L'ultima fotografia
Siete mai entrati in un Pronto Soccorso? Nel tentativo di velocizzare ed ottimizzare la gestione del vostro problema, un operatore vi assegnerà un codice, tra quattro, che descriva al meglio la gravità della vostra situazione. È il "triage". Se foste invece in zona di guerra potrebbe essere ridotto solo a "curabile" (giallo) e "non curabile" (blu).
Un uomo ferito, un fotografo di guerra, Mark Walsh (Colin Farrell). Un lancio di fiori sbriciolati in aria. Sempre Mark, con il suo amico e collega David (Jamie Sives) e le proprie mogli in un locale, prima della partenza in missione. Kurdistan, 1988, i due fotografi, appena arrivati, assistono al triage eseguito dal dottor Talzani (Branko Djuric) e alla tragica, ma in fondo pietosa, sorte riservata ai feriti più gravi, quelli incurabili, designati con il codice blu. Poi, poco più avanti, per il forte stress di uno dei due si separano...
Questi sono solo i primi minuti dell'ultimo film di Danis Tanovic , fin dall'inizio della sua carriera attento alle tematiche belliche, nel quale in un certo senso estremizza l'assunto ed il contesto della sua prima opera No man's land. Ed è ancora degli orrori della guerra che si parla in questa pellicola, tratta dall'omonimo romanzo del reporter Scott Anderson, ma anche di camici sporchi di sangue, di foto scattate ad ogni costo, di menzogne grandi e piccole e di coscienze ingombranti. La fotografia, insieme al cinema, diventa una grande metafora: appiattisce tutto, toglie la profondità di campo, come nella scena dei teschi ritrovati in mezzo ad un campo, tra i quali una donna cerca un famigliare attraverso una foto - con cui è appunto impossibile identificare un uomo - ed alla quale Mark mente pietosamente. Ed ancora quando Mark guarda le diapositive scattate in Kurdistan: sono vere immagini di finta guerra, proiettate su uno schermo, ma, dal momento che la sua coscienza, devastata da quello che ha vissuto, ha qualcosa che non va (di più non diremo) perdono il loro valore di verità anche sulla scena. Il fotografo, ed in misura minore il cinema, danno solo una visione parziale del mondo, ma non la verità. Così come la mente umana taglia e rimuove quello che le è insopportabile. Anche la scena dello stordimento in discoteca, al ritorno di Mark, è simbolico della confusione interiore e di quella mondiale. L'acqua, blu come i cartellini del dr. Talzani, compirà infine il definitivo triage.
Purtroppo però, malgrado tutta l'accurata struttura descritta, Tanovic racconta tutto con uno stile troppo didascalico e cerebrale, con il quale, dopo un'avvincente prima parte, non riesce più a conquistare lo spettatore, che arriva stancamente alla rivelazione finale. Neanche la presenza di Christopher Lee, per una volta non in un ruolo fantasy, bensì in quello del maieutico Joaquín Morales, non riesce a salvare il film da cadute nel ridicolo involontario.
Chiude la perentoria frase di Platone "Solo i morti hanno visto la fine della guerra". Passato in concorso al quarto Festival del Cinema di Roma.
Uscito il 27 novembre 2009 in 27 sale.
Distribuito da 01 Distribution.
Raro perché... La guerra non è sempre facile da raccontare, né da vedere.
Giudizio: * *½. . .
Paolo Dallimonti.