BLACK
MAMBA E SPIDERMAN
Il super-eroe
nella poetica di Tarantino e Raimi
Due recenti successi del cinema d’oltreoceano,
entrambi curiosamente giunti al secondo capitolo, impongono una meditata
riflessione sulle capacità di un cinema dichiaratamente spettacolare,
fracassone e d’intrattenimento, di sviluppare al là dei suoi aspetti
maggiormente “di cassetta”, riflessioni di non poco conto sulla
globalizzazione feroce ed inumana delle società occidentali. E’ curioso come
due autori quali Quentin Tarantino e Sam Raimi, entrambi provenienti dai
“generi”, con le loro ultime due creature abbiano mostrato di avere idee
comuni su quello che accade intorno a noi, entrambi utilizzando quale cardine
della loro riflessione la figura del supereroe.
Tarantino
e “l’anima della finzione”
In Kill Bill la netta bipartizione in due
volumi è il supporto formale per una riflessione di straordinaria lucidità.
Come già posto in luce da numerosi commenti, la prima parte dell’opera è
popolata di personaggi sublimemente stilizzati, Black Mamba e le altre Vipere
rientrano nella categoria degli eroi da fumetto, vivono imprese totalmente
irreali ed impossibili da realizzare per l’uomo comune, e non sono animate da
sentimenti o da nobili ideali. Il tema della vendetta viene sì introdotto, ma
solamente per brevi accenni e l’ondata di violenza scatenata dalla Sposa non
è giustificabile se non in un’ottica appunto fumettistica, ricorda una
vendetta “alla Schwarzy” – si pensi a Commando dove l’attore
austriaco uccide centinaia di nemici da solo proprio in quanto la vendetta è
una scusa e lui non è un essere umano, bensì un supereroe. Il nome vero della
Sposa, Beatrix, è coperto da un bip per tutto il primo e parte
del secondo Volume, nel quale avviene il processo di trasformazione di Uma
Thurman da Black Mamba, il suo lato iperrealista, la spietata, fredda
e calcolatrice macchina di morte addestrata da Tai Pei a divenire un robot, in
un essere umano capace di soffrire, commuoversi, e dunque di avere diritto ad un
nome “vero”, appunto Beatrice. Il secondo Volume restituisce dignità
di donna alla Sposa, ci mostra in apertura il terribile torto subito ed in
qualche modo giustifica la sua furia assassina nell’ultima sequenza, dove dopo
il ricongiungimento con la figlia Beatrix si nasconde in bagno a piangere, un
pianto disperato e gioioso, per le terribili violenze commesse ma con la
consapevolezza di avere comunque la ragione dalla propria parte, quella di una
madre privata della vita, la propria e quella della sua bambina, e che era
riuscita a riconquistare. Del resto, come dice Michael Madsen nel film,
"quella donna merita la sua vendetta, e noi meritiamo di morire".
Questa bipartizione si appalesa manifestamente nella
divisione in due parti del film, e rende esplicito il processo di trasformazione
dall’uno all’altro stato della sposa, non essendo altro, questa, che la
trasformazione dell’idea cinematografica di Tarantino, una metafora della sua
stessa opera che viene qui, direi quasi freddamente, teorizzata, all’interno
della dicotomia Vol. 1 – Vol. 2.
Tarantino costriusce storia e personaggi, nei primi
due film della carriera (Le iene e Pulp Fiction), partendo da un
immaginario fiammeggiante e ben identificabile che non è quello reale, non
avendo egli vissuto sulla sua pelle la violenza del ghetto (come uno Spike Lee),
la miseria (si pensi a Kiarostami), la guerra (Gitai) e via discorrendo, bensì
avendo lavorato in un videonoleggio nutrendosi di vendicatori, poliziotti
corrotti o giustizieri, ladri gentiluomini, esseri dai poteri paranormali.
