Udine - Far East Film Festival 8
di Andrea Fornasiero
 

Spiace dirlo, per l’importanza che si attribuisce e l’affetto che si nutre verso questa manifestazione, ma l’ottava edizione del Far East Film Festival (FEFF) non è stata esaltante. La selezione delle opere in concorso per il premio del pubblico continua a soffrire della concorrenza dei festival maggiori, che si fanno di anno in anno sempre più voraci di produzioni asiatiche. Persino una vera e propria colonna del FEFF come Johnny To quest’anno non era presente con alcuna pellicola (il suo Election era passato a Cannes come farà del resto quest’anno Election 2), ma solo con un affettuoso videomessaggio che introduceva un classico di hong kong The Wild, Wild Rose, e con la piccola mostra delle sue fotografie di scena. Anche sul fronte coreano il vincitore dell’edizione 2001, Kim Ji-woon, era assente perché il suo A Bitterweet Life era già passato a Cannes. Sul fronte giapponese vi era in verità Imprint della star Miike Takashi, ma fa comunque riflettere che uno dei suoi film meno autoriali e più popolari come Yokai Daisenso abbia comunque riscosso gli interessi dei selezionatori veneziani, lasciando a secco il FEFF.

imprintQuesto trend è all’opera diremmo da almeno tre edizioni e vi si aggiunge un sensibile calo nella qualità delle produzioni medie di Hong Kong e Corea del Sud, cui il FEFF aveva però risposto nelle due precedenti edizioni con delle retrospettive di altissimo livello: Chor Yuen e la Nikkatsu. L’operazione di arginamento quest’anno non è purtroppo riuscita e Asia Canta!, la retrospettiva dedicata al musical panasiatico dagli anni ’50 agli anni ’70, dalle Filippine ad Hong Kong al Giappone alla Tailandia fino alla Cina, si è rivelata sia troppo eterogenea per essere un percorso d’approfondimento stimolante, sia priva di reali capolavori misconosciuti. L’eccezione è stato The Wild, Wild Rose che infatti è stato proiettato al teatro principale e non confinato al Visionario come il resto delle pellicole della retrospettiva. Un’edizione dunque minore, si auspica di passaggio e forse anche un po’ d’emergenza per l’impossibile reperimento dei film dell’hongkonghese Patrick Tam cui, ai restauratori hongkonghesi piacendo, potrebbe essere dedicato l’anno venturo, realizzando così un sogno di lunga data per gli organizzatori e gli spettatori del FEFF.
Il concorso ha visto imporsi, in una battaglia all’ultimo voto, Welcome to Dongmakgol di Park Kwang-Hyun su Always – Sunset on Third Street di Yamazaki Takashi. In realtà entrambi i film segnano una sorta di premio allo spirito di Miyazaki Hayao, che dal cinema d’animazione ormai estende un’influenza palpabile anche sulle pellicole Live Action. Intanto entrambi questi film si avvalgono delle musiche del suo collaboratore fisso Joe Hisaishi (che collabora anche con Kitano, ma qui usato proprio in “chiave Miyazaki”), inoltre gli omaggi, le tematiche e l’atmosfera generale di entrambe le pellicole rimandano spesso e volentieri proprio al decano maestro giapponese.  

Welcome to Dongmakgol racconta di una manciata di soldati coreani, gli uni del nord e gli altri del sud, che si trovano incidentalmente in un villaggio sperduto tra le montagne, insieme a loro anche un soldato americano sopravvissuto ad un incidente aereo. Qui gli uomini imparano prima a non attaccarsi, poi a collaborare fino a divenire amici e a lanciarsi in una pericolosa missione, forse suicida, per la salvezza del villaggio. Il film, campione d’incassi in patria, conferma la capacità della cinematografia della Corea del Sud di guardare agli orrori della guerra con uno sguardo niente affatto di parte e di voler fare i conti con la propria storia fino in fondo. L’avevamo già visto nella brutale macelleria di Tae Guk-Gi rispetto al quale Welcome to Dongmakgol è solo apparentemente meno tragico. Lo stile si diceva è fortemente influenzato da Miyazaki nella sequenza cartoonesca del cinghiale, un omaggio diretto al demone-cinghiale de La principessa Mononoke, ma più in generale la presenza di certi personaggi e situazioni abbinati allo scenario bellico risulta molto debitore dell’immaginario del maestro giapponese.  

Completamente diverso quanto ambientazione ed intenti è il corale Always, che racconta con sensibilità e pudico minimalismo della vita dei poveri giapponesi che abitano un vicolo nella Tokyo del dopoguerra. Tratto da un manga di largo successo il film ha incassato bene anche in patria, e come si diceva è debitore di Miyazaki per diversi passaggi e atmosfere, in particolare il viaggio dei bambini soli sul tram nella notte, un topos ricorrente da Totoro a La città incantata ove a sua volta omaggiava i racconti di Miyazawa. Accolto dall’ovazione del pubblico in sala è stato a lungo il favorito del concorso in virtù del calore umano e del tratteggio dei personaggi molto ben scritto, almeno fino all’ultima mezz’ora, che infusa nell’atmosfera natalizia annega i personaggi in un mare di melassa davvero duro da digerire.  

