Tarantino
cita Fulci: ma chi era costui?
La
recente uscita su grande schermo di Kill
Bill Vol. 2 ha riportato d’attualità il dibattito sul
cinema di genere, soprattutto quello italiano tanto amato e
citato dalle opere di Quentin
Tarantino, rispolverando per l’ennesima volta, come
periodicamente accade, la figura del compianto Lucio
Fulci, nomade ed anarchico autore approdato all’horror
dopo anni di peregrinazioni attraverso i generi, la cui
opera nel corso degli anni è assurta al ruolo di oggetto di
culto tra gli aficionados.
Numerosissimi sono i siti dedicati – direttamente o meno
– al regista anche fuori dai confini nazionali (date
un’occhiata all’ottimo shokingimages.com/fulci/)
soprattutto in Francia, dove le malelingue spargono il
solito veleno sul fatto che oltralpe i nostri migliori
registi di genere ricevano molta più attenzione che qui da
noi; del resto è un dato di fatto che sulle colonne dei
leggendari Cahiers du cinema Dario Argento sia stato lodato sin dagli esordi,
quando in patria è stato scoperto dalla critica,
amaramente, in tempi in cui il livello delle sue opere si è
notevolmente abbassato. Constatato però che ancora oggi al
di fuori della cerchia degli appassionati del cinema “de
paura” il nome di Fulci risuona perlopiù anonimo, non
appare peregrino fare un breve excursus sulla sua carriera, evitando un
titanico elenco di opere (filmografia e quant’altro sono
facilmente reperibili sul Web) e concentrandoci sulla
seconda parte della sua attività, che dopo la “svolta
gialla” di Una
sull’altra lo ha visto intraprendere una lunga ed
articolata strada attraverso i pericolosi sentieri del
giallo, del thrilling ed infine dell’horror, per giungere
sino al gore più estremo. La vicenda artistica del
nostro, infatti, segue un percorso parzialmente parallelo a
quello di Argento, e non vorremmo farlo rivoltare nella
tomba, dato che lui ha sempre sconfessato il modello
argentiano, ed anche sul piano personale i due non si
filavano un granchè dai tempi in cui Lucio si “permise”
di girare ben due seguiti dello Zombie-Dawn
of the dead argento-romeriano senza chiedere alcunché a
Dario…
Tra
i primi gialli è possibile individuare una trilogia la
quale espresse al meglio il Fulci creatore di suspance,
e che lo vide alle prese con intrighi notevolmente contorti
da dipanare. Si tratta de Una
lucertola con la pelle di donna, Sette
note in nero e Non
si sevizia un paperino, nei quali sin dal titolo sono
espliciti i rimandi argentiani, che avevano sempre al loro
interno nomi di animali o numeri. L’ambientazione borghese
dei primi due film origina atmosfere claustrofobiche, la Lucertola
dominata da superfici lucide, spesso bianche, immerse
nell’oscurità o nella penombra di luci fioche che
penetrano trasversalmente da finestre, stipiti delle porte,
lampade. Ma il vero gioiello è Sette
note, dove le cromature si fanno più accese ed
espressioniste, dominano le tinte forti ed uno stile molto
ricercato, dominato dai sovrabbondanti zoom che traghettano
lo spettatore direttamente tra le ragnatele ed i fantasmi
della mente della protagonista. Il film possiede un’ottimo
intreccio ed una soluzione finale davvero entusiasmante,
gravida di celebri rimandi letterari. Il Paperino
si distingue invece per una non troppo celata tematica
sociale, infatti la vicenda svolgentesi in un paesino
dell’Italia meridionale ne mette in luce le
contraddizioni, l’arretratezza culturale ed il pregiudizio
feroce che porterà a conseguenze nefaste. Ma pure in
un’atipica ambientazione, l’anima thrilling del film si
caratterizza per una notevole fattura.
L’horror
puro irrompe nella decade successiva, gli anni ’80, con Paura nella città dei morti viventi (il film
citato in Kill Bill 2
nella sequenza della sepoltura e successiva
“resurrezione” di Black
Mamba) ma soprattutto con Quella
villa accanto al cimitero e E
tu vivrai nel terrore! (conosciuto pure come L’aldilà), entrambi dell’81, che consacrano
Fulci grande autore di genere. Il primo film riprende
l’arcano della casa maledetta col quale molti hanno dovuto
confrontarsi, ed inevitabilmente l’immaginario che domina
l’opera, il gotico decadente, spinge Lucio oltre i confini
nazionali verso lande anglofone. Il terrore nasce anche qui,
come nel Paperino, dalla terra, questa volta intesa non
culturalmente ma fisicamente, la cantina infatti sarà la
stanza principale della Villa.
La compiuta svolta orrorifica giunge con L’aldilà,
e scusate se insisto ma il debito argentiano non si fa
attendere, l’incipit dell’opera mostra infatti un antico
libro ed una voce off che legge una profezia che poi
innescherà il meccanismo narrativo del film (analogamente
accade in Inferno,
e per la verità anche nel successivo Tenebre).
L’opera possiede poi il fascino del racconto di un mondo
alla deriva, contaminato da mostri contro i quali gli umani
non possono che soccombere, come accadeva nella trilogia
zombesca di Romero e nei due Demoni di Bava ed Argento
(ancora lui!). L’ultima celebre sequenza resterà un
caposaldo del genere, e la celebre frase ”ora affronterai
il mare delle tenebre e ciò che in esso vi è di
esplorabile” fa il pari con la leggendaria “quando non
ci sarà più posto all’inferno i morti cammineranno sulla
terra” di Zombie.
