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My name is Tanino

Tanino vive nel piccolo paese siciliano di Castelluzzo, ma ha grandi ambizioni. Sogna la regia cinematografica e approfitta di un flirt estivo con una ragazza americana per compiere il grande passo e sbarcare negli Stati Uniti alla ricerca del suo mito, il famoso regista indipendente (in realta' immaginario) Chinawsky.
Caratterialmente Tanino e' una specie di angelo, uno di quei personaggi puri costruiti con abilita' per coniugare in modo credibile ingenuita', spontaneita', fervore giovanile e soprattutto una grande carica di contagiosa simpatia. Nella prima parte il taglio scelto da Virzi', per questa sorta di racconto di formazione, conquista proprio per la verve dei dialoghi e del giovane protagonista, il debuttante Corrado Fortuna. Anche l'arrivo negli Stati Uniti diverte per il modo di evidenziare e sdrammatizzare i luoghi comuni americani. Poi, pero', le coincidenze si infittiscono, come anche i colpi di fortuna e sfortuna da cui Tanino esce sempre con un candore che finisce con lo stancare. E' proprio l'ingenuita' di Tanino a diventare progressivamente sempre piu' stucchevole, anche se si tenta di giustificarla con i pensieri fuori campo dello stesso protagonista. O semplicemente diventa ripetitivo il modello narrativo con cui Tanino capita casualmente tra macchiette caricaturali, per poi uscirne indenne. L'America viene un po' smitizzata e un po' derisa, cogliendo contraddizioni e sfumature grottesche che non raggiungono, ma forse non ricercano nemmeno, alcun approfondimento. Dopo la leggerezza comunicativa di "Ovosodo" e il riuscito ritratto di provincia di "Baci e abbracci", ci si aspettava da Paolo Virzi' qualche cosa di piu' di una commedia simpatica ma un po' superficiale. Probabilmente sul risultato, tutt'altro che disprezzabile ma appesantito da una seconda parte che gira un po' su se stessa, hanno inciso i problemi produttivi con il Gruppo Cecchi Gori, in pieno deficit finanziario proprio nel bel mezzo della lavorazione del film.
Luca Baroncini

Colpisce del film rammendato ogni volta dal povero Virzì, coinvolto suo malgrado nelle vicende Cecchi Gori, l’atteggiamento attraverso cui il personaggio principale affronta la vita, o meglio, capita nella vita. Straparla, allude a un sogno più o meno ambito, e subito ci casca dentro. Così arriva in America. Senza punti di riferimento. Eppure tutti si occupano di lui. Persino chi non lo vorrebbe, addirittura chi lui stesso non vorrebbe. E così viene palleggiato, come in una buffa partita di ping pong, tra due famiglie stereotipizzate: quella americana con bellissima moglie annoiata e amante fatto in casa, quella italoamericana con strascichi mafiosi per niente lasciati alle spalle. Dentro tutta questa divertente confusione, dipinta attraverso le venature di una prevedibile e tranquilla commedia, alcuni camei. Intensi camei: come i ricordi che riaffiorano nella memoria di lui nei momenti difficili che quasi lo ricollegano a quello che c’è di più serio e intimo nella sua esistenza. A qualcosa che sia davvero più personale, rispetto ad una battuta riuscita. E ce ne sono di situazioni simpatiche e riuscite in quel puro stile beffardo toscano travestito di siciliano. Misto, in questo caso, ad un inglese comprensibilissimo e incastrato a pennello nell’intreccio di una storia double face.
Tutti bravi gli attori, con il ritmo giusto della battuta, degli sguardi, delle espressioni, della mimica. Anche il protagonista, Tanino, che ci è parso proprio un volteiriano “Candido, ovvero l’ottimismo” dei tempi moderni. E allora la vita cosa dovrebbe essere? Affanno oppure noia? No, ci sono anche la leggerezza e l’essere super partes attraverso una filosofia di vita che lascia che tutto rotoli via come in una commedia, salvo quei ricordi che talvolta drammatizzano, rendendole umane, anche le maschere più divertenti.
Cinzia Bovio

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