 

Al terzo posto si è piazzato un altro film giapponese Linda Linda Linda di Yamashita Nobuhiro, la tenera storia, raccontata con pacatezza e sensibilità, di una band che si ricostituisce, con una nuova cantante timida e coreana, per suonare alla festa della scuola. Il titolo del film è anche quello del pezzo che le ragazze suoneranno, un brano quasi punk cui anche il pubblico meno interessato finirà per affezionarsi alla fine della pellicola. La forza di questo film, forse il migliore dell’intero concorso, è nella leggerezza del tocco che, evitando la retorica e tenendo sotto i livelli di guardia il sentimentalismo, racconta con fedeltà e partecipazione una vicenda piccola ma importante per le quattro protagoniste. Su questa stessa riga si era visto l’anno scorso The Cherry Orchard di Nakahara Shun (del 1990 - più corale e ambizioso nel suo essere quasi in tempo reale) certamente un modello tenuto a mente dal bravo Yamashita.

Fuori dal podio, al quarto posto, è risultato il cinese Loach is a Fish Too di Yang Yazhou perfetto rappresentante di cinema impegnato, che affronta il problema dei numerosissimi migranti cinesi che passano dalle campagne alle città senza alcuna prospettiva. La messa in scena è povera ma non sciatta e anzi piuttosto rigorosa con buone idee di montaggio. Sebbene si conceda qualche espediente melodrammatico forse eccessivo, il film racconta fedelmente non solo la realtà di questa gente ma anche l’umanità dei suoi due protagonisti.

Degno di nota pure un altro film cinese, You and Me di Ma Liwen che ha maggiormente diviso il pubblico con il rapporto tra una giovane studentessa cinese e un’anziana proprietaria di una casa con cortile, che la prende in affitto. La storia fatta di nulla procede con un montaggio affascinante ma incappa in una serie di luoghi comuni sul procedere del tempo (il racconto è scandito da quattro stagioni) e sebbene il lavoro sullo spazio sia interessante le cose migliori si vedono tutte nella prima mezz’ora, e in seguito non vengono approfondite a favore della storia di un’amicizia  anche dignitosa ma piuttosto convenzionale.

Tolto il film vincitore non ha brillato il resto della selezione coreana, piacevole il film corale All for love di Min Kyu-dong e discreti anche i tre film che tornano sull’ormai quasi abusato tema del bullismo nelle scuole coreane: il demenziale See You After School  di Lee Seok-Hoon, il racconto di formazione Art of Fighting di Shin Han-sol e il poliziesco drammatico Bystanders di Im Kyung-Soo; micidiale invece il poliziesco Murder, Take One di Jang Jin, capace di incrociare malamente Il sesto senso, Breaking News e CSI in un polpettone davvero indigesto. Solo un poco meglio il melodramma Love is a Crazy Thing di Oh Seuk-geum sulle tristi vicissitudini di una donna che da moglie passa a prostituta per mantenere i figli.

Se la Corea insomma non ride Hong-Kong piange. Due tra i film peggiori del concorso vengono da qui: si tratta degli imbarazzanti Shopaholics di Wai Ka-Fai (che peccato!) e di Superkid di Cha Chuen-yee. Pure sul versante poliziesco che ha regalato in passato tante gioie agli appassionati quest’anno giunge solo l’insopportabile Dragon Squad di Daniel Lee ammorbato da effettacci e flashback oltre la soglia del sopportabile. Da dimenticare anche il melodramma con inserti da commedia (dove si cerca di ridere sui tumori al seno…) 2 become 1 di Law Wing-Cheong. Discreto è invece 2 young di Derek Yee, impreziosito da Erik Tsang e Anthony Wong, e decisamente ben scritto e girato Cocktail di Herman Yau e Longisland (sic) So, inspiegabilmente programmato alle 9.30 del mattino quando in molti l’hanno perso.

