Carrellata coreana

Costruzione di un successo (anni '80 e '90 fino al 1998)
Il boom (1999-2001)

 

Del primo cinema sudcoreano (d'ora in avanti, per comodità, semplicemente coreano), prodotto sotto la lunga dominazione giapponese della prima metà del secolo, non ci resta oggi più nulla. Sappiamo però che sin dalla sua introduzione, nel 1903, la cinematografia è sempre stata soggetta alla censura governativa. La vera e propria nascita di una produzione autoctona è degli anni '20 e continua negli '30 prima che il Giappone dirotti le risorse per fare propaganda in vista della guerra. Durante l'occupazione giapponese (1910-1945) furono banditi tutti i film che potevano ispirare sentimenti anti-colonialistici e, nei tre anni successivi alla conclusione della seconda guerra mondiale, l'occupazione congiunta Usa-Urss contribuì a fare crescere la tradizione dei film di propaganda, anche se tra il 1945 e il 1950 ci furono timidi segnali di ricostruzione.
Nel 1950 hanno inizio i tre anni di guerra civile che spazzeranno via l'industria cinematografica. Inoltre, con la successiva divisione della penisola in Nord e Sud, le maglie della censura si stringeranno ancora di più. La storia del cinema coreano può essere quindi descritta in termini di interventi da parte del governo e di resistenza a questi tentativi di interferenza.
Così accade che la produzione inizi a riprendersi nella seconda metà degli anni '50 e diventi sostanziosa nel 1959 dando inizio al periodo considerato d’oro del cinema nazionale, ossia quello degli anni sessanta, di cui ad Udine nel Far East Film Festival 2003 sono stati presentati sette film, tutti di registi diversi. Va subito detto che il cinema coreano degli anni sessanta non ha nulla a che vedere con le varie nouvelle vague del resto del mondo, e infatti assomiglia più a quello degli anni ’50 se paragonato alle cinematografie di altri paesi.
  
Barefooted Youth, The Housemaid

La rinascita del cinema coreano inizia spiritualmente con il 19 aprile del 1960, quando le proteste studentesche rovesciarono il governo autoritario e la popolazione godette di maggiore libertà, quanta non ne aveva in pratica mai avuta per tutto il secolo. I tre registi considerati portabandiera di questo momento sono KIM Ki-young, YU Hyun-mok e SHIN Sang-ok, anche se molti film venivano prodotti e il regista più prolifico era KIM Soo-yong che diresse addirittura 10 film nel solo 1967. Forse anche in Corea sarebbero sorte in seguito delle new wave, ma sotto la dittatura di Park Chung-Hee (instauratasi invero già nel 1961) il cinema fu costretto ad essere progressivamente più commerciale e i talenti degli anni sessanta si spensero negli anni ’70 e ’80, a cui seguì l’odierna rinascita del cinema coreano. Va detto che la cinematografia coreana degli anni ’60 è poco nota anche in patria, riscoperta solo di recente al festival di Pusan, e che i registi di oggi sono per lo più cresciuti con il cinema successivo, che infatti hanno odiato e da cui si sono distaccati. Alcuni registi contemporanei stanno ora cercando di riavvicinarsi a questo periodo d’oro, tanto che pare essere in cantiere il remake di The Housemaid.
Dei film presentati nella retrospettiva in verità non si ha un ricordo proprio sfavillante, spesso infatti le sceneggiature oscillano tra grossolane ingenuità e assurdità vere e proprie, ciò nonostante alcune pellicole sono riuscite a mostrare uno stile preciso e anche un certo coraggio sul versante visivo. Tutti i film del periodo sono legati al melodramma, sia esso il cardine del racconto o sia una sorta di elemento aggiunto ad un altro genere. I noir, i thriller e persino gli horror della selezione hanno sempre avuto evidentissimi elementi melodrammatici al loro interno, a dimostrare che il melodramma era una sorta di super-genere contenente a sua volta ogni possibile altro genere.
Tra i film più interessanti si è segnalato The Housemaid (1960) di Kim Ki-young: una cameriera seduce il padrone di casa e continua ad abitare con la famiglia, nonostante sia chiaramente minacciosa e abbia a che fare con la morte di alcuni membri famigliari. La trama scadrà anche nel ridicolo, ma è tanto ardita da non risultare mai prevedibile ed è mirevole la costruzione visiva quasi hitchcockiana, con la telecamera che continua ad uscire ed entrare dalla casa e la cameriera che sembra ovunque, sempre pronta a colpire.
Interessante per il suo moralismo e per il senso del sacrificio Barefooted Youth (1964) di KIM Ki-deok, storia d'amore impossibile tra una ragazza e un giovane dell'ambiente criminale; fu considerato in patria il film generazionale per eccellenza e presentava la coppia di star coreane allora più popolari. In effetti l’attore SHIN Sung-il era in ben tre dei film presentati tra cui The Student Boarder (1966) di JEONG Jin-woo in assoluto il più convincente della retrospettiva, storia di un uomo che torna a vendicarsi di una donna che l’ha lasciato. Prenderà una camera in affitto di fianco alla casa di lei e del nuovo marito e la farà impazzire con un'ossessiva melodia suonata da un'armonica. Infierirà senza pietà fino alla fine, perché a sua volta ha avuto un fato terribile. Forse il film più riuscito perché più puramente melodrammatico degli altri.
L'influenza degli Usa nella vita del paese determina, alla fine della Golden Age, una progressiva scomparsa del cinema nazionale a favore dei prodotti provenienti da Hollywood con una conseguente americanizzazione del gusto degli spettatori. Dunque il controllo ideologico non è quasi mai venuto a mancare e fino ai primi anni '90 non era strano che un regista fosse letteralmente imprigionato per via di presunte "violazioni" alla sicurezza nazionale.
La seconda metà degli anni '80 segna un cambiamento importante per l'industria cinematografica: si cerca di contrastare la veloce espansione dei network di distribuzione stranieri tramite il miglioramento delle qualità artistiche e tecniche. Gli artefici di questo sforzo, cruciale per la definitiva esplosione del decennio successivo, sono un gruppo di giovani registi i cui film ottengono anche una certa visibilità internazionale.
BAE Yong-Kyun con Why Has Bodhi Dharma Left For the East? (1989) vince il 42° Festival di Locarno, e mette in scena una parabola buddhista sulla colpa, il dolore, la morte e la pace. JEONG Ji-yeong in White Badge (1992 - primo premio al Festival di Tokio) porta sullo schermo la storia di un romanziere alcolizzato non più ripresosi dalla sua esperienza di soldato volontario in Viet-Nam. SUN Woo-Jang con Passage To Buddha (1993 - Creative Film Award al 44° Festival di Berlino), racconta del cammino spirituale di un ragazzino e CHEUL Su-Park con Farewell My Darling (1996) parla di tre fratelli che hanno preso strade molto diverse si ritrovano nel piccolo villaggio natio per il funerale del padre. CHANG Dong Lee, l'unico di questi tuttora sulla cresta dell'onda, con Green Fish, un racconto dal tocco leggero tra storia d'amore e iniziazione criminale, nel 1998 vince il Vancouver Film Festival. Lo stesso anno LEE Kwangmo con Spring In my Hometown ottiene il Grand Prix al festival di Locarno e tratta degli effetti devastanti dell'occupazione americana, raccontando di due tredicenni in un villaggio e delle violenze a cui assistono e che subiscono.

