La potenza del cinema di Raimi, e' squassante e (in)sana, il suo linguaggio squisitamente aulicomico, dopo l'opacizzazione subita con la boccheggiante saga tarantolata, inizia a destarsi dal suo torpore verso il terzo atto della stessa, in cui la duplicità' caratterial-ontologica, intelligentemente reiterata, torna ad essere specchio convesso della sua "mostruosa" etica taoista e frattura wellesiana della fredda superficie divistica.
Il suo linguaggio e' appunto aulicomico, cioè' spiritosamente volgare, primitivo, istintivo(sotto questo aspetto i Farrelly Bros. sono i suoi degni sodali), per Raimi la demenza fisiologica diviene apodittica catarsi di paure, angosce e frustrazioni che inaridiscono gli animi.
Tutto il cinema di Raimi e' un'eterna lotta tra anima e corpo, il corpo visto come materia duttile, atta a modellare esteriorizzando intimi desideri, soverchiando l'algida insensatezza dell'aura perbenista e con "Drag Me to Heel", oltre che ribaltare puntualmente la fradicia civetteria di "I Love shopping", rinsalda in modo sublime, l'antico patto tra corpo e anima, carne e spirito, visione e proiezione mentale, la carne imputridisce aggredendo l'occhio del fruitore, mentre l'anima arde nel suo rogo di purificazione.
Il tondo ed eburneo facchino della Lohman, racchiude al contempo, la titubante fragilità' della vittima-pedina e la calcolata spietatezza della New Economy, ecco i due lati del Tao che convivono burrascosamente in una continua lotta, fino alla supremazia di uno dei due, edificando un autentico paradigma del nuovo sistema economico(e cinematografico).
Il film e' anche leggibile sintomaticamente, come perfida rivincita(personale del regista), nei confronti delle major, fatte letteralmente a pezzi dalle maleducate regole del low budget, ed ecco allora la Lohman corpo-martire-vittimista, che cede e si concede a uno stregonesco e allucinatorio calvario epurativo, mantenendo l'aspetto da cheerleader in carriera, ma con una buona dose di felpata (auto)ironia, ecco da qui scaturire una ridda di gag semiserie(la mosca nella narice, la copiosa epistassi, il domestico sacrificio animale…) che portano a leggerne trasversalmente il disfattismo eversivo della serie "Evil Dead", in cui regole sociali e leggi fisiche sono decisamente assenti, per una insubordinazione di corpi e azioni che divengono l'unica logica plausibile.
Valentino Sacca
|