Hanno diviso, come già l’anno scorso, le pellicole di Pang Ho-Cheung e di Soi Cheung. Il primo ci prova con Isabella un melò rarefatto e dallo stile ricercato che cita (pure troppo) Wong Kar-Wai e omaggia Moretti; innegabile l’abilità tecnica di Pang, ma il film funziona solo a tratti e spesso risulta sapere di già visto. Soi Cheung torna all’horror dei suoi inizi, ma con una venatura maggiormente thriller e in Home Sweet Home racconta di una madre (interpretata da una Shu Qi qui un po’ imbruttita) che si vede il figlio rapito da una pazza che vive nei condotti del suo condominio. E’ presente e palese anche un livello di lettura politico: la donna è impazzita per uno sfratto precedente alla modernizzazione del quartiere e per la repressione degli inquilini resistenti ad opera della polizia. Le forze dell’ordine, capitanate dall’immancabile Lam Suet, sono in effetti più ostile che utile anche alla disperata Shu Qi. Personalmente trovo che: l’aspetto politico sia buttato in faccia allo spettatore, i dialoghi siano spesso indifendibili, le situazioni davvero molto più inverosimili del dovuto, e la regia, con l’uso delle impennate di volume e l’abuso dei flashback, finisca per risultare stancante; eppure a molti è piaciuto, e pure parecchio.

Probabilmente i film più interessanti di Hong Kong visti quest’anno sono due recuperi: The Imp di Dennis Yu del 1981 è stato presentato durante l’horror day e proiettato da una pellicola ricca di imperfezioni e difetti, che ha perfettamente restituito la rarità della proiezione. Il film funziona ancora oggi (a parte per la pagina di giornale assassino davvero ridicola): sia la tensione che le invenzioni non mancano di affascinare, magari non spaventano ma certo non annoiano. L’altro recupero è stata tra le cose migliori viste nell’intero festival, si tratta di The Wild, Wild Rose di Wang Tianlin, un musical in bianco e nero del 1960 con una straordinaria femme fatale dal cuore d’oro condannata dalla gelosia altrui ad una fine orribile. Dunque nonostante le atmosfere quasi comiche dell’inizio si tratta di un pellicola che non teme di parlare di miseria e di abbracciare il melodramma, il tutto senza mai perdere il senso del registro giusto e con alcune canzoni eseguite in modo memorabile dalla provocante protagonista. Una pellicola che non avrebbe sfigurato accanto ai rimpianti film di Chor Yuen visti nella retrospettiva di due anni prima.

Dalla Tailandia arriva un’interminabile storia d’amore Dear Dakanda, e un horror, Art of the devil 2, che ogni tanto regala momenti di splatter efficaci e un trova un buon finale, nonostante per il resto del tempo navighi nella noia. Yutthlert Sippapak, autore di film folli ed esilaranti, si cimenta quest’anno con un horror dai toni seri e fastidiosamente anti-abortista; il risultato di Ghost of Valentine è però ben poco avvincente. Va meglio invece con la commedia demenziale, forse il vero pezzo forte del cinema tailandese. E’ stato abbastanza apprezzato Bangkog Loco ma soprattutto M.A.I.D. ha preso la sua buona dose di applausi, con la folle storia di 4 cameriere povere e campagnole trasformate in agenti segreti, davvero esilarante, soprattutto nella prima metà. Nessuna novità poi dalle Filippine, è di nuovo presente (è il quarto anno) l’immancabile Erik Matti che stavolta tenta la carta Fantasy con Exodus, ma il risultato ricorda i Power Rangers e fa ampiamente rimpiangere l’ironia del suo Gagamboy.

A conti fatti è il Giappone che offre la selezione migliore, oltre ai due film premiati di cui si è già detto, diverse altre tra le pellicole più apprezzate e interessanti del festival sono nipponiche. Nana di Otani Kentaro è ad esempio ispirato ad uno Shojo Manga (un serie a fumetti per ragazze) di successo ed è piuttosto “carino”, pure troppo come può facilmente accadere percorrendo questa strada. Se alcuni sono rimasti conquistate dai dolci sorrisi di Komatsu Nana, una delle due ragazze di nome Nana, altri come me erano esasperati dalla sua invincibile, e anche po’ idiota, benevolenza. Ben altro registro è quello di uno degli eventi del festival, Imprint del regista cult Miike Takashi: si tratta di un mediometraggio, realizzato per la serie TV americana Masters of Horror e poi censurato dall’emittente. La speculazione è aperta sulle ragioni della censura: forse una manovra pubblicitaria, forse l’eccessivo uso di feti che in USA sono tema più delicato che altrove, forse la recitazione micidiale, sia fisica che di voce, di Billy Drago. L’episodio ha dieci ottimi minuti finali, ma fino a quel momento sa tutto un po’ di già visto e anche se ben girato manca un po’ di ritmo.

Avrebbe voluto invece essere incalzante un vero e proprio blockbuster d’azione come Shinobi di Shimoyama Ten, la cui trama ricorda quei manga dove guerrieri dalle più strane abilità sono costretti ad affrontarsi in una sorte di torneo. Il film però ha tutta un’altra morale, cui finisce per sacrificare lo spettacolo dei combattimenti in un finale decisamente troppo alla Hero; peccato anche se rimane un prodotto godibile (a margine: bellissime le attrici, inaccettabile il protagonista).