 

   
Green Fish, Whispering Corridors, Christmas in August, The Surrogate Mother

 

Ancora nel 1998 si fa notare Christmas in August di HUR Jin-ho che influenzerà i melodrammi a venire: un tranquillo fotografo sembra in pace con se stesso ma cova una terribile malattia, una vigilessa entra nel suo studio e tra loro nasce una delicata relazione. Lo spettro della morte incombe ma i personaggi mantengono una dignitosa e controllata pace interiore, parlano poco e non si baciano mai, eppure si avverte una palpabile consonanza tra le loro anime. Sempre nel 1998 Whispering Corridors di PARK Ki-hyung, grande successo in patria, dimostrerà la versatilità in diversi generi della produzione coreana, e lancerà il filone del film di fantasmi. Racconta di una studentessa morta da nove anni che ancora infesta la scuola vendicandosi, spesso non a torto, della crudeltà degli insegnanti. Non manca quindi la critica al sistema scolastico coreano che sarà aspramente giudicato in tanti film a venire.
Importantissimo è poi il grande maestro del cinema coreano, il veterano IM Kwon-taek, tuttora in attività con ben 99 pellicole alle spalle. Nel 1987 sbarca a Venezia il suo The Surrogate Woman che fa guadagnare la Coppa Volpi alla sua attrice KANG Soo-yeong. Racconto melodrammatico e sensuale, il film mette in scena la storia di una donna che accetta di divenire madre in affitto per una coppia di nobile discendenza. Non arriva invece in occidente ma vince il festival di Shanghai Seopyeonje (1993) che narra attraverso il melodramma della scomparsa del canto tradizionale pansori, metafora della modernizzazione anche spietata del paese.
Venendo al concludersi degli anni '90 ci si trova di fronte all'inizio di una straordinaria fase di crescita sia produttiva che artistica. I film coreani hanno iniziato a farsi notare ai festival e a conquistare fette sempre più ampie del pubblico, sia in patria, sia nei vicini paesi asiatici. Si tratta di un cinema con diversi ed originali autori, così come con delle linee comuni, la più evidente delle quali riguarda l'uso della violenza, più sanguigna e realistica che nei polizieschi di Hong Kong e meno grottesca di quanto accada in certe pellicole giapponesi.
Mentre verso la fine degli anni '90 Hong Kong si trova a fronteggiare una certa recessione è nel '99 che il mercato coreano esplode letteralmente arrivando a coprire il 38.5% degli incassi interni. In questo stesso anno vengono riammessi nel mercato i film giapponesi, prima vietati per la storica inimicizia tra le due nazioni, ed hanno origine anche diverse coproduzioni panasiatiche che vedono la Corea svolgere un ruolo importante.

 

Shiri, Tell Me Something, Nowhere to Hide, Chunyang

 

