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Ciao Giulia!, da dove viene la tua predilezione per i libri “doppi”, in cui le storie di due personaggi vengono narrate separatamente ma sono poi destinate a incontrarsi?
Perché per me la verità è al confine, distribuita tra più personaggi che devono incontrarsi per metterla insieme. La verità è metà nella domanda e metà nella risposta, nella causa e nell'effetto, nel dito e nella piaga, nella trave e nell'occhio. La madre non basta a spiegare la figlia, l'amato l'amore, nessuno sa davvero l'altro, nessuno è tanto certo dell'altro da poter parlare al posto di. Ognuno di noi è così limitato da se stesso, ognuno col suo dna e le sue circostanze, ognuno di noi così parziale: può parlare a nome proprio e basta.
I tuoi libri sono sempre piuttosto anatomici in quanto a rappresentazione realistica di situazioni e vissuti umani, poi però si stemperano spesso in finali lieti…
È vero, ho il vizio di sognare sul finale.
Come sono nati i tuoi due libri? Quale la genesi? È vero, come si sente dire, che le persone ti scrivono le loro storie e tu scelga via via le più interessanti da raccontare?
No, assolutamente, non sono un centralino, semmai rovisto tra le mie esperienze, tra le mie matasse per riprendere il filo di qualcosa d'irrisolto. Parlo solo di me, di mia pelle.
Corre voce anche che verrà fatta la trasposizione in pellicola del tuo primo libro. È vero? Ti farebbe piacere, in ogni caso? Ne vorresti essere l'autrice (sceneggiatrice)?
Guarda, il cinema non è il mio campo e non ne conosco le regole.
Posso dirti che ho venduto i diritti ma se il film si farà, chissà. Finché non vedo non credo.
Preferisco ragionare a posteriori, le previsioni non le azzecco mai, neanche quelle meteorologiche.
Il paragone con Moccia è forse per te ormai un tormentone insopportabile: in cosa ti senti, e dunque senti che anche il tuo stile e la tua prosa lo siano, differente?
I suoi personaggi si muovono molto e di solito in moto.
I miei personaggi sono più pigri, hanno rivolte profonde.
Il suo stile è visivo, il mio ritmico, il suo agghindato, il mio asciutto.
In una mia frase difficilmente si trovano due aggettivi, è tutto passato attraverso una scelta. Anche per questo abbiamo una velocità di pubblicazione diversa e i nostri libri hanno un diverso numero di pagine.
La tua prosa è breve, sincopata, sembra voler simulare il linguaggio dei nuovi giovani, quelli scritti soprattutto (sms, e-mail, chat), ma non risulta afono, anzi possiede personalità e forza.
La scrittura mi serve per vedere l'essenza, raschiare il superfluo, non mi perdo in ricami. Gli sms come tutte le rivoluzioni, come il coltello con cui si può tagliare il pane o uccidere le persone, sono utili o dannosi a seconda dell'utilizzo. Utili perché ti costringono a chiederti cos'è davvero quello che vuoi dire, devi esprimere l'urgenza di un sentimento senza sprechi di caratteri. Ma mai abbreviare il ch col k, il per col x, scrivere tvb e simili, mai scordare l'interezza né la musicalità delle parole.
Hai già in mente un prossimo libro? Quali sono i tuoi progetti futuri?
Non so, ho mille bussole in mano e nessuna direzione in mente.
La tua scelta di studiare medicina ha niente a che fare con la tua passione per la scrittura? Si influenzano forse reciprocamente? Come e quando nasce l'una e l'altra? A quando, in ogni caso, la data di laurea?
Uscita dal liceo ho scelto di non fare lettere: temevo che a forza di studiare le tecniche di altri autori, avrei finito con l'assomigliare a qualcuno. La scrittura è per me anche e soprattutto istintività, volevo tutelare quella componente primordiale, non farle subire eccessive influenze.
Io che già di mio vivevo di fantasie, avevo paura di ritrovarmi in un mondo senza contatti con la realtà: la medicina mi ricorda i materiali, le molecole, che anche gli stati d'animo, gli umori hanno una loro densità. La medicina non è una scienza esatta, ma ha un linguaggio esatto: a ogni parte minuscola del corpo è associato un nome e uno soltanto. Se si riuscisse a essere così dettagliati quando si fa la dissezione di un sentimento, non ci perderemmo in sinonimi e imprecisioni: essere padroni delle parole significa essere padroni dell'emozione.
La data di laurea, se ci sarà una laurea, ‘sta sicuro, non la dico: sono scaramantica, se non s'era capito.
Quali autori e quali libri, o anche quali film e quale musica, segui con maggior attenzione e quali pensi siano quelli che ti hanno dato maggiori stimoli e fonti di ispirazione, o a cui non hai ancora smesso di abbeverarti?
Autori: Oz, Eugenides, Lessing, Moravia, Merini, Allende, Cocteau, Kavafis, Hikmet.
Film, quelli di Truffaut, Almodovar, Ozpetek, Bertolucci.
