L'amico di famiglia
Regia : Paolo Sorrentino
Sceneggiatura : Paolo Sorrentino
Fotografia : Luca Bigazzi
Musiche : Teho Teardo
Montaggio : Giogiò Franchini
Cast : Giacomo Rizzo, Laura Chiatti, Fabrizio Bentivoglio, Clara Bindi, Gigi Angelillo, Roberta Fiorentini, Alina Nedelea, Marco Giallini, Barbara Valmorin, Elias Schilton.
Anno : 2006
Nazione : Italia
Distribuzione : Fandango
Durata : 110'
Genere : drammatico
Geremia de Geremeis, sarto e usuraio dell'agro litorale pontino, cuce, conserva e mangia gelosamente gianduiotti, pratica l'usura. Una vita talmente sordida e abitudinaria può essere sconvolta dalle conseguenze dell'amore? L'incontro con Rosalba, appena nominata Miss bellezza locale, sembrerebbe far pensare di sì.
L'analisi del terzo film di Paolo Sorrentino, napoletano classe 1970, obbliga a rivelare l'assoluta attenzione precedentemente dedicata al suo lavoro di sceneggiatore e regista, altrimenti si potrebbe affrettatamente ipotizzare che, in una qualche maniera critica, con Sorrentino “ce l'abbiamo a morte”. Così non è, e anzi è l'esatto contrario; resta il fatto, tuttavia, che ai nostri occhi L'amico di famiglia resta un'opera clamorosamente sbagliata nonché, spingendoci molto avanti, un pericoloso avvicinamento all'ipotesi di punto di non ritorno stilistico e tematico. Lo si dice con il calore e la rabbia del fan che vede applicato un ottimo metodo alla causa sbagliata.
Proseguendo il suo importante lavoro di disseppellimento dello squallore italiano contemporaneo iniziato con gli anni '80 de L'uomo in più (che, si crede, continuerà nel suo imminente nuovo lavoro, Il divo , dedicato alla figura di Giulio Andreotti), Sorrentino esaspera il suo metodo di indagine senza produrre quelle scorie che, si immagina, si era preposto. Preposto, già, perché il suo terzo film, innanzitutto, porta a livello di assoluta coscienza la costruzione a tavolino della sua idea di cinema, stile e contenuti ovvero. Non che la sempre più fredda matematica con cui imprigiona, sia fisicamente sia verbalmente, corpi e anime lacerati sia un “non ci piace” a priori; lo diventa, in ogni caso, laddove la maieutica cede il passo all'egocentrismo. Ne L'amico di famiglia il patto tacito fra autore e spettatore, il dialogo interno che è condizione necessaria e spesso non sufficiente viene a mancare perché, si suppone, non è mai stato meditato, pre-pensato, mediato poi attraverso le immagini. Non solo: a cadere è anche la maieutica interna, la possibilità, cioè, di utilizzare la componente verbale con fini di arricchimento narrativo e psicologico. La dialettica del film, invece, rintuzzando di frase in frase a seguire una logica alchemica e astratta che era forse, e di fatto è, solo nella testa del regista, si riduce a una serie di evasivi mots che, nel loro dire e non dire, dovrebbero comprendere e/o completare il quadro umorale dei protagonisti e invece sono didascalie per supportare ciò che l'immagine non riesce a dire. La risultante, parafrasando una frase de L'uomo in più , vorrebbe essere apodittica, invece non mostra né dimostra; applicata poi al pedinamento ossessivo-compulsivo del protagonista (lo si segue finanche in un interno borghese pieno di palloni da pallavolo, sintomo di una ricerca astratta che è facciata vuota e, si osa dire, imbarazzante), inquadrato all'interno di una liturgia di movimenti di macchina che di nuovo intende produrre scarto e antitesi, produce un contrappunto poetico che è, più che altro, schizofrenia pedestre. È come se Sorrentino, sentendosi sdoganato dagli obblighi di fiducia nei confronti del pubblico, avesse dato libero sfogo a ogni sua perversione tecnica (non si dice, per pudore, immaginifica): fatto tanto più grave se, a partire da questo dato di fatto (cosa ci dovrebbe dire il pesce sbattuto in faccia alla macchina da presa e agli spettatori, se non che il gioco condotto dal regista è scadente e amatoriale?), si potesse supporre che questo è il suo film più sentito e più sintomatico della sua personalità artistica. Se dalla parte dei contenuti Sorrentino stilizza e assottiglia il suo interesse verso il bizantino, verso l'astratto, dalla parte dello stile continua a perseguire la ricerca opposta: ma ciò, che funzionava meglio ne L'uomo in più e ancora, sia pure con sospetto, ne Le conseguenze dell'amore , qui non si traduce automaticamente in una visione del mondo, nonostante l'evidente amore dell'autore nei confronti dei suoi personaggi. Amore che sempre più, peraltro, specie nei personaggi di contorno (solitamente il punto di critica unanime, insieme al punto di vista femminile, verso l'opera di Sorrentino) appare insincero, traducendosi ora in una scopofilia senza freni inibitori - e si citino “i siparietti di biasimevole volgarità (le prostitute nella vasca, i gladiatori che parlano in dialetto sembrano avanzi di un altro film)” riportati da Emanuele Di Nicola.
Non si vuole tirare troppo la corda del nodo scorsoio, per rispetto e fiducia, ché di convinzioni ne avremmo davvero poche. Ciò che più spiace dire, e che diciamo per non mentire a noi stessi in primis, è che un film come L'amico di famiglia è il classico film “retromarcia”, almeno per quanto riguarda la critica: induce a frenare gli entusiasmi finora dispensati, conduce a rivalutare criticamente l'opera precedente del regista, obbliga al ripensamento critico e, maliziosamente, al sospetto. Come un tarlo del male, insomma, il film ci ha intimamente contagiati, “l'amico di famiglia” è davvero diventato il nostro più prezioso consigliere, satanasso invisibile che istruisce all'abbrutimento e al malanimo. Solo allora, in tal senso, L'amico di famiglia ci appare un film convincente e riuscito.