Il botteghino del 1999 è dominato dal blockbuster action-spionistico Shiri di KANG Je-gyu, ma ottiene un buon successo anche Attack the gas station di KIM Sng-Jin, film dai costi ben più modesti che racconta di 4 delinquenti che sequestrano una stazione di servizio. Da una vicenda che inizia come un semplice divertissement pulp emerge invece un ritratto ben poco affettuoso di tutta la moderna società coreana, dai gangster alle forze dell'ordine, agli arricchiti, da cui i giovani cercano più che altro di difendersi. Il cast inoltre comprende alcuni attori che rivedremo in film come Friend e Public Enemy.
Buoni risultati al botteghino sono ottenuti anche dai polizieschi Tell Me Something di CHANG Yoon-hyun, con un serial killer dal modus operandi efferato che forse però è una donna, e Nowhere to hide di LEE Myung-se (1999) il primo film del nuovo corso coreano a giungere in Italia, anche se solo in home-video. Arrivato con un certo ritardo non si dimostra la scelta più azzeccata: nonostante la pregevolissima cura formale, il film dà l'idea che in Corea non si producano cose molto diverse da quelle di Hong Kong (con le mazze da baseball al posto delle pistole) e che quindi a non conoscere la produzione coreana non ci si stia poi perdendo un granché. Nel 1999 vede la luce anche Lies di SUN Woo-Jang (Passage to Buddha), che giunge al festival di Venezia e colpisce, ma anche annoia, il pubblico con una relazione sadomasochista tra un professore e una sua allieva.
Un grande successo del 1999, anche negli altri paesi asiatici (sopratutto in Cina) è stato Happy End di JUNG Ji-woo, un crudele melodramma dai toni chabroliani e dall'accompagnamento musicale preso da Mozart. Happy end inoltre conferma il talento di Choi Min-sik, lanciato da Shiri e destinato ad altre grandi interpretazioni in Failan ed Old Boy.
La produzione coreana inizia a guadagnare visibilità nel Far East e il minor costo di produzione, anche per via dei più moderati cachet degli attori, porterà diverse produzioni televisive ad essere esportate ad Hong Kong e in Giappone con un conseguente guadagno per tutta l'industria. Inoltre al concorso del festival di Cannes del 2000 arriverà, per la prima volta, un film coreano. Si tratta di Chunyang di Im Kwon-taek, storia della figlia di una cortigiana che rifiuta di farsi schiava per amore del figlio del governatore e che sopporterà, infine trionfando, tormenti e torture.
I film del 2000 continuano l'ottimo momento e segnalano le opere prime di autori che diverranno molto interessanti. La commedia Barking Dogs Never Bite di JOON Ho-Bong è un ottimo esordio e tra le altre cose fa conoscere l'attrice BAE Du-na che rivedremo in Sympathy for Mr. Vengeance e come protagonista nello spassoso Saving my hubby. Molto interessante è anche il quasi sperimentale Die Bad di RYOO Seung-wan (primo film girato in 16 mm. ad essere distribuito in sala - gonfiato a 35mm.), dove la violenza è presente in modo ossessivo, come a sfidare la sopportazione dello spettatore.

 

   
The Foul King, Peppermint Candy

 

The Foul King di KIM Ji-woon vince il premio del pubblico al Far East Film Festival del 2001 ed è una brillante e briosa commedia sull'alienazione lavorativa e sul wrestling, realizzata con effetti speciali anche piuttosto costosi. Il film è stato un grande successo al botteghino e ha lanciato definitivamente l'attore SONG Kang-ho, anch'egli già visto in Shiri e destinato a divenire una delle più fulgide star del cinema coreano con le sue interpretazioni in JSA, Sympathy for Mr. Vengeance e Memories of Murder, tutti film tra i migliori film prodotti in questi anni, e non solo in Corea.
Si conferma, con Peppermint Candy, il talento di LEE Chang-Dong, già regista di Green Fish. Il suo nuovo film, interpretato dall'ottimo Sol Kyung-gu, è una spietata analisi della società coreana passata e presente: un uomo prossimo al suicidio ricorda di aver visto distrutti i suoi sogni di gioventù essendo stato: una recluta di polizia durante la repressioni degli studenti, un torturatore e infine uno speculatore di borsa, ora messo a terra dal crack finanziario. Fa parlare di sé anche Virgin Stripped Bare by Her Bachelors di HONG Sang-soo, storia raccontata due volte della relazione di una donna tra due uomini, una volta dal punto di vista della ragazza e un'altra da quello della donna cresciuta.
Ancora in questa annata miracolosa escono due film che lanciano i rispettivi registi, oggi tra gli autori più interessanti del cinema mondiale. L'isola di KIM Ki-duk, che arriva alla mostra di Venezia e viene etichettato come film shock, causando svenimenti in platea per l'efferatezza delle pratiche erotiche messe in mostra. Il film trasmette un senso di disperazione assoluta, senza scampo, in cui il dolore che i personaggi si infliggono attraverso gli ami da pesca pare quasi un atto d'amore e di liberazione. Questo, sull'onda del già citato Lies, naturalmente contribuirà a dare un'immagine del cinema coreano come di una produzione, non solo violenta, ma quasi sadica nei confronti dello spettatore. Lo stesso Kim Ki-duk sarà vittima di questa semplificazione quando l'anno successivo il bellissimo Address Unknown (2001), alla stessa Venezia, sarà giudicato con sufficienza come se il suo unico obiettivo fosse shockare lo spettatore. In realtà Address Unknown racconta di un gruppo di persone che abitano, poco dopo la guerra di Corea, vicino ad una base militare americana. Il ritratto è quello di paesaggio umano devastato, dove non una sola conversazione riesce a finire senza che si venga alle mani e dove una sorta di frustrazione autodistruttiva pervade tutti i personaggi. Il film è il più esplicitamente politico di Kim Ki-duk oltre che il suo più autobiografico, essendo il regista cresciuto proprio nelle vicinanze di una di queste basi, peccato che in un paese come l'Italia, dove le basi americane certo non mancano, non sia stato capito.

 

   
L'isola, Address Unknown, Joint Security Area

 

Joint Security Area (JSA - 2000), passato anche al Festival di Berlino, è il primo film a grosso budget di PARK Chan-Wook. E' una pellicola dalla realizzazione sontuosa, che si avvale di uno splendido cinemascope (girato utilizzando, per la prima volta in Corea, il super 35 mm), e ottiene un enorme successo in patria, superando il record di Shiri. Il tema che affronta è quello della divisione delle due coree essendo ambientato tra i militari che sorvegliano la frontiera. Park Chan-Wook dimostra subito che la sua visione del cinema è molto politica e come in molti altri film coreani non mancano le critiche agli eccessi paranoici dei regimi della Corea del Sud. Questa autocritica, a volte anche spietata, non ha eguali nella cinematografia asiatica e come vedremo è cara a diversi autori, tanto da ritornare come una sorta di fil rouge negli anni successivi. Oltre al già citato SONG Kang-ho un altro attore otterrà fama da JSA: SHIN Ha-Kyun che continuerà la sua carriera con altri film importanti tra cui Guns & Talks, Sympathy for Mr. Vengeance e Save the green planet.

