Invincibili profeti dello spazio

 

 

 

Lo spazio di visione(e rappresentazione), e' un elemento fondativo dei codici del linguaggio cinematografico, da sempre fondamentale, ma non così spesso considerato e sedimentato come dovrebbe, per accrescere un continuum della percezione retinica, confluente in una percezione spirituale, in cui materiale ed immateriale, danno origine ad una mediazione, per un pieno assorbimento fruitivo.

Le finezze filosofico-documentaristiche di Jean-Daniel Pollet, esemplificano l'idea di far riecheggiare i suoni originari del luogo di rappresentazione/visione, non come immagine/cornice, ma come elemento che ingloba e vivifica la materia rappresentata al suo interno, contrariamente al provocatorio ribaltamento teorico operato da  Guy Debord, con un azzeramento totale, uno svuotamento spaziale, che raggiunge il limite nel rappresentare l'irrapresentabile.

Jacques Audiard, con "Un Prophete", tende a concepire la spazialità del cinema, da un'angolazione particolare, spezzandola in due assetti metaforici, il mondo carcerario(nuova vita, sorta di limbo iniziatico/formativo) e mondo esterno(vita passata  e in seguito habitat futuro), insomma per Audiard l'ambiente carcerario e' limitrofo al mondo esterno e quasi sovrapponibile ad esso, le sudicie e nude mura del carcere rappresentano una microsocieta' capace di forgiare fisicamente e psicologicamente, un luogo di tutti e di nessuno, dove vigono delle regole e dove esiste una  consolidata gerarchia del potere.

Siamo abissalmente lontani dal vigore liberale e liberalizzante del cinema d'evasione carceraria, in cui il gioco di squadra e' fondamentale per combattere la politica delle istituzioni(da Aldrich a Huston, fino a Darabont) qui la prigionia diviene un non-luogo di necessita'  esperienziale e didattica, in cui si scinde il potere dal sapere, il primo diviene strumento di predominanza fisica e  bisogno primario di sopravvivenza(il potere di imporsi con la violenza e il denaro), il secondo e' un'arma più' subdola e nascosta, atta a tessere un progetto intimo, per un domani individuale.

I confini superati da Audiard, fra le due esistenze, non vengono marcati con paletti ideologici o morali, ma edificano un continuum fluido che rispecchia il viaggio esistenziale del protagonista, quasi un percorso interiore, che lega sempre più i due mondi, pizzicando la labile linea di demarcazione spazio-temporale, il fattore trainante e unificante e' il movimento, che comprime il rapporto spazio/tempo, volgendo due corpi, due anime, due nature, in un unico quadro rappresentativo.

Altro elemento da considerare come essenza determinante, oltre alla fluidità che si instaura tra i due spazi, e' il doppio movimento fisico e psicologico dei personaggi, profili nervosi ed esposti(come polar comanda!), spinti a lambire le squallide e putrescenti paludi del male, senza alcuna redenzione, quindi e' evidente che l'incastro simpatetico avviene più  a livello soggettivo, tra ragione e azione, accentuando il grado di separazione nei confronti della collettività, sotto la morsa delle architetture sociali.

Per quanto riguarda il principio di assimilazione e convivenza spaziale, anche nell'ultimo Eastwood, dietro la facciata di un' esperibile rinascita democratica, e' ben presente un allineamento territoriale, oltre i confini partitocratici, elevando simbolicamente il mondo del rugby da sport/competizione/nazionalista, a (in)credibile chiave per accedere al cuore segreto del fattore umano, ecco cosa interessa da sempre Eastwood, il fattore umano come principio biologico e politico, più' che etico e qui non dimentica di ricordarcelo, lavorando da demiurgo dietro la maschera demagogica e populista di Mandela, creando una collisione emozionale e mai ricattatoria tra l'istinto patriottico con strascichi guerreschi e la trasparenza di una certa umanità a lungo invocata e (im)possibile da raggiungere.

Ecco che profeti di spazi mnemonici e fisici, come Eastwood e Audiard,  giungono a limare gli spigoli del didascalismo narrativo e rappresentativo,  portatori di un balsamo prezioso, capace di lenire(almeno in parte), quella dipendenza ormai incistita, del lasciarsi dominare dalle immagini e ancora peggio dagli spazi percepiti oleograficamente e quasi mai ragionati.
Con la loro svolta scopico/percettiva, e' possibile ancor meglio tracciare potenti connessioni interne/esterne, tra fisico e mentale, individuale e collettivo, che rendono inespugnabili queste fortezze della ragione umana, quindi invincibili praticamente sotto ogni aspetto, senza smarrimenti nelle lost highways della faziosa e lucrosa commestibilita' di un certo cinema, ormai irrimediabilmente schiavo del peggior processo di massificazione.

Valentino Sacca'