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Death door
di Jonas Quastel
La protagonista è Molly, e
il ritmo della sua vita è scandito da visioni di morte e assassini; viene
rinchiusa in un ospedale psichiatrico per essere curata (anche se assomiglia di
più ad una galera), ma i le terapie e i farmaci non producono alcun risultato
confortante. Da Praga arriva una soluzione possibile: un famoso psichiatra mette
a punto una nuova tecnica di cura mentale basata su sbalzi temporali e spaziali
in una realtà virtuale, gli viene affidato il caso di Molly….
Da subito la regia si presenta all’avanguardia, visionaria e vertiginosa, ma
quanto di buono prodotto nei primi minuti viene rovinato dall’apparizione di
Molly, la protagonista: per carità, ragazza carina, ma più che l’attrice di
un horror/fantascientifico avrebbe potuto partecipare al casting per bim bum bam.
Sale operatorie, malattie mentali,
metodi radicali, lo scenario è ben studiato, ma attori e dialoghi sono
veramente agghiaccianti a parte la figura del dottore che potrebbe
tranquillamente essere ripescato da un Brian Yuzna piuttosto che da Tobe Hooper.
Non esagero quando affermo che mi sembra di rivedere la combriccola di Saw 2,
man mano che si procede la situazione peggiora sempre di più, tempi morti
interminabili, pause senza alcun senso (apparente), spargimenti di sangue
inesistenti, tensione pari ad un cartone di Tom e Jerry.
Per la serie Trama accettabile/ Attori non pervenuti, le lacune accumulate
durante la visione divengono pari all’oceano indiano! L’assassino (ammesso
che sia reale) non sa proprio cosa significhi il clima di terrore e la malattia
mentale; vi è addirittura una scopiazzatura clamorosa della morte
virtuale=morte nella realtà direttamente da Matrix. Col passare del tempo il
tutto diviene inevitabilmente insopportabile (dio mio ma quand’è che
finisce?), già, perché il problema di fondo è che comunque i morti sono uno o
due in tutto il film….
Veramente pessimo
Emiliano Sicilia
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