Il 2001 è l'ultimo anno del boom e regala altre pellicole buone ed alcune eccezionali. Tra quelle di migliore qualità artistica va sicuramente annoverato, oltre al già citato Address Unknown, Bad Guy, in concorso al festival di Berlino e ancora di Kim ki-duk. Per molti si tratta del capolavoro del regista, anche se chi scrive gli preferisce il film precedente. Bad Guy racconta della relazione di amore e dipendenza tra una ragazza costretta a prostituirsi e l'uomo che la costringe a farlo, ancora dunque una storia lancinante e disperata. Più metafisico delle opere precedenti, articolato su differenti livelli temporali e di realtà si conclude con un doppio finale, uno reale ed uno immaginario, ma nessuno dei due lascia un minimo spiraglio di luce: entrambe le soluzioni presentate sono di un pessimismo assoluto, così assoluto da divenire un po' meccanico.

 

 
Bad Guy, Friend (a destra Jang Don-Kung)

 

Presentato in Italia al festival di Torino, che ospiterà altri film coreani gli anni a venire, è l'ottimo Friend di KWAK Kyung-Taek, che supera in incassi JSA. Narra del passaggio dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta di quattro ragazzi "del quartiere", che prenderanno strade diverse. Due gangster, un proprietario di karaoke e una sorta di intellettuale, le cui vicende personali, spesso tragiche, si intrecciano attraversando la sofferta storia del paese. L'inizio avvolto nelle atmosfere fumose di Pusan ricorda quasi la vecchia New York di C’era una volta in America, ma anche Bronx e Sleepers. Con il crescere dei personaggi assistiamo alla brutalità del sistema scolastico coreano e al dividersi dei quattro amici, che ritroveremo nell'amara ultima parte tra cruenti regolamenti di conti tra gangster e afflati tragici che donano al film una solida classicità. Friend inoltre lancia un'altra star del cinema coreano: Jang Dong-Kun che rivedremo in The Coast Guard, ma anche in altri film dal grosso budget come 2009: Lost memories e Tae Guk Gi, questo attore tra l'altro ha tratti meno marcatamente coreani della media ed è probabilmente il più esportabile tra i divi di questo nascente star system. Friend esce in alcune sale europee, come quelle dei paesi scandinavi, e in Italia è il primo film coreano ad essere passato su TELE+, peccato che il doppiaggio sia tra i più inascoltabili che ci sia mai capitato di sentire.
Se già Friend è un investimento consistente per l'industria coreana è addirittura magniloquente lo sforzo fatto per Musa coprodotto infatti con la Cina. La pellicola è un’epica medievale che segue la fuga verso la Corea di una spedizione diplomatica attraverso il deserto cinese, quasi nessuno però ritornerà a casa. Girato con tecniche molto moderne (forse con qualche eccesso), come le riprese accelerate e sfocate, uguali a quelle della prima battaglia del Gladiatore, e con costumi, armi e ambientazioni molto curate, il film non ha nulla da invidiare alle produzioni americane e anzi ha parecchio da insegnargli, sia per il respiro epico che per la cruenza delle battaglie, che soprattutto per il coraggio narrativo. Lo sterminio dei personaggi principali, tutti in realtà piuttosto sfaccettati, a volte nobili e a volte detestabili, pare senza pietà come in una sorta di Mucchio selvaggio medievale.

 

Musa, Failan (a sinistra Choi Min-sik)

 

Un'altra coproduzione, questa volta con Hong Kong, è il melodramma Failan di SONG Hae-Sung con Cecilia Cheung e il grande Choi Min-sik. Un gangster fallito ha accettato, per un piccolo tornaconto, di sposarsi ad una donna che non ha mai visto dandole la possibilità di lavorare in Corea. La donna è malata e il gangster è costretto ad un patto che lo manderà in prigione. Vediamo scorrere la vita della ragazza cinese Failan già con la coscienza della sua morte e seguiamo il gangster in una progressiva, quanto tardiva, presa di coscienza di una vita che non ha mai avuto. Il film sorprende soprattutto per la apparente semplicità con cui sa mischiare diversi generi e registri narrativi, toccando sempre i tasti giusti al momento giusto.
Altre notevoli produzioni sono le commedie: Kick the moon di KIM Sang-Jin, sulle vite parallele di due studenti che divengono insospettabilmente un boss e un insegnante; Hi! Dharma! di PARK Cheol-kwan, che propone l'incontro-scontro tra gangsters e buddisti; My wife is a gangster di CHO Jin-gyu arricchita da diverse scene d'azione. Ancora dei gangsters sono i personaggi di Guns & Talks di KANG Jin, che segue le avventure di un gruppo di giovani assassini che vivono nella stessa casa, quasi fossero degli studenti. Tra un criminale al di sopra della legge, un poliziotto pronto a tutto e una bellissima anchorwoman vendicativa, il film si snoda per due ore senza annoiare né incantare dimostrandosi un ottimo esempio di prodotto medio ma non banale. Sempre tra le commedie My Sassy Girl di KWAK Jae-yong, tratto da storie di vita vissuta diffuse su internet, ha conquistato il pubblico con le traversie di un ragazzo che decide di salvare una ragazza incontrata per caso che gliene farà di tutti i colori. Vengono anche qui alternati generi e registri diversi dalla commedia demenziale a dramma intimista.