Com’è
facile notare gli archetipi dell’immaginario del brivido,
letterari e cinematografici, vengono utilizzati largamente
da Fulci, sempre però con una notevole personalità di
visione, e precisamente una voracità nell’estremizzare la
violenza che appare un’espressione della volontà di
sbarazzarsi definitivamente di tali archetipi, di modo che
il crudele meccanismo di morte operi ancora per una volta e
poi sia definitivamente cancellato.
Attraverso
una tale chiave di lettura vanno interpretati i successivi
film di questo folle e vagamente squilibrato viaggiatore, a
partire dalla trasferta oltreoceanica de Lo
squartatore di New York, tesissimo giallo tinteggiato di
settantiano poliziottesco, in omaggio ad un genere da lui
mai espressamente praticato, ma pure di scenari urbani alla
Callaghan e come al solito di buone dosi di gore nelle
sequenze degli omicidi o meglio degli squartamenti. Si
tratta di opere spesso dal debole intreccio, poco curate
nelle interpretazioni, nella realizzazione e nella
fotografia (anche a causa del low
budget), come negli “americani” Aenigma
e Murderock uccide a passo di danza, entrambi
ambientati in un ristretto microcosmo giovanile,
rispettivamente un liceo ed una scuola di ballo, il cui tema
centrale è il giuoco delle parti che si fa strada tra le
varie rivalità tipiche dei teen-agers, creando finti
sospetti ed accrescendo di conseguenza la tensione. Murderock
è una sorta di musical e contiene numerosi rimandi a Flashdance, grande successo commerciale
dell’anno precedente. Aenigma
è invece un piccolo gioiellino; nonostante i difetti sopra
indicati, la tensione non abdica mai per i 90 minuti della
sua durata, a partire dall’ottima sequenza d’apertura
dove i titoli di testa scorrono sugli occhi truccati della
protagonista, che sarà preparata a dovere dagli amici per
un romantico appuntamento rivelatore invece della
spietatezza e crudeltà nei suoi confronti. La vendetta che
seguirà sarà l’anima del film, che rimanda in parte a Carrie,
oltre che per l’ambientazione a Suspiria
e Phenomena, ed i
cui zoom sugli occhi della protagonista riecheggiano il
mitico Sette note.
Si
tratta di opere minori ma interessanti per comprendere la
vastità dell’immaginario fulciano, e forse per
comprendere il tratto più interessante della sua opera: in
tempi nei quali, a partire dagli ’80 per affermarsi
compiutamente nella decade successiva, il cinema popolare e
di genere perde mordente e poi definitivamente scompare,
tramontando la possibilità di fare cinema “da due
soldi” fuori dagli schemi imposti dalle grandi case di
produzione, il regista romano viaggia controcorrente alla
ricerca di tutti quei filoni e sottofiloni che hanno sempre
reso vitale il cinema del passato, pagando peraltro il
pedaggio dell’invisibilità, e venendosi relegato ai
margini dell’industria cinematografica (chi ha visto i
film degli ultimi dieci anni della sua carriera al cinema?).
Eppure questo arzillo anziano, alle soglie dei ‘90 e dopo
trent’anni di carriera (il primo film è del ‘59) non si
rabbonisce affatto, anzi estremizza ancora di più il suo
discorso sul cinema dell’orrore lasciando che gli elementi
gore delle opere precedenti si moltiplichino a tal punto da
mangiarsi letteralmente tutto il resto, storia, personaggi,
suspance, paura… E’ difficile esprimere un giudizio
sulle sue ultime apparentemente mediocri opere, anche se
merita almeno una visione il misconosciuto La casa nel tempo, interessante riflessione
sull’eterno tema realtà-sogno (o meglio incubo) allegato
alla collezione Rosso Sangue che comprende pure il mediocre La dolce casa degli orrori (difficile comunque
reperirli). Pellicole quali Il
fantasma di Sodoma, Quando
Alice ruppe lo specchio e Un
gatto nel cervello, sono certamente operazioni minori e
poco riuscite nelle quali, come detto, l’effettaccio
splatter pare essere l’unico elemento che le giustifichi.
Ma forse vanno prese come delle dichiarazioni a metà tra la
provocazione e l’allegoria metacinematografica, ad opera
di un regista che prefigurava la sua imminente fine, e che
amo leggere in questo modo: in ultima analisi i gore, gli
slasher (insomma gli horror più estremi) non sono altro che
gallerie di efferatezze, giustificabili quali esorcismi,
valvole di sfogo a fronte di una realtà spesso dura e piena
di regole da rispettare, ed allora l’operazione di Fulci
giunge ad una scarnificazione del genere; dopo averlo
percorso in lungo ed in largo, ci dice che tutte le
possibili varianti del cinema del brivido sono degli
abbellimenti, spesso di grande valore ma in fin dei conti
superflui ed eliminabili, così che resti solo
l’essenzialità, il gesto di sangue nella sua manifesta
irrealtà. E tanto appare crudele ed anche voyeuristicamente
bello il gesto al cinema, tanto è tremendo ed inaccettabile
nella realtà. Sarà una mia libera interpretazione, ma la
funzione dell’horror per Fulci pare essere quella di un
esorcismo del male.
Lucio
Fulci ci ha lasciati nel 1996 alla vigilia delle riprese de MDC
– Maschera di cera, il film della riconciliazione col
produttore della pellicola Dario Argento, proprio il
medesimo giorno della dipartita del grande Krzysztof
Kieslowski; la coincidenza negò in parte al Nostro le
postume e retoriche celebrazioni di rito, ma in fondo credo
sia stato un bene, ha evitato di farci sorbire i falsi elogi
di coloro i quali in vita l’hanno sempre ignorato.
Mauro
Tagliabue