento, direi quasi inerziale, equipollente a quella dell’impiegato, pronto persino a sacrificarsi per l’esito della missione. La conclusione non è mostrata, è lasciata libera all’interpretazione dello spettatore, che però istintivamente tenderà verso una scelta pessimistica, vista la battaglia apocalittica finale tra l’uomo e la macchina. Questi temi, analizzati qui con risvolti ironici, saranno poi approfonditi nel film simbolo della generazione cyber punk degli anni ‘80: “Akira” datato 1988. In una Neo Tokio iper-tecnologica, devastata dalla dilagante anarchia, l’esercito compie esperimenti per aumentare le potenzialità ESP di alcuni ragazzi. Uno di questi, Tetsuo, sfuggirà al controllo.

La grandiosa ambiguità di questo film è dimostrata già nel titolo, che si riferisce ad un personaggio che non si vede, o meglio si intravede brevemente nel finale. Il progresso è un’arma che si riversa contro i suoi creatori, tocca ogni livello delle vite umane, da quello sociale a quello politico. La mutazione finale di Tetsuo è la drammatica incarnazione e rappresentazione di ciò che egli era diventato: la deformazione di un malessere provocato dallo sviluppo tecnologico e dalla ragione di Stato. Non solo, l’epilogo del film è l’esemplificazione di quel pessimismo radicale e radicato in Otomo, che trova espressione nell’astrattezza sensibilizzata nel cuore dell’anima di Tetsuo, ma anche in una coscienza privata e collettiva che ha subito le esigenze di esternalità evidentemente negative.

Tecnologia e società, dunque, ma anche tecnologia e politica, o meglio l’inevitabile intreccio di due elementi destinati alla corruzione. È il caso di “Patlabor 2” dove i terroristi minacciano con armi virtuali la stabilità politica del paese. Con un’incredibile visione profetica sui recenti fatti internazionali, Oshii firma il suo ennesimo capolavoro, portando avanti il tema che più predilige e che era già stato affrontato nel precedente “Ghost in the shell”. Con un nichilismo di base, Oshii sviluppa discorsi sulla guerra, la pace, il loro essere speculari, sulla distruzione della morale umana; un nichilismo non disperato, però, che vede nella gioventù, e quindi nel futuro, una possibile speranza di miglioramento. Ad altro mira “Ghost in the shell”, in cui assistiamo al processo evolutivo, sia esteriore sia interiore, di Motoso Kusanagi, cyborg che scopre di avere una coscienza, uno spirito nel guscio duro e freddo che è il suo corpo. “Ghost in the shell” è una sorta di “Blade runner” nipponico. È la storia di una ricerca interiore, assolutamente intimista, che culmina nella fusione, fisica e mentale, tra il maggiore Kusanagi e il criminale informatico che aveva il compito di catturare. L’unione è grandiosa, un angelo che scende dal cielo, avvolto completamente dalla luce, sancisce il loro eterno “matrimonio”. Il risultato è un passo evolutivo in avanti, un essere nuovo, un feto kubrickiano, una bambina di cui ha solo le sembianze. Nell’epilogo è l’inizio, perché i due fattori temporali coincidono, in una sorta di preservazione darwiniana della specie, ma anche del tempo, che è infinito. In questo caso il livello di sviluppo tecnologico non è del tutto negativo, ma funzionale, un mezzo quasi naturale per progredire nel processo evolutivo.
Progresso e società, tecnologia e vita, una fusione dicotomica che è propria dell’occhio giapponese, una visione pessimista che ormai è politica esistenziale, sguardo nostalgico al futuro.
Andrea Fontana