QUANDO LA CRITICA COLLASSA
una riflessione sulla critica cinematografica oggi

Cosa sia la critica cinematografica è dura a dirsi. A differenza della cronaca o dell’opinionismo, dei commenti di politologi illustri o giornalisti dalla indubbia fama, la critica cinematografica da sempre sfugge ad una definizione obiettiva e lucida, specialmente oggi che in Italia la critica soffre di manierismo e settario snob. C’è chi dice che la critica abbia il compito primario di fornire al lettore un’opinione professionale dei film in sala, in modo tale da fornirgli una lettura di approfondimento e semmai consigliarlo nel modo giusto. Questa è una spiegazione alquanto improbabile, innanzitutto perché la specializzazione critica raggiunge vertici che spesso travalicano la semplice conoscenza popolar-cinematografica dello spettatore medio, ma anche perché non tiene conto delle esigenze di quest’ultimo, che non considera il cinema come un’arte ma semmai come un momento di svago e di intrattenimento. Si potrebbe dire dunque che la critica cinematografica sia uno strumento rivolto ai soli professionisti del mestiere, i quali sarebbero in grado di carpire termini astrusi e altrimenti incomprensibili. Potremmo andare avanti all’infinito, ma la realtà è che la critica nasce come costola del cinema stesso, che di per sé è elemento ineffabile, astratto e sfaccettato nelle sue innumerevoli chiavi di lettura e di interpretazione. Dare una definizione alla critica è assurdo esattamente come il senso stesso del fare critica, ovvero commentare qualcosa che inevitabilmente suscita l’opinione soggettiva dell’individuo. Ognuno reagisce alla pellicola in modo diverso, a seconda dei gusti personali, dell’umore, dell’approccio alla visione, della sua opinione di cinema. È utopico pretendere di fornire una “critica” univoca e unilaterale, donandovi valore assoluto. Da qui l’impossibilità di essere obiettivi, di applicare la formula della politica dei due forni risulta vizioso e ipocrita. La parola stessa, “critica”, nel suo significato primo implica la totale assenza di oggettività. Appaiono infantili quei confronti fra critici, in cui ognuno tenta di difendere le proprie opinioni per valorizzare ulteriormente la sua tesi. Detto questo perde di senso tutta la critica cinematografica professionistica contemporanea italiana. Il panorama è tra i più deludenti. Da una parte c’è un settore che non fa più critica ma si occupa di gossip, di estetismi vuoti e posticci, dell’aspetto superficiale del cinema e dei film. Dall’altra una critica potenzialmente valida ma corrotta irrimediabilmente da una visione politica e propagandista del cinema (e della critica stessa) o da manieristici pezzi di vera e propria demagogia, che spesso tradiscono boria e falsa modestia. Casi in cui il cinema è asservito ad una visione politica immanente e irrimediabilmente propagandistica.

A tutto questo è da aggiungere come l’ambiente sia avvolto da un senso elitario di appartenenza. La critica italiana è un ambiente chiuso a pochi, che si tengono ben stretti il loro posto, che ormai hanno da secoli (guardate chi recensiva trent’anni fa e chi recensisce oggi…), escludendo automaticamente giovani con voglia di fare e di rinnovare.

Più volte mi è capitato di leggere aspre accuse sulla critica on-line, rea di superficialità da quattro soldi e di non possedere alcuna qualifica. Ma in fondo cosa distingue un critica web semi-amatoriale e un critico professionista? Parlando a titolo personale, la mia preparazione in ambito cinematografico deriva da studi profondi e per nulla “approssimativi”, ritagliati nel tempo libero (il mio settore è, guarda a caso, la politica internazionale), nonché da approfondimenti paralleli e da confronti con colleghi e amici. Come me immagino ci siano numerose altre persone che si oppongono per affermare la propria passione, rispettando la libertà intellettuale e le opinioni degli altri. Nell’ambito saggistico sto tuttora lottando per proporre progetti editoriali ambiziosi e come me molti altri, tra cui il mio caro amico Roberto Donati, che ha scritto un bellissimo saggio sul cinema di Sergio Leone (Falsopiano) o come Vittorio Renzi (autore di una monografia su Kim Ki Duk e una sui fratelli Coen).

Forse questa gente non si è accorta della passione che anima tali “pseudo-critici”, che scrivono di cinema gratis, senza retribuzione e con tutto il loro impegno, rispecchiando ciò che il cinema dovrebbe rappresentare: amore e sentimento. Il risultato sono riviste on-line come centraldocinema, (che amo per la totale libertà lasciata ai redattori e ai collaboratori) o spietati.it, positifcinema.com, neoneiga.it e molti altri ancora, che tradiscono molta più preparazione di quanto si creda e uno spettro di argomenti fra i più vari. Non è un caso che questi siti stiano raggiungendo vertici di visite interessanti, a scapito delle riviste cartacee. Inoltre questi signori continuano a pararsi gli occhi, rifiutando di ammettere che internet, vera e propria espressione del fenomeno (positivo) della globalizzazione, sia una risorsa che avrà la meglio su tutto il mondo editoriale contemporaneo e che coloro che ora criticano dovranno prima o poi fare i conti con tale risorsa. Certo, non deve essere possibile che chiunque sia minimamente appassionato di cinema scriva per una rivista (on line o cartacea che sia). Ci deve essere una preparazione a monte, che non implica solo una sufficiente conoscenza del cinema e della sua storia, ma anche una degna capacità di scrivere.

Esclusi dal circuito perché giovani, o perché non professionisti, o perché non giornalisti, o perché “web giornalisti”, noi amanti del cinema e della critica tendiamo a buttarci nella saggistica. E anche qui sono dolori. Le alternative sono due: o pagare una marea di euro (davvero spropositata) per le spese di pubblicazione, o sottostare alle leggi del mercato, che non permettono la pubblicazione di una monografia su Shiniya Tsukamoto, per fare un esempio, perché “non venderebbe abbastanza”. Concluso lo sfogo, invito tutti i lettori ( e magari i diretti interessati) a dire la propria opinione. Siamo abbastanza aperti da lasciar parlare tutti.

Andrea Fontana

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