Nessuna verosimiglianza è ammessa nel suo immaginario, nessuna causa nobile o
ideale da sostenere, solo una passerella di caratterizzazioni tipiche, di
movenze riconoscibili, di dialoghi ad effetto che mai nella vita reale qualcuno
potrebbe ascoltare. Queste considerazioni non sono nuove, e del resto la
definizione di regista-cinefilo è significativa, come lo è in altrettanta
maniera l’amore smodato per le sue opere proprio da parte di coloro i quali
con quell’immaginario “global” (nel senso di estraneo alle frontiere,
censure permettendo) sono cresciuti. Ma la chiusura in un universo solamente
immaginato può essere un difetto dell’artista che si disinteressa della realtà
cogente della quale, essendo artista, dovrebbe essere in qualche modo
interprete. Ebbene Jackie Brown ed il Vol. 2 di Kill Bill
ci dicono che non è così, che la precedente filmografia di Tarantino era una
premessa, fondamentale per comprenderne la poetica, del suo tentativo di portare
alla realizzazione quella che io definisco “l’anima della finzione”. Gli
eroi del regista americano nascono dai fumetti, dai telefilm, dai kung-fu e dai
b-movies, vengono sottoposti ad un procedimento di umanizzazione e ci vengono
restituiti spogliati del loro mantello da superuomini, delle loro vestigia
guerresche, della loro stessa invulnerabilità; la finzione che li ha originati
non può pretendere di preservarli a vita, e dopo essersi abituati a vivere nel
“nostro” mondo non possono fare altro che scendere a compromessi con esso,
accettarne la sua umana imperfezione con tutto il bagaglio di gioie e dolori che
si porta in grembo. Esemplare è l’aneddoto narrato da Bill-David Carradine
alla fine del film: parlando di Superman sostiene come, a differenza dei suoi
“colleghi” egli è nato supereroe e si è dovuto inventare Clark Kent per
sopravvivere sulla Terra, rappresentando quest’ultimo una sua personale
critica alle debolezze degli esseri umani. Allo stesso modo, continua Bill,
Black Mamba sposandosi avrebbe voluto svanire in Beatrix, divenendo, da essere
perfetto che era, un essere debole ed insoddisfatto, cioè a dire umano. Eppure
alla resa dei conti Bill soccomberà e Tarantino si schiererà dalla parte di
Black Mamba e della sua trasformazione in Madre. Questo schierarsi dell’autore
per l’eroe dal volto umano è il supremo messaggio della sua poetica, una
sorta di rivendicazione di quello che filosoficamente viene chiamato
“umanesimo”; gli esseri perfetti non esistono se non nella finzione
(fumetti, cinema, letteratura, cartoni animati) ma nella vita quotidiana anche
loro dovranno scontare un bagaglio di sofferenze, di sconfitte, e dovranno
sudare per ottenere quello che cercano, ma solo passando attraverso questo
processo potranno forse, un giorno, ottenerlo. La sublime lucidità con la quale
viene realizzato questo processo, come detto attraverso la significativa
bipartizione di Kill Bill, mostra l’approccio teorico della poetica
tarantiniana, una poetica come non mai in evoluzione. Il processo di
trasformazione e di definizione dei propri personaggi e dunque del proprio
cinema è in piena fase di trasformazione, riposa in un territorio ambiguo che
esplicita come il percorso artistico di Tarantino sia quanto mai incerto, e non
sappiamo se alla fine Black Mamba sarà definitivamente soppiantata da Beartix e
Tarantino girerà in futuro drammoni strappalacrime, oppure se cavalcherà
l’onda di questa ambiguità proprio per rendere le sue riflessioni sfumate ed
enigmatiche. Il cinema di Tarantino convive con la propria epoca, un’epoca di
incertezze, dove l’uomo viene piano piano divorato dal lucido e spietato
meccanismo della competitività e privato della propria individualità, sempre
più spinto ad una dimensione di automa. Riuscirà l’uomo occidentale a
recuperare la propria dimensione umana? In una parola, vincerà il primo od il
secondo Volume?
