
Parigi,
1968: il californiano Matthew, studente di francese e
accanito frequentatore della Cinémathéque di Henri
Langlois, conosce Isabelle e suo fratello Theo, piuttosto
strambi e come lui appassionati di cinema. Mentre
all’esterno infuria la contestazione culturale, loro si
rinchiudono nella casa provvisoriamente vuota dei fratelli e
insc nano la loro personale rivolta. Probabilmente un
progetto covato a lungo, col quale Bertolucci ha avuto modo
di tornare su temi cari e su note autobiografiche. La storia
dell’iniziazione sessuale/esistenziale si riverbera di
accenti politici, sicuramente, ma è soprattutto il pretesto
per rendere omaggio alla somma finzione del ventesimo
secolo, l’arte cinematografica: attraverso il fascino che
le immagini in movimento hanno sui tre protagonisti,
Bertolucci parla del suo amore viscerale per il cinema e per
i suoi debiti registici (Nouvelle Vague in testa: si vedano
anche i cammei di Jean-Pierre Léaud e Jean-Pierre Kalfon
nella parte di loro stessi), della sua nostalgia verso la
Parigi culturalmente libera di quegli anni (incarnata
proprio da quel Langlois destituito dal suo incarico) e
verso un modo di fare cinema che non esclude la realtà ma
che, bensì, è capace di trasfigurarla sempre e comunque in
maniera personale e originale.
Le citazioni dirette e indirette (dal Corridoio
della paura alla Garbo di
La regina Cristina
alla corsa all’interno del Louvre per battere il record
dei protagonisti di Bande
à part) servono a suggerire pittoricamente nuove
emozioni e ad arricchire il testo principale di
infiltrazioni culturali e storiche: la cinefilia, tuttavia,
non si lascia mai prendere la mano, mentre la componente
erotica piuttosto spinta sconcerterà più d’uno, ma è un
necessario corollario per immergere lo spettatore
nell’atmosfera liquida e torbida del tempo e del film ed
è lontana anni luce da quella di Ultimo
tango a Parigi. La sceneggiatura di Gilbert Adair, da un
proprio romanzo, è particolarmente allusiva e ricca di
spunti psicologici: nonostante tutto, si prova uno scarso
coinvolgimento nonostante la materia calda, come se il tutto
corresse il rischio di diventare uno stiloso esercizio di
accumuli e rimandi didascalici. E se a tratti c’è il
rischio della maniera e dell’artificio, i tre
protagonisti, tutti semiesordienti o quasi (Louis Garrel è
il figlio del regista Philippe), sono corpi, figure,
proiezioni oniriche e simboli straordinari e aderiscono,
spigliati nella contrapposizione dialettica e
incredibilmente disinibiti, vista la loro giovane età e la
loro poca esperienza professionale, nel gestire le proprie
nudità, con naturale empatia al progetto di questo intimo e
partecipe regista-direttore di attori. Messinscena
formalmente abbagliante, con notevole uso degli spazi
(esterni e soprattutto interni) e una composita colonna
sonora che raccoglie le hit
del periodo.
BN/COL DRAMM-SENT
130’
* * *
Roberto Donati
Un film di Bernardo Bertolucci e' sempre
un regalo prezioso: uno sguardo sul mondo, sulle pulsioni,
non guastato dal giudizio; un punto di vista personale e
libero da vincoli morali. Anche nel trattare il '68 non
forza personaggi e situazioni per conquistare il pubblico o
esporre tesi. La prima impressione, ma il film e' ricco di
sfumature e molteplici livelli interpretativi, e' che dietro
i moti rivoluzionari di quegli anni e il fermento culturale,
intellettuale e sociale, ci fosse un'identita' vuota, pronta
a riempirsi di slogan, colori e bandiere, un po' per gioco,
un po' per moda. Cosi', infatti, appaiono Isabelle e Theo, i
due gemelli protagonisti, legati da un rapporto morboso che
li porta a definirsi "siamesi nella mente".
L'elemento di contrasto, in un mondo di"sognatori"
fatto di cinema e citazioni in cui trovare rifugio dalla
concretezza della vita, e' l'americano Matthew, che
sperimenta con curiosita' e senza inibizioni un rapporto a
tre. Il giovane e' l'unico che in piu' di un'occasione prova
ad uscire dal "sogno" e a porre
problematiche solidefuori dal dogma e dalla pura ideologia.
Piu' che un film sul '68, come e' stato definito, "The
dreamers" e' un film che mostra le contraddizioni di
quel periodo e alla fine risulta anch'esso contradditorio.
Pur trasmettendo lo spirito e le atmosfere di un'epoca,
infatti, lascia "la strada fuori dalla casa" e si
concentra sull'intimita' dei giovani protagonisti, rubando,
con l'usuale morbidezza, la fresca e ruspante gioventu' dai
corpi e dai volti. Ben dialogato, curatissimo a livello
formale, il film e' supportato dalle felici interpretazioni
dei tre giovani attori: due figli d'arte (Louis Garrel e Eva
Green) e un volto gia' noto nell'underground newyorchese (Michael
Pitt, un Di Caprio piu' in carne gia' protagonista di
"Bully" di Larry Clark). Oltre a mettere a nudo
pulsioni e ideologie, il film e' un atto d'amore nei
confronti del cine a.Le citazioni, oltre che esteticamente
bellissime, escono dal vezzo d'autore per diventare parte
integrante del racconto e spiegare, meglio delle parole, il
subbuglio di quegli anni. Non a caso si dice (e il romanzo
di Gilbert Adair da cui il film trae origine lo sostiene)
che il '68 sia nato a causa delle manifestazioni dei
frequentatori della Cinematheque contro il licenziamento del
direttore Henri Langlois. Una rivoluzione, quindi,
all'inizio soprattutto cinematografica, che Bertolucci
celebra rendendo vive le citazioni e trasformando il film
stesso in una citazione: il rapporto tra i tre non ricorda
infatti quello di Jim, Jules e Catherine in "Jules e
Jim" di Truffaut? Come spesso accade nei film di
Bertolucci, la spiccata sensibilita' con cui fotografa gli
incroci affettivi e carnali dei suoi personaggi non si
traduce in emotivita'. C'e' sempre una certa distanza tra lo
spettatore e lo schermo, un calore intermittente che si
rinfocola con la bellezza delle immagini, a volte fin troppo
ricercata. Curiosita': nel 1972, quando usci' "Ultimo
tango a Parigi", l'Italia mando' al rogo il film, tolse
il diritto di voto al regista e ci vollero anni prima che
fosse riconosciuto ufficialmente il valore dell'opera,
mentre in America Bertolucci fu addirittura candidato
all'Oscar. Ora, invece, "The Dreamers" esce
mutilato negli Stati Uniti per evitare la terribile R di
Restricted ed essere cosi' visibile a tutti, mentre in
Italia e' prevista la distribuzione senza alcuna forma di
censura preventiva. Diamine, cos'e' successo in questi
trent'anni?
Luca Baroncini de Gli
Spietati