Good
bye, Lenin
di Wolfgang Becker
Le città “non sono
solo case e palazzi”, cantano i piccoli pionieri che
Christiane cerca di educare al socialismo. Sono anche, e
soprattutto, legami affettivi, intrecci di ricordi e di
progetti. Alle città si può voler bene come a una madre ed
essere capaci di giudicarne i difetti con partecipe ironia.
Ed è quello che fa il giovane protagonista di questo
delizioso film ambientato, o per meglio dire dedicato, a
Berlino Est, prima e dopo l’abbattimento del muro.
Tutto
ruota attorno ad Alexanderplatz, la grande piazza quasi
completamente distrutta nel corso della seconda guerra
mondiale e la cui forma attuale è il risultato di
interventi realizzati tra il 1966 ed al 1971. La
ricostruzione dell’Alex,
come la chiamava Alfred Doblin - e non è certo un caso che
Alex si chiami anche il protagonista - è stata oggetto di
molti studi e dibattiti. Scartata l’ipotesi di ricrearne
l’immagine del passato, prevalse tra le autorità ed i
progettisti l’idea di rafforzarne il ruolo di vetrina
della Germania dell’est.
Oltre
ad una serie di imponenti edifici commerciali e culturali,
vi sono state costruite alcune opere fortemente simboliche -
l’orologio Urania dello scultore Eric John
che segna il tempo di tutti i fusi orari, la fontana
dell’amicizia internazionale, la torre della televisione
alta 365 metri per essere visibile da ogni punto di Berlino.
Qui
attorno abita la famiglia di Alex, in uno dei tanti
“grattacieli per i lavoratori” che negli anni ‘50, cioè
prima della costruzione del muro, vennero realizzati lungo
la Stalin Allee, poi denominata Karl Marx Allee.
Sui
lati di questa grande arteria,
larga 90 metri, con 6 corsie e percorsi alberati
ciclabili, sorsero abitazioni e servizi, in contrasto con la
terziarizzazione delle aree centrali tipica della città
occidentale.
La
vicenda si svolge tra l’ottobre del 1989 e l’estate del
1990. In questi mesi Christiane entra in coma e, dopo un
periodo di apparente ripresa - “è una splendida primavera in cui sembra che
tutto sia sul punto di accadere” - muore serenamente, per
gli sforzi dei familiari che fanno in modo che non si renda
conto del “cambio della guardia” e degli sconvolgimenti
della storia o che li interpreti, grazie alle notizie
televisive che Alex riesce a manipolare, in modo opposto
alla realtà.
La
distruzione dei simboli del passato regime - esemplificata
dalla rimozione della statua di Lenin da Leninplatz -
e le profonde trasformazioni dell’ambiente fisico e
della società, dal rinnovo delle belle vecchie case del
quartiere ottocentesco di Prenzlauer Berg, destinate a
diventare di moda e ad essere occupate da altri inquilini,
alla crescente disoccupazione le vengono tenute nascoste. Le
viene risparmiata anche l’amarezza di chi nel nuovo ordine
resta indietro – “ci hanno usato per quarant’anni e
adesso ci buttano via”, dice un vecchio vicino di casa –
e che si trasforma in rimpianto per un tempo mai esistito,
quando “il
popolo lavorava per il popolo”.
Per
sua fortuna, Christiane muore prima dell’avvio dei
progetti destinati a stravolgere
l’Alex, come quello di Hans Kollhoff del 1993 che vi
prevede la realizzazione di 13 grattacieli alti fino a 150.