Giapponesi anche alcuni film demenziali quali Ski Jumping Pairs di Kobayashi Misaki e Mashima Richiro, un finto documentario sullo sport immaginario del salto in coppia sugli sci. A tratti esilarante, specie nella seconda parte, a tratti decisamente stupido e noioso, nonostante i soli 82’ di durata. Anche peggio va a Tokyo Zombie con l’attore cult Tadanobu Asano, dalle parti di Shawn of the dead ma senza sufficiente ispirazione.

Tre omaggi sono stati dedicati alla cinematografia giapponese. Il primo, molto pubblicizzato a dire la verità, è stata la nottata Pinku Eiga con due prodotti recenti di questa cinematografia Soft Core, solitamente fatta di mediometraggi prodotti in gran quantità e in passato officina per futuri talenti. Il FEFF aveva già dedicato ai Pinku una retrospettiva notturna nel 2002 e questa serata è stata una sorta di revival, giustificato dalle particolarità di The Glamorous Life of Shaiko Hanai di Mieke Mitsuru. Questo Pinku dalla durata straordinaria di 90’ tira in ballo niente meno che il presidente Bush e nonostante sia portatore di una misoginia delle più deteriori la stempera con ironia (e comunque gli uomini non ne escono bene a loro volta) e trova un momento esilarante mentre Bush Jr. spiega i suoi piani per la conquista del mondo. Certo poteva pure durare di meno, ma si è comunque trattato di un’esperienza di visione bizzarra e originale. Bittersweet invece, dello stesso regista, si è rivelato essere un Pinku più tradizionale con ambizioni autoriali che non riescono però a convincere.

Grande spazio, soprattutto all’interno della retrospettiva Asia Canta! ma non solo, è stato dedicato a Inoue Umetsugu, di cui ha lasciato una buona impressione soprattutto il film non musicale The Winner, storia di un ballerina e di un pugile (purtroppo non sottotitolato in versione video e di cui pertanto non posso aggiungere altro). I suoi film musicali sono risultati piuttosto gradevoli, ma anche ingenui e vittime di vistosi segni del tempo.

Infine l’omaggio al regista Jissoji Akio e allo scrittore Edogawa Rampo da cui ha tratto tutti i film presentati al festival. Rampo, il cui nome è un anagramma di Edgar Allan Poe è stato ispiratore anche di alcuni film di Tsukamoto e del recentemente scomparso Ishii Teruo, tra cui la sua opera più celebre Horror of the Malformed Men del 1969. I racconti scelti da Jissoji riguardano tutti degli omicidi, piuttosto machiavellici e perpetrati in atmosfere decadenti tra personaggi perversi, spesso però con aspirazioni artistiche. Un investigatore interviene sempre a svelare le loro trame, un aspetto del racconto questo che al cinema funziona tradizionalmente pochino e che finisce per appesantire anche alcuni dei lavori di Jissoji, formalmente ricercatissimi, perennemente immersi nel buio, claustrofobici e malsani nelle inquadrature storte e rifrante dai numerosi specchi. Il migliore di questi è infatti risultato essere A Watcher in the Attic del 1994, di soli 74’, ove la spiegazione finale è assai ridotta e sublimata in un clima di perversa fascinazione. Cosa che non riesce altrettanto bene nel successivo Muder on D Street del 1997, oltretutto formalmente davvero molto e forse troppo simile al precedente, come del resto accade in parte anche al suo episodio in Rampo Noir.

Quest’ultimo film (del 2005) è un’opera collettiva dedicata allo scrittore giapponese e tra le pellicole più interessanti dell’intero festival. Diviso in quattro episodi di cui il primo, di Takeuchi Suguru, muto e breve vicino allo stile di Tsukamoto, con corpi nudi che si dibattono sull’incalzare di un un’incessante rumore bianco; il secondo di Jissoji di cui si è già detto; il terzo di Sato Hisayasu, intitolato Caterpillar, è giocato di nuovo sulle più estreme perversioni dell’arte: da un’idea di partenza simile a quella di Boxing Helena (un uomo senza arti come opera d’arte vivente) viene sviluppata una mezz’ora di cinema davvero disturbante e crudele come nelle migliori opere di Miike; Il quarto, di Kaneko Atsushi, che si rivela presto un delirio mentale tra putrefazione, ipocondria e visioni pop e psichedeliche vicine a Tadon and Chikuwa di Jun Ichikawa (passato al FEFF alcuni anni fa dividendo il pubblico) e che personalmente ho trovato solo poco meno irritante.

Nel complesso sono poche le cose che davvero hanno destato interesse o hanno catturato la platea, troppo poche in assenza di una retrospettiva memorabile. D’altra parte non può essere sempre tempo di Nikkatsu, restiamo fiduciosi per l’anno venturo.

FEFF 2006: materiale stampa