Musicalmente: Patty Pravo, Loredana Bertè, Mina, Mia Martini, Vasco Rossi, Tiziano Ferro, e poi un mito: la Nannini, ha un senso del semplice, della metafora e della melodia che nessun contemporaneo ha.
Cos'è la scrittura per te, visceralmente?
Un pozzo, un affondo. E a volte provo a tenermi discosta, tento di mantenere una distanza di sicurezza, non affacciarmi troppo su certi abissi. Ma anche se mi allontano so che prima o poi sul foglio ci torno, c'è un ritorno elastico che mi riporta su quel precipizio.
A cosa pensi si debba attribuire il tuo successo letterario? Te lo saresti mai aspettata? Quanto credi di dovere alle tue capacità e quanto alla fortuna? Pensi che esista una ricetta standard?
Di sicuro non ha funzionato il faccino né l'età, come molti malignamente hanno detto. Ho un concetto più alto di pubblico e credo che proprio il faccino e l'età abbiano creato, come tu stesso hai sperimentato, un pregiudizio, una diffidenza iniziale.
Penso di offrire trasparenza, nei miei libri c'è nudità interiore e forse ad alcuni quella esteriore è venuta a noia.
Più capacità o più fortuna?, chiedi tu. Io credo più capacità. Per me la fortuna è quell'attimo in cui ti trovi al posto giusto nel momento giusto, ma se non hai niente di buono da far leggere, se non hai talento e non hai affinato le tue capacità, dell'occasione non te ne fai niente.
Credi, come i tuoi alter-ego femminili, nel principe azzurro? Esiste nella tua vita sentimentale?
No, non esiste e non ci credo. Semmai credo nel principe buzzurro, in maschi poco colorati ma di gesti concreti.
Nei rapporti sentimentali, credi che esistano prede e cacciatori? Tu come ti senti, maggiormente?
Esistono e spesso si confondono.
Mi sento più preda, ma non vittima, mi faccio catturare solo quando voglio.
Nei tuoi libri parli, spesso ed esplicitamente, di sesso… è un'urgenza fisiologica o un luogo comune irrinunciabile?
Parlo di amore. E come non esiste il sesso senza amore, così non esiste l'amore senza il sesso.
E non è luogo comune, è territorio di proprietà.
Nei tuoi libri, anche, ci sono sempre delle figure paterne impalpabili, assenti…
Che caso.
Come sei riuscita, con intuito o con tecnica, a immedesimarti perfettamente prima nel vissuto di un ragazzo e poi in quello di una donna adulta?
Né intuito né tecnica. Semmai sollievo: più la maschera è inverosimile più sono libera di essere me stessa. I personaggi distanti dalla mia fisicità e dalla mia anagrafica sono quelli attraverso i quali parlo più facilmente di me. Sentirsi irriconoscibili è un vantaggio, mai uno sforzo.
La madre di “Io sono di legno” si chiama Giulia… significa qualcosa?
Ma guarda che coincidenze…
La dicotomia fra il “bellone”, di cui i personaggi femminili si innamorano follemente prima di accorgersi della sua natura viscida, e il “bruttarello”, che dimostra invece di essere dolce e stabilizzante, è un topos della letteratura giovanil-romantica a cui non hai rinunciato…
Ma no, anzi, a volte il bello è rassicurante: non ha bisogno di dimostrare la propria virilità, è meno vanitoso e non ha quel senso di rivincita, la fissa di dimostrarsi capace, quel bisogno costante di affermazione.
Dino Buzzati era ossessionato dal bisogno di scrivere un capolavoro e, per quanto sfornasse effettivi capolavori, non era mai soddisfatto. Tu come ti senti e come plachi il tuo bisogno di scrivere?
Non sono ossessionata dal bisogno di scrivere un capolavoro. Mi basta che sia utile, prima di tutti a me e poi magari a qualcun altro. Ho un rapporto perimetrale e di appartenenza con la scrittura, non tengo conto delle richieste editoriali né delle aspettative del pubblico, se poi questo affare personale diventa affare comune, ben venga.
Sempre Buzzati diceva che per poter scrivere le emozioni bisogna che queste appartengano ormai al passato, per poterle analizzare con lucidità, ma poi sempre Buzzati scriverà “Un amore” proprio per tirare fuori di sé le emozioni che lo stavano tormentando in quel periodo della sua vita. Tu come e perché senti di scrivere maggiormente?
Scrivo nel doporivolta. Quando sto dentro l'emozione, non perdo tempo ad annotare, confido nella memoria che non resta nei fogli, nella memoria delle mani, degli occhi, del respiro, dei nervi, tutto quello che passo e che passa si sedimenta in me. La scrittura è fermentazione.
Molti si stanno macerando all'idea di uno spin-off su “I diari di Ludovica”, controverso personaggio del tuo primo libro…
Ma, siamo sicuri che “I diari di Alice” non siano più movimentati? Le sessualità esplicite non sono le più felici.
L'altra sera ho contato le stelle in cielo con una mia amica: erano ventiquattro. Adesso cosa mi aspetta? Questo lo dovresti chiedere alla tua amica…
Roberto Donati |