Raimi
leva la maschera all'Uomo Ragno
In Spider-man la riflessione sul super-eroe si
amplia sino ad acquisire un ruolo di centralità all'interno della saga. Lo
stile di regia utilizzato da Raimi nel primo dei due capitoli scinde nettamente
i momenti in cui la scena è occupata da Spiderman oppure da Peter Parker, e nel
secondo caso privilegia la tradizionalità di un cinema classico, rinunciando al
trionfo degli effetti speciali, in modo da rappresentare il super-eroe in abiti
borghesi, inserito in un contesto perfettamente familiare: la scuola, la camera
da letto, il bus del mattino, l’imbarazzo provato di fronte a Mary Jane. La
prima parte della mini-saga è abbastanza convenzionale, allo script troviamo
una vecchia volpe del cinema spettacolare holliwoodiano, David Koepp, il quale
possiede un indubbio talento, non lo neghiamo, ma costruisce la storia in
maniera così ben calibrata da apparire alla alla resa dei conti un po'
scontata.
Ma è nel secondo capitolo della trasposizione
raimiana che la riflessione sul supereroe si fa più approfondita. Peter non è
più un adolescente e deve scontrarsi con la dura vita della città: eterni
lavoretti per racimolare qualche dollaro, l'affitto di una stanza povera e
scipita, i ritmi forsennati della metropoli. Splendido l'incipit di questo
sequel, con Peter che sfida il traffico con un motorino "sgarruppato"
per arrivare a consegnare le pizze in 29 minuti. Non ce la farà e,
spietatamente, verrà licenziato. Lo script è infarcito di episodi atti
a farci comprendere come affrontare la realtà sia molto più duro che scalare
grattacieli e combattere il cattivo di turno, anche perchè il rigido distinguo
buoni-cattivi non regge come nei fumetti, nella vita di tutti i giorni le
apparenze ingannano, le scelte che facciamo possono essere equivocate, e i
sentimenti spesso ci giocano dei brutti scherzi.
Per tornare al parallelismo con Kill Bill, a
un certo punto il protagonista decide di svestire i panni di Spiderman per
sempre e di giocare tutte le sue carte con l'amata Mary Jane. Raimi ci regala
una straordinaria sequenza in cui Peter si rimette gli odiati occhiali da vista
e cammina in mezzo alla folla dei marciapiedi newyorkesi come una persona
qualunque, forse un poco più impacciata - e imbranata - della media. Il papà
della Casa più terrificante della celluloide si spinge ancora più in là,
e nella sequenza del treno impazzito, quando Spiderman sventa la catastrofe e
sviene dalla fatica perdendo la sua maschera, viene accudito con amore dai
passeggeri salvati, che cercano di aiutarlo perchè in fondo, come dice uno di
loro, è soltanto un ragazzo. L'uomo ragno, come Black Mamaba, mostra il suo
volto umano. Ma in Spiderman la figura del supereroe ha una valenza ulteriore
rispetto a quella di Tarantino: il protagonista decide di non abbandonarlo perchè
sa che quel potere può essere utilizzato per qualcosa di positivo, ed allora in
nome dei suoi valori decide di rinunciare al più grande dei suoi sogni:
l'amore. E' la zia di Peter, però, che interpreta il punto di vista del
regista, quando dice al nipote che Spiderman è l'eroe nel quale ogni comunità
ha bisogno di credere, materializzazione del supereroe che c'è in ognuno di
noi, e che a volte ci fa sperare che i problemi possano essere risolti in
maniera netta e definitiva; ma la realtà non è così, e per tutto il corso del
film Raimi si sforza di farcelo capire.
E' interessante notare come queste due opere, spesso
definite d'intrattenimento dai grandi giornali, ci dicano molte cose sulle
problematiche sociali di una comunità costruita sul supremo comandamento
dell'apparire.
Dimostrazione ulteriore, questa, di quanto nel nostro Paese ci si dovrebbe
"sporcare" di più le mani con i materiali del cinema popolare per
assumere un punto di vista sulla realtà che non sia necessariamente militante,
bensì in grado di raggiungere un target di pubblico "disimpegnato" in
modo da portare una sensibilizzazione su certe tematiche, proprio là dove
queste vengono spesso ignorate. Poi si può anche godere del mero aspetto
spettacolare dei film ora trattati, ma tant'è, Raimi e Tarantino ci hanno
provato, e tanto di cappello a questi due grandi autori.
Mauro Tagliabue