 

   
Kick the Monn, Guns & Talks, My Sassy Girl

 

Il cinema coreano dimostra di non essere solo un fuoco di paglia e di aver saputo costruire una solida industria cinematografica. Nel 2001 nemmeno i primi capitoli di Harry Potter e Il Signore degli Anelli sono riusciti a eguagliare i quattro film coreani più visti dell'anno. Gli autori poi non mancano come la presenza crescente della Corea nei festival internazionali dimostra. Si legge che la critica locale ritiene che il successo crescente delle produzioni commerciali abbia portato ad un sensibile peggioramento qualitativo, ma dall'esterno la qualità media coreana appare invidiabile per la totalità degli altri mercati. I coreani inoltre sono i primi a scherzare su certe caratteristiche del loro cinema quando dichiarano che anche loro, come Hong Kong, producono molte commedie, naturalmente però più violente di quelle degli altri paesi.
Il 2002 segna una leggera inversione di tendenza. La cinematografia coreana ha preso forse troppa fiducia in se stessa e si lancia in progetti costosi senza la necessaria prudenza. Alcuni flop impongono un ripensamento e l'industria si rifugia momentaneamente nelle commedie, per leccarsi le ferite e ripartire con le idee un po' più chiare. Andrà piuttosto bene il costoso ed interessante 2009: Lost Memories di LEE Shi-myung, storia fantascientifica di una Corea immaginaria dominata dalla dittatura giapponese mentre saranno dei flop: il confusissimo Yesterday, opera di fantascienza dalle aspirazioni alte, ma dai ritmi sbagliati e dalle personalità piatte; l'avventura per famiglie R U Ready? e il cyber-action Resurrection of the Little Match Girl.

 

   
2009: Lost Memories, Yesterday, Saving my Hubby
 
L'esito artistico della nuova ondata di commedie non ha però convinto come invece avevano fatto The Foul King e Guns & Talks. Piuttosto deludenti si rivelano Jailbreakers (nonostante il regista Kim Sang-Jin sia lo stesso di Kick the Moon e nonostante la buona prova d'attore di Kyung Gu-sol), Perfect Match, Sex is Zero e Bet on my disco. Soprattutto Sex is Zero con un umorismo (in)degno di American Pie suscita timori per la salute del cinema coreano, anche se il finale di inaspettata cattiveria segna comunque un distacco rispetto alle produzioni più basse. Sfoggia invece una buona qualità Saving my hubby con BAE Du-na nel ruolo di una ex-pallavolista in giro, con un piccolo pargolo, per i ghetti coreani alla ricerca del marito, completamente perso nei fumi dell'alcool.
L'opera migliore tra queste commedie è di certo Conduct Zero di JO Geun-shik, ambientata negli anni ’80 in una scuola, ha come protagonista uno studente con la fama da picchiatore le cui gesta sono gonfiate dai racconti dei compagni di classe, e visualizzate in sequenze quasi alla Matrix. Il ragazzo però non è così aggressivo come gli altri lo vorrebbero e addirittura si innamora di una timida e dolce secchiona. Sarà però costretto a difendere la sua fama da un nuovo picchiatore e la scena finale ha tutto fuorché i toni della commedia, montando in modo alternato un concerto per chitarre classiche ad una violenta rissa con accoltellamento.
La violenza come si vede non si allontana dagli schermi coreani: No blood no tears di RYOO Seung-Wan, già autore del cruento Die Bad, ottiene un discreto successo. Il film non ha una gran sceneggiatura e alcune sequenze sono più confuse che efficaci, ma gli scontri tra i personaggi trasudano una violenza che atterrisce: anche in un film dai connotati più o meno pulp, è fatta di sangue e di dolore tanto da far impallidire Fight Club.

 

Conduct Zero, The Phone, Primavera, estate, autunno, inverno ...e ancora primavera, Public Enemy
 
Un regista che invece abbandona le commedie a cui deve la fama è KIM Ji-woon (The Foul King) che realizza il segmento coreano della coproduzione panasiatica Three, si tratta di un mediometraggio horror intitolato Memories. In questo genere il regista si cimenterà di nuovo l'anno seguente col ben confezionato ma piuttosto mediocre A tale of two sisters, uscito anche nelle sale italiane. Sono infatti gli anni in cui esplode la moda horror sull'onda lunga di Ringu e la Corea ci prova con il patinatissimo The phone di ANH Byeong-ki: pellicola gravemente appesantita da un uso eccessivo e quasi dilettantesco delle impennate di volume sonoro e soprattutto da una sceneggiatura a dir poco didascalica, che al posto di infittire il mistero si impegna a spiegarci tutto, ma proprio tutto, come nei peggiori film americani. E' purtroppo questo il primo film coreano non d'autore a venire distribuito nelle sale italiane (nel 2004) cui seguiranno gli altrettanto non entusiasmanti Tube di BAEK Woon-Hak (2003), il già citato Two Sisters e La moglie dell'avvocato (2003) di IM Sang-soo, poi sarà finalmente il turno di un grande film Primavera, estate, autunno, inverno ...e ancora primavera di Kim Ki-duk (2003).
Tornando al 2002, un altro genere in cui il cinema coreano continua ad ottenere buoni risultati è il poliziesco con Public Enemy di KANG Woo-suk, con SOL Kyung-gu (Peppermint Candy, Jailbreakers, Oasis) e LEE Sung-Jae (Attack the Gas Station, Barking Dogs Never Bite, Kick the Moon). Nello scontro, dai toni anche ironici, tra un poliziotto corrotto, violento e sconfitto, e un (serial) killer giovane, bello e insospettabilmente d’alta società, come in American Psycho, il film fonde suggestioni e cose già viste in una miscela avvincente e divertente.
Il successo più inatteso e consistente in patria è giunto da una piccola produzione: The Way Home di LEE Jeong-hyang, storia di un bambino viziato di città che si trova a convivere con la nonna muta nella poverissima campagna coreana. La pellicola evita di cadere nel pietismo e nel peggiore sentimentalismo, costruisce un rapporto originale tra la nonna e il bambino e sebbene sia lontano dai livelli di Kiarostami o di Panahi, offre il credibile e originale ritratto di un bambino che non ha l’anima semplice dei villaggi iraniani, ma quella corrotta della Seul consumista.
Anche gli autori comunque continuano a lavorare, mentre KIM Ki-duk firma The Coast Guard, una nuova opera di cupa disperazione, PARK Chan-Wook lascia il successo di JSA e si avventura in progetto coraggioso che diverrà il più grande capolavoro della recente cinematografia coreana: Sympathy for Mr. Vengeance. Quest'opera dal grande impatto visivo, curatissima in ogni singola inquadratura e sequenza è accompagnata da una musica distonica e straniante che interviene poco e sempre al momento giusto. Il film è molto ben interpretato da Song Kang-ho, Ha-Kyun Shin e Du-na Bae. Rispetto alle attese produttive per il nuovo film del regista di JSA è stato considerato un flop, si tratta infatti di un film non solo violento ma anche molto duro e poco estetizzante, certo inadatto al grande pubblico, anche coreano. L’oppressione psicologica della prima mezz’ora sfocia in una serie di vendette dall'elettroshock agli accoltellamenti che, più che brutalmente sanguinarie, sono freddamente crudeli e dolorose. Il tutto per altro è tanto più agghiacciante in quanto vi è un uso sapiente del fuori-campo. Insomma un film al livello di soglia già raggiunto da Kim Ki-Duk, ma meno schematico e metafisico e più ancorato ad una realtà contemporanea di consumi, welfare e politica, il tutto filtrato da una follia malata ed insanabile ma tragicamente umana. Davvero un capolavoro che apre la trilogia sulla vendetta annunciata dal regista.

