LA NEW WAVE HORROR GIAPPONESE E I SUOI EFFETTI SUL CINEMA CONTEMPORANEO  

Intervista a Giacomo Calorio

Tutto è iniziato con Ringu, un film di discrete fattezze, frutto di un regista coerente nelle sue scelte stilistiche e poetiche: Hideo Nakata. Ringu, che narra di una bambina morta che chiede vendetta attraverso una maledizione insita in un video: è l’incipit di un filone che, piaccia o meno, è diventato struttura portante dell’attuale cinematografia. Il film di Nakata si distingue per l’uso della macchina da presa, per la funzionalità dei tempi morti, che sono dilatati all’infinito, distorti tramite effetti sonori particolari ed echeggianti. È l’inizio di un’era, di un cinema che si oppone come diametralmente opposto all’horror statunitense degli anni Ottanta. Si pensi ai lavori di Raimi (La Casa) o Cronenberg (Scanners e Videodrome); l’horror anni Ottanta è retaggio della concezione orrorifica filmica degli anni Settanta. Negli anni Settanta la vera protagonista è la violenza, espressione massima di libertà individuale, conseguenza immediata del vento libertino del ’68 (Cane di paglia di Sam Peckinpah, Arancia meccanica di Kubrick). C’è già una frattura generazionale in quel periodo: negli anni Sessanta, l’horror, che non era proprio un genere, era più psicologico, basti pensare a Rosemary’s baby di Roman Polanski. Poi c’è stato un boom in cui lo smembramento del corpo, il sangue, il cosiddetto splatter era oggetto centrale della tensione filmica nel genere horror, che prendeva sempre più piede. Probabilmente capostipite di questa concezione è Non aprite quella porta di Tobe Hooper. Gli anni Ottanta utilizzano la stessa materia narrativa dell’horror anni Settanta, sperimentando sulle immagini e gli effetti speciali. Raimi punta a trovare nuove soluzioni linguistiche in La casa, Cronenberg a esplorare nuove ossessioni poetiche che caratterizzeranno tutto il suo cinema, Carpenter a mescolare cinema e politica in una visione ludica del mezzo davvero unica.

 

L’ondata orientale capitanata da Nakata appare come una specie di corso e ricorso storico; un ritorno alle origini primitive/primordiali del genere, a quella paura celata/velata che è più immaginata che mostrata; un cinema che ha molto della moda anni Sessanta. In Occidente è stato anticipato da un mago della macchina da presa quale Shyamalan, che giusto nel 1998 ha girato Il sesto senso, un film che riprende molto della cultura tipicamente asiatica della permanenza dei morti nel mondo dei vivi. Ma Ringu, così come Ju-on- The grudge di Shimizu Takahashi, propone qualcosa di alternativo. La maledizione è al centro della storia. I morti sono esseri ectoplasmatici vendicativi e per nulla paghi della loro ex-esistenza. Ma ciò che più conta è il modo in cui la regia punta a creare tensione nello spettatore: poco o nulla viene mostrato, tutto è giocato attraverso il non visto, che è diretta espressione della trasparenza astratta e per nulla fisica dei fantasmi maledetti che popolano questi film. L’innovazione non è dunque nella storia, che di per sé può anche apparire banale, ma nella scelta stilistica. Lo stile è il vero strumento di paura. Questa tendenza è accennata in Nakata, che confermerà il suo stile con un film bellissimo e sottovalutato come Dark water, probabilmente il suo capolavoro, ma è assolutizzata in Takahashi Shimizu in Ju-on in cui le mini-carrellate laterali, o i dettagli accennati sono i veri mezzi per creare terrore.

 

Questa moda è rimasta assopita fino a quando Gore Verbinski ha diretto il remake di Ringu (The ring), con Naomi Watts. È il boom. Il mercato home video è sommerso da film giapponesi rimasti per anni sconosciuti, specialmente la filmografia di Nakata, che vanta film come Ringu 2, Dark water, Chaos. Ma ciò che colpisce è che questa inattesa attenzione ha aiutato altri autori di ottimo livello a uscire dalla nicchia cinematografica della patria: si pensi a Takahashi Miike o Kurosawa Kiyoshi. Ormai si parla di una new wave horror giapponese, che presenta caratteri tipici e simili. Il tutto diviene una vera e propria moda, che ha un impatto inevitabile in tutta la cinematografia contemporanea. Film del genere sono prodotti nella stessa Asia (in Corea: l’interessante Two sister, il pessimo Phone; in Cina è prodotto The eye; nello stesso Giappone è un virus che dilaga, Miike dirige anch’egli un horror simil-Ringu: The call). In Occidente l’impatto è notevole, si scopre un intera filmografia fino ad allora sconosciuta. Ma gli Stati Uniti anziché proporre una propria versione del genere, preferiscono realizzare remake su remake. C’è aria di guadagno, così, come se non bastasse, sono chiamati gli stessi registi degli originali a dirigere i vari remake: Shimizu gira The grudge, con Sarah Michelle Gellar, lo stesso Nakata gira Ring 2, attualmente nei cinema italiani. Qui la globalizzazione culturale si palesa apertamente, ben incarnata in una produzione futura, il remake di The eye, film cinese che sarà rifatto in America ma sarà girato da un giapponese, lo stesso Nakata.

Ciò che più colpisce è che nonostante la trita ripetizione dei codici narrativi, il pubblico è attirato da queste storie di fantasmi, ne è assetato, come se avesse necessità di nuovi stimoli, di nuove paure. Ora si potrebbe iniziare un discorso sulla condizione sociologica della popolazione occidentale odierna, che essendo apatica, trova nella paura, nei brividi la soluzione di un’afasia che corrode i rapporti e le iniziative. Oppure questa ricerca di forzata paura è una fuga dalla realtà, caratterizzata da orrori veri, quelli della guerra, del terrorismo, della politica, della corruzione. Probabilmente sono esagerazioni, sicuramente trascendono il discorso informativo fin qui portato avanti. Ciò che importa è che la moda non si è affievolita, anzi sembra crescere sempre più. In sala è proiettato The eye 2, in futuro è attualmente in produzione di The grudge 2 e il remake di Dark water con Jennifer Connely. Sebbene consideri il remake una sorta di “omicidio” dell’originale, nonché una forma implicita di razzismo (Anziché rifare il film, perché non riproporre l’originale, sono gli occhi a mandorla a dare fastidio? Forse gli attori giapponesi non sono sufficientemente biondi come la Gellar?), quest’ondata ha contribuito a far luce su una filmografia precedentemente assente nel panorama occidentale. La mia preoccupazione è che questa tendenza stia traboccando dal vaso (di Pandora?), con il rischio di soffocare altre filmografie altrettanto interessanti. Ad esempio: Shiniya Tsukamoto e il suo Vital che fine ha fatto? Il bellissimo Innocence di Mamoru Oshii è scomparso? Si dice che Steamboy di Otomo non passerà per le sale ma sarà direttamente introdotto nel mercato home video; l’opera di Kurosawa Kiyoshi rimarrà ancora per molto inesplorata?
Questa non è discriminazione? 
Andrea Fontana

Intervista a Giacomo Calorio