Louis Riel

Scheda:
Autore: Chester Brown
Editore: Coconino Press/Black Velvet
Formato: brossura, 290 pagine
Prezzo: 15,00 euro
 

Che dire di Louis Riel e del suo autore, il canadese Chester Brown? Mi aveva commosso e incantato con l’epica adolescenziale di Non mi sei mai piaciuto (Black Velvet), un quadretto delicato e minimalista di piccole speranze e ancora più piccole disperazioni giovanili, dove il “piccolo”, nel particolare punto di vista adottato da Brown (la partecipazione totale con lo sguardo dei suoi protagonisti), era ovviamente gigante, insormontabile.

In Louis Riel, uno degli autori chiave del “rinascimento” del fumetto alternativo degli anni Ottanta si confronta invece con la storia patria, focalizzata sulle gesta eroico-solitarie di una personalità contrastata e antigovernativa che, alla fine del diciannovesimo secolo, dedicò tutte le proprie forze in favore della popolazione métis (mezzi bianchi mezzi indiani autoctoni: meticci) invisa e schiavizzata dal governo centrale canadese.

Con una narrazione minuziosissima dal punto di vista storico-documentaria (si vedano le note e la bibliografia a fondo volume), Riel ci rende sì partecipi di una porzione sconosciuta ai più di civiltà e Storia avviate verso il progresso e riesce a gestire bene sia le diverse fonti sia i diversi stili da applicare alle tematiche che si sviluppano: col suo sguardo sereno e ironico, Brown sa sfruttare le potenzialità del fumetto (la ripetizione su tutte: si vedano l’ultima parte ambientata in tribunale – cupa e virata infatti sul nero e l’ossessionate iterazione di campo/controcampo – o tutta la sequenza [forse la più bella dell’intreo fumetto] della fuga sulla neve da pagina 61 a pagina 67) e crea un vero e proprio romanzo, politico e sfaccettato, appassionato ma non sempre appassionante. Già, perché la narrazione distaccata finisce per prevalere sui sentimenti delle persone e la sovrabbondanza di balloon e didascalie esplicative, sia pure spesso necessarie per una chiara comprensione di eventi a noi tanto lontani e ignoti, indebolisce lo stile visivo e l’accurata composizione delle tavole/vignette (sempre sei vignette di ugual forma e misura per tavola). Amando esplicitamente la chiarezza delle opere di Hergé, Brown si ispira dichiaratamente alla “linea chiara” della scuola franco-belga, peraltro molto adatta a creare contrasti evidenti con un racconto così oscuro e complesso, e al grafismo delicato di Harold Gray per Little Orphan Annie; anche se poi la minuziosa descrittività paesaggistico-umana è debitrice anche degli autori conterranei contemporanei, Seth e Rabagliati in testa.

Nella lodevole volontà di non rendere accattivante una storia vera intricata e sofferta, Brown non accentua altro che l’epica quotidiana di eroi quotidiani, impegnati a risolvere problemi sociali e non mostri-metafore della fantasia: tutto ciò è necessario, certo, ma anche difficoltoso da leggere e poco coinvolgente. Ma ce ne fossero di fumetti politici di questa portata…