   
The Way Home, Sympathy for Mr. Vengeance, Oasis, Ebbro di donne e di pittura, Turning Gate
 
Sempre nel 2002 vedono la luce Oasis di LEE Chang-dong ancora con Kyung-gu Sol e Moon So-ri, che ha ottenuto ottime critiche al festival di Venezia e ha finalmente portato all'estero l'immagine di un cinematografia coreana diversa da quella più truce vista gli anni precedenti. Infatti, nonostante la storia sia quella di un criminale buono a nulla che violenta una ragazza handicappata, il racconto si muta in una storia d'amore non priva di speranza. Stessa cosa ha fatto il vecchio maestro IM Kwon-taek con un altro film ben distribuito nei circuiti d'essai europei: Ebbro di donne e di pittura, sulla vita del pittore Jang Sung Up (1843-1897) detto "Oh-won", da mendicante ad artista protetto. Questo è anche l'anno di una delle più interessanti coproduzioni asiatiche dove la Corea e specialmente la città di Pusan hanno un ruolo importante, si tratta del film Public Toilet del geniale Fruit Chan, storia malsana che visita il mondo attraverso i bagni pubblici mentre i personaggi cercano cure a malattie incurabili. Acquisisce credito internazionale anche Hong Sang-soo che conferma, dopo Virgin Stripped Bared by her Bachelors, il suo sguardo autoriale con Turning Gate, pellicola che segue gli ondivaghi pellegrinaggi di un giovane attore di scarso successo, alla ricerca dell'amore ma in incapace di guardare oltre sé stesso.
Si segnala anche l'esordio della cinematografia coreana nel campo dell'animazione di buon livello, sul pari della più celebre produzione giapponese, con My beautiful girl Mari di LEE Seong-Kang. In meno di ottanta minuti il film racconta di due bambini che passano assieme un'ultima estate prima di essere costretti a separarsi. La malinconia, la nostalgia e le difficoltà della vita sono sublimate in una sorta di mondo immaginario legato ad un faro in corso di demolizione. Il film si avvale di moltissima computer graphic, ma usa una grafica molto vicino al disegno e riesce ad ottenere uno stile originale ed efficace, che consente una telecamera molto mobile e degli ottimi effetti speciali senza dare la sensazione di fredda digitalizzazione sovrapposta alle immagini. Nonostante a tratti l'animazione non sia molto fluida, il lip-synch spesso non sia accurato, e le immagini a volte manchino di una certa profondità, il risultato è davvero notevole e My beautiful girl Mari è uno dei migliori film d'animazione asiatici di questi ultimi anni. Forse però non è per tutti i gusti tanto che al botteghino gli incassi hanno lasciato a desiderare.

 

 
My Beautiful Girl Mari
 
Tirando le somme del 2002 si vede come la cinematografia di genere coreana abbia segnato alcune battute d'arresto e, nonostante alcuni picchi, non si possano che rimpiangere le splendide annate precedenti. Infatti nel 2003 la produzione torna a farsi piuttosto variegata ed impegnativa dal punto di vista produttivo ma i risultati artisticamente non sempre entusiasmano. Il botteghino comunque arride con addirittura il 53% degli incassi ai film coreani.
Prodotti medi, passabili o anche piacevoli ma non memorabili, si rivelano essere: il poliziesco di strada Wild Card di KIM Yu-Jin; la commedia giovanile Singles di KWON Chil-In; l'horror d'atmosfera e poca sostanza The Uninvited di LEE Su-yeon. Dei film davvero poco riusciti sono invece il Wuxia Pian intriso di fantastico e di luoghi comuni The Legend of the Evil Lake di LEE Kwang-hoon così come il film erotico Sweet Sex & Love di BONG Man-dae, che cerca malamente di sopperire con suoni e parole alla noia delle immagini. Molto meglio di tutte queste pellicole, seppur non privo di un eccesso di finali, è il melodramma adolescenziale ...ing di LEE Eon-hee, impreziosito da buone interpretazioni e da ottimi dialoghi capaci di dare spessore a personaggi in verità piuttosto tipizzati. Significativo ed emblematico di una generosità cinematografica tutta asiatica è Dance with the Wind di PARK Jung-woo (2004), che con i suoi 133 minuti segue le vicissitudini di un aspirante ballerino, passando da un percorso di iniziazione ad una commedia ad un dramma di adulterio, con tanto di crisi di coscienza, fino ad una rinascita. Probabilmente troppo per un film solo, ma i momenti buoni non mancano, specialmente nella prima ora.

