SHAKTI: THE POWER
Id. India, 2002
durata: 178’
Regia e sceneggiaura: Krishna Vamshi
Coreografie: Farah Khan.
Fotografia: S. Sriram.
Scene: Priten Patil.
Musiche: Ismail Darvar; testi: Mehboob.
Int: Karishma Kapoor (Nandini), Nana Patekar (Narasimha), Sanjay Kapoor (Shekhar), Shahruk Khan (relitto), Jai Sidhwani (Raja), Deepti Naval (madre di Shekhar), Aishwarya Ray (ragazza del sogno), Vijay Raaz (Beecha), Prabhu Deva (cameo)
Pr: Boney Kapoor, Sridevi, per Sridevi Productions.

Shekhar torna in patria con la moglie Nandini, indiana canadese che non ha mai messo piede in India, e il figlio piccolo Raja. Il padre di Shekhar, Narasimha, è il potente boss di una zona rurale, da generazioni in guerra con un’altra famiglia del luogo. Il marito della sorella di Shekhar è appena morto in un attentato. Inutilmente il giovane tenta di distogliere il padre dai suoi propositi di vendetta: sarà lui stesso a fare le spese di questa violenza cieca, destinata a ripetersi in un karma infinito. A Nandini viene impedito di portare via il proprio figlio, perché "sangue del sangue" di Narasimha: egli vuole farne un guerriero e un vendicatore. In tutto questo entra in scena uno strano e bizzarro personaggio (Sharhuk Khan) il cui sogno più grande è andare a Dubai e diventare ricco, ma che

invece non fa altro che passare da una prigione all’altra: alla fine gli toccherà la parte dell’eroe nel salvare Nandini e Raja.

Scritto e diretto da Krishna Vamshi e prodotto da Boney Kapoor, Shakti porta alle estreme conseguenze la pratica del pastiche tipica del cinema hindi. C’è veramente di tutto: dal western al Padrino, dalle arti marziali agli immancabili numeri di canto e danza (pochi, qui, a dire il vero), su musiche di Ismail Darvar e Anu Malik e testi di Mehboob. Ci sono interpreti formidabili, a cominciare da Karishma Kapoor, bellissima, nel ruolo di Nandini, Nana Patekar, il crudele e bifolco Narasimha e Deepti Naval, la madre di Shekhar (Sanjay Kapoor). E c’è un’iconografia della violenza che va dai fori di pallottola di Sam Peckinpah alla brutalità stilizzata e grottesca di Woo e Tarantino. Tutti questi paragoni per tentare un aggancio con parametri che conosciamo. Ma davvero Shakti apre uno squarcio nuovo e potente su una cinematografia a noi pressoché sconosciuta. Non tanto per una profonda "indianità", ché anzi si avverte fortissimo il modello occidentale a diversi livelli: nell’attraversamento dei generi, nel montaggio serrato, non ultimo in alcune coreografie (in particolar modo quella del sogno dello "sbandato", nella seconda metà del film, nonché quella del combattimento alla Matrix) e persino in certi ritmi musicali. Ciò che invece decisamente sorprende, per l’intera durata del film (quasi tre ore: uno standard per i film di Bollywood) è l’estrema eterogeneità dei temi e soprattutto delle forme del racconto. Una struttura incredibilmente sconnessa e squilibrata, con un protagonista che esce di scena a metà film e un altro che entra a un’ora dalla fine (dopo due terzi di pellicola!); con l’alternarsi di sequenze decisamente tragiche, tesissime, venate da atmosfere quasi horror – i ripetuti inseguimenti di Nandini e del figlioletto, da parte della banda dell’implacabile genero (Nana Patekar) e i tremendi pestaggi e torture psicologiche di cui la donna viene fatta oggetto – con altre di un umorismo greve o lievemente surreale, spudoratamente commerciali – quelle, in particolare, che vedono protagonista l’attore Shahruk Khan, un vero e proprio elemento estraneo nel corpo del film.

Si va dal conflitto acceso e inconciliabile tra due culture distanti anni luce (nonostante l’origine sia la stessa), dalla battaglia che Nandini combatte da sola, con la disperazione e la forza che solo una madre può avere, da personaggi con una personalità tutt’altro che lineare, con un marcato spessore psicologico, a momenti di puro intrattenimento, a personaggi come lo "sbandato" che sembrano usciti da un fumetto, o dal crogiolo del peggior cinema postmoderno americano. E sono proprio questi passaggi a determinare il profondo stupore, in base al quale accade che ci si senta soggiogati, avviluppati e ubriachi, oppure semplicemente disgustati e offesi dalla totale mancanza di senso della misura, magari con la ferma convinzione che "fosse stata una produzione americana, avrebbero tagliato almeno metà del film". Menomale che non è una produzione americana. Ma forse è davvero troppo persino per un film indiano!
La bellissima Karishma Kapoor, ventotto anni, è comparsa fino ad ora in ben cinquantanove film.

Vittorio Renzi

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