 

   
The Uninvited, Dance with the Wind, The Road Taken, Memories of Murder, Wonderful Days
 
Pervaso dai toni politici è The Road Taken di HONG Ki-Seong, pellicola di solida dignità sulla storia vera del prigioniero politico rimasto in carcere per il maggior numero di anni al mondo (dall'inizio degli anni '50 ai '90). Questa epopea anti-retorica di un cittadino sudcoreano comunista, tra torture e intimidazioni, sa comunque evitare la facile trappola di un film provocatorio ed eccessivamente brutale. E' invece l'umanità rinchiusa dei personaggi, la decisione difficilissima di non tradire i propri ideali ma soprattutto di non piegarsi ad un potere barbaro e crudele, quando non assassino, a tenere in piedi il film.
Un altro film cerca di perseguire un'autocritica sul passato del paese denunciando la brutalità del sistema scolastico degli anni '70, si tratta di Once upon a time in high school: Spirit of Jeet Kune Do di Yoo Ha (inizio 2004) che però aggiunge poco a quanto avevano già detto, e con ben maggiore solidità d'impianto, Friend e Conduct Zero gli anni precedenti.
Un ottimo film poliziesco è Memories of Murder che segna il ritorno di JOON Ho-Bong alla regia dopo Barking Dogs Never Bites e che è impreziosito dalle ottime interpretazioni di tutto il cast, specialmente Song Kang-ho, di certo tra gli attori coreani più affidabili per la capacità di scegliersi i copioni. La pellicola racconta di un omicidio e delle indagini di tre poliziotti alla ricerca del colpevole. Nonostante la fotografia sontuosa ed alcune ottime scene, il appare a tratti privo di direzione nella prima parte, ma si risolleva e assurge a vera grandezza nell'ultima ora, regalando un finale davvero bello e amarissimo, che resta inciso a fuoco nella memoria.
Il film coreano dell'anno preferito da Park Chan-Wook è però l'opera seconda di JEONG Jun-hwan (già regista del blockbuster The Submarine - 1999 - thriller militare su di un sottomarino nucleare) Save the Green Planet, che racconta di un uomo che crede un'invasione aliena sia incombente e si dà da fare per salvare il mondo. Pellicola molto originale interpretata dal sempre bravo Shin Ha-Kyun, non a caso attore ricorrente nei film di Park Chan-Wook.
Nel 2003 vede la luce un film d'animazione enormemente costoso la cui lavorazione ha preso diversi anni e la cui uscita è stata più volte posticipata. L'attesissimo, Wonderful days di KIM Moon-saeng non manca dell'amarezza e della cattiveria tipici del cinema coreano, ma è appesantito dalle troppe pretese poetiche e ancorato da personaggi comprimari senza spessore. Peccato perchè, nonostante alcune scene in CGI siano pura Playstation, altre sequenze, su tutte il finale, sono davvero molto belle. Forse è proprio la fantascienza che non si confà molto ai coreani.
Il 2003 è anche un anno di svolta per KIM Ki-duk che dalla completa mancanza di luce dei suoi film precedenti passa ad una visione del mondo ancora intessuta di destino e dolore, ma da cui è possibile una liberazione finale. Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è una parabola buddista sul karma, il ciclo della vita, gli errori e il modo in cui la colpa si ripercuote sulle nostre esistenze, ma è anche presente la possibilità di saper accettare e superare tutto questo. Niente di consolatorio comunque: il mondo resta un inferno invivibile da cui ci si può solo distaccare.
I suoi film successivi, Samaria (vincitore dell'orso d'argento a Berlino nel 2004) e soprattutto 3-iron (gran premio speciale per la regia all'ultimo festival di Venezia), proseguono questa leggera apertura alla speranza. 3-iron è la storia a suo modo fiabesca di un giovane disadattato che entra nelle case della gente senza rubare niente e anzi aggiustando oggetti rotti. Imparerà a divenire invisibile per abitare il mondo e trovare l'amore. Il finale è di insperato ottimismo e anche la colpa sembra farsi un peso meno incancellabile, forse anche troppo. A margine va segnalata l'eccessiva presenza del marchio di una nota casa automobilistica nei primi minuti del film, la moto del protagonista ci è infatti mostrata dalle più varie angolazioni e nei più diversi dettagli con dovizia pedantemente pubblicitaria. Di certo comunque è in corso un'evoluzione nella carriera del regista che l'ha reso molto più avvicinabile dal pubblico occidentale.

 

 
Old Boy(con Choi Min-sik)

 

L'altro grandissimo regista coreano degli ultimi anni, Park Chan-Wook, assurge nel 2004 a sua volta allo status di Autore anche per gli occidentali. Il suo ultimo lungometraggio, Old Boy, è al festival di Cannes dove vincerà il gran premio della giuria. Old Boy è il secondo capitolo della trilogia sulla vendetta, ma a differenza del precedente Sympathy for Mr. Vengeance stempera i toni assolutamente tragici con tocchi di ironia e trovate di regia che coinvolgono maggiormente lo spettatore. Il film infatti è andato piuttosto bene al botteghino e la regia di Park si è dimostrata una volta di più impeccabile così come l'interpretazione di Choi Min-Sik. Park Chan-Wook è inoltre l'autore del segmento coreano della nuova produzione panasiatica Three Extremes, seguito ideale di Three di due anni precedente. Il suo segmento, Cut, pur se realizzato davvero in modo sontuoso, non è al livello delle sue altre opere, del resto in operazioni a tema come queste è facile scadere un po' nell'esercizio di stile - il suo comunque resta un grande stile.
A Cannes partecipa in concorso anche l'ultimo lavoro di Hong Sang-Soo, Woman is the Future of the Man, che di nuovo presenta diversi punti di vista: a due vecchi amici, che ricordano insieme il passato,  si aggiunge poi la prospettiva di una donna, con cui entrambi hanno avuto una relazione che andrà a bere e ricordare insieme a loro. A Venezia invece, oltre al già citato 3-iron di Kim Ki-duk, partecipa Im Kwon-Taek con Haryu inseang, cavalcata nella storia coreana degli ultimi cinquant'anni attraverso la vita di un gangster. Il film però manca di nerbo e risente di evidenti limiti produttivi, quasi fosse stato pensato per la TV. Un vero peccato.
Il 2004, dopo i fallimenti degli ultimi costosi blockbuster del 2003, come il citato Wonderful Days ma anche come Tube e Natural City segna un'inversione di tendenza. Il film ad oggi più costoso della cinematografia coreana è Tae Guk Gi di KANG Je-Gyu (2004), regista del blockbuster Shiri. Enorme e catartico successo in patria per la storia di un vecchio che ricorda la sua esperienza e quella del fratello nella guerra tra Corea del Nord e del Sud. Fin dal titolo (è il nome della bandiera coreana che assume un significato sarcastico e amaro) è percorso da una furia selvaggia, specie nelle scene di battaglia, a volte anche troppo caotiche. La pellicola mette in scena un conflitto in cui le ragioni di una parte e dell'altra suonano come vuota retorica, mentre la gente normale è destinata a morire (spesso orribilmente) e a soffrire gli effetti di una politica folle e distante. Il successo di questo film, in cui non mancano alcune scelte un po' troppo retoriche per lo spettatore straniero, è emblematico di quanto ancora sia ancora aperta la ferita della guerra civile e ci dà la ragione di tanta spietatezza e disillusione sugli schermi.

 

Silmido, Tae Guk Gi
 
 
Appena un mese prima era arrivato nelle sale un altro costoso progetto: Silmido di KANG Woo-suk con Sol Kyung-gu, che racconta con grande sfoggio di mezzi, la storia vera di 31 detenuti condannati a morte in Corea del Sud e addestrati per eliminare il dittatore nordcoreano Kim Il-sung. L'operazione però sarà cancellata e insabbiata in modo sanguinario dalla tregua tra le due nazioni del 1971. Il film è piuttosto controverso e ha riaperto il dibattito in patria sul cosiddetto "Incidente Silmido". Anche questo film è stato un successo enorme e fa supporre un nuovo slancio di fiducia in produzioni ad alto budget.
Sembra, per concludere, che la cinematografia coreana non abbia accusato più di tanto la recessione fisiologica seguente al boom e si stia concentrando sull'alzare ancora di più la già pregevole qualità delle proprie produzioni. La differenza poi la faranno i registi e ci sarà da vedere se molti nomi qui citati daranno conferma del loro talento con le opere a venire oppure no. Certo è che il cinema coreano è partito alla conquista degli altri mercati e che sta avendo un discreto successo. Nell'ultima stagione i film coreani usciti in sala sono stati 5 in Italia, contro una praticamente totale assenza negli anni precedenti, e la partecipazione e l'attenzione che vengono loro dedicate ai festival aumenta. Al Far East Film Festival di Udine il cinema coreano è ormai quello seguito con maggiore attenzione al pari di quello giapponese ed hongkonghese, certo davanti al cinema cinese.
A riprova di questa progressiva penetrazione nei nostri mercati è emblematico il passaggio su MTV, in queste ultime settimane, di due film coreani Volcano High di KIM Tae-jung (2001) e Bichunmoo di KIM Young-jun (2000) al venerdì sera in prima serata. Si tratta di due titoli certamente scelti più per i combattimenti spettacolari che presentano che non per la loro qualità cinematografica, seppure entrambi sono stati dei discreti successi al botteghino in patria. Anche Sky ha dato di recente spazio a questa cinematografia passando diversi film coreani in versione sia originale che doppiata tra cui Sympathy for Mr. Vengeance che ignobilmente non ha mai raggiunto le nostre sale. Sembra invece che Old Boy sarà distribuito e ci si augura che abbia il successo che merita. Dunque la Corea, lungi dall'essere una cometa tanto splendida quanto veloce a scomparire, in soli cinque anni (1999-2004) si è imposta come la più interessante tra le cinematografie emergenti. Il suo prestigio cinematografico internazionale si va ora consolidando e con queste premesse, pare certo, molto di buono è ancora da venire.
Andrea Fornasiero
Si ringrazia Pier Vigevani per i suggerimenti, le critiche, i prestiti e l'amicizia
Biblio-Web-grafia
Lee, Hiangjin Contemporary Korean Cinema: Culture, Identity and Politics - Manchester University Press - June 23, 2001
Leong, Anthony Korean Cinema: The new Hong Kong - Black Dot Publications - Janaury 1, 2003
AA. VV., Far East Film Festival - Udine, cataloghi 2001-2002-2003-2004
Cinema Coreano.it: www.cinemacoreano.it
Asian Express: www.asianexpress.it
Internet Movie Database: www.imdb.com

 

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