LA COMUNICAZIONE ESISTENZALE IN KUBRICK
- RIFLESSI DI KIERKEGAARD IN EYES WIDE SHUT-

Eyes Wide Shut è il film della crisi.
Una crisi percepibile in ogni frammento del film, sia all’esterno che all’interno del testo cinematografico. Crisi che è gia evidente nel titolo, contraddittorio, enigmatico, che non si lascia inquadrare nella nostra esperienza quotidiana. Eyes Wide Shut. “ Occhi  Aperti e Chiusi”, spalancati ma serrati, questa sarebbe la traduzione più fedele di un espressione che nella lingua inglese non esiste, ricavata dall’accostamento di due lemmi che si contraddicono. Eyes Wide Shut non è altro che una dicotomia scritta, un forzato avvicinarsi di elementi opposti, che segna ed esaurisce il significato del film.
Il film della crisi dicevamo, ed innanzitutto crisi del linguaggio, sia esso cinematografico o letterario,non più capace di rendere lo scarto fra finzione e realtà, tramutando la prima nella seconda e smarrendo il significato di quest’ultima.

Ad entrare in crisi sono pertanto le certezze,le certezze su come si faccia un film e soprattutto se un film debba avere un qualche obbiettivo, debba dire qualcosa di limpido, debba riferirsi a qualcuno ed inscatolarsi dentro ad un genere predefinito. Eyes Wide Shut certezze non ne dà, non vuole darne , tutto può essere visto in maniera bilaterale: credo che in questo senso sia un esempio sublime di comunicazione d’esistenza. Con comunicazione d’ esistenza intendiamo tutta  quella particolare produzione che non si occupa di convincere il ricevente, di fornirgli una verità astratta, un oggettività, una certezza appunto, ma piuttosto si preoccupa di sollevare dei dubbi, ed eventualmente indirizzare verso la verità. Quattro sono stati i grandi maestri della comunicazione di esistenza: Cristo, Socrate, Kierkegaard e, io credo, Kubrick. Se il filosofo danese ha rappresentato il nodo d’unione fra la predicazione di Cristo e maieutica Socratica,  Kubrick cerca di lanciare il messaggio esistenziale di Kierkegaard attraverso la immagini, i colori e i suoni del cinema. L’opera dei due parte dagli stessi presupposti: una situazione comunicativa ritenuta radicalmente falsa, e questa falsità non dipende dal minore o maggiore contenuto di verità  dei contenuti comunicativi, ma del rapporto fra emittente e ricevente che costituisce appunto la situazione comunicativa e quindi la stessa comunicazione. La falsità in Kierkegaard deriva innanzitutto dalla ricerca di voler a tutti i costi somministrare al ricevente una verità preconfezionata, calata dall’alto, o ancora peggio una necessità di uniformarsi a dati comportamenti, stili di vita. Spesso infatti chi crea dei modelli pretendendo che gli altri li seguano è il primo a non seguirli, non “reduplicando” il loro messaggio d’esistenza: sublime è in tal senso la definizione che dà dei filosofi accademici ( probabile il riferimento a Hegel) che “costruisce il grandioso palazzo del suo sistema ma, quanto a lui, abita nel fienile”.  Per Kubrick siamo sulla stessa frequenza d’onda: chi ci dice che un film debba essere un horror, un thriller o un sentimentale ? perché non possiamo fare film che siano semplicemente film?

Proprio questo è Eyes Wide Shut, un film che non racconta né un tradimento né un assassino, poiché è un film erotico senza alcun rapporto sessuale, un thriller senza il morto, Eyes Wide Shut  racconta la Vita, anzi la mette in mostra. In un’epoca che adora il feticcio dell’oggettività che ha dimenticato “ che cosa significhi esistere e cosa sia l’interiorità” non  si può utilizzare la cosiddetta comunicazione diretta, propria di quel sapere oggettivo e principale responsabile di tale dimenticanza: occorre servirsi della forma indiretta . E quale forma di comunicazione è più indiretta  un film come Eyes Wide Shut, definitivamente areferenziale verso ogni tipo di target o categoria, riferendosi a tutti gli uomini in quanto esistenti? Per raggiungere le personalità ( “ è alla personalità che occorre arrivare” ) Kierkegaard sostiene che si debba “ portare degli Io in mezzo alla vita” ovvero creare delle possibilità di esistenza, delle maschere ( ed è a questo che serve la Pseudonimia in Kierkegaard) che si presentino come degli Io autonomi. In sostanza Kierkegaard crea dei personaggi che all’interno delle sue opere espongono la propria concezione della vita e la propria posizione esistenziale, rappresentando molteplici possibilità di vita e dell’ Io. Tramite quest’espediente egli non si preoccupa di dirci quale sia la migliore esistenza possibile, ma ci costringe a raffrontare ciò che siamo con ciò che potremmo essere, l’unicità della certezza con l’infinità della possibilità. Quel singolo esistente a cui ci si riferisce dovrà potersi guardare nelle sue opere e nelle possibilità di esistenza in esse rappresentate, riconoscendosi o distanziandosi da esse, vivendo un esperienza di identificazione o di respinta, ma comunque sarà costretto a risvegliare la propria attenzione sulla realtà. “ Tutta la mia feconda attività  di scrittore si riduce a quest’ultimo ed unico pensiero : colpire alle spalle” . Kierkegaard vuole colpire alle spalle chi vive un esistenza in autentica,  considerandola inoltre come l’unico orizzonte possibile, rendendoli attenti nei confronti della realtà e della verità, costringendoli a riflettere. Che cosa più della filmografia di Kubrick riprende questo concetto di “pugnalata alle spalle? Ci basta pensare a “2001: Odissea nello Spazio” : Kubrick ha mascherato una riflessione sulla dottrina dell’ Oltreuomo di  Nietzche e sul destino del rapporto uomo-universo sotto una miriade di effetti speciali, facendoci credere di aver creato un film di fantascienza e realizzando invece un capolavoro filosofico-visionario sull’evoluzione della razza umana. Ognuno, quando si reca al cinema o affitta la cassetta di 2001 per la prima volta, è convinto di vedere un film di fantascienza fatto di navicelle volanti, mostri verdi e ammazza- ammazza, e mai si aspetterebbe di interrogarsi sul destino della razza umana alla fine del film stesso. Questa è la “ pugnalata alle spalle”, questo è smuovere le coscienze,questo è Kubrick. 

Eyes Wide Shut rappresenta un ulteriore passo sulla via della comunicazione esistenziale : ingredienti fondamentali sono quelli della possibilità, condimento sono la trama è pressoché irrilevante e  personaggi con una profondità  psicologica nulla.

Il film si apre con una scena rassicurante: una giovane coppia dell’alta società newyorchese, ricchi , di bella presenza , genitori di una bellissima bambina. Lui medico affermato, lei ex direttrice di una galleria d’arte ed ora madre a tempo pieno. Ecco William Harford ( Tom Cruise ) e la sua dolce metà Alice ( Nicole Kidman ), osservati mentre si preparano per recarsi ad una festa, a casa di Victor Ziegler, ricco magnate e amico della coppia. I preparativi sono del tutto banali, quasi noiosi, ma un primo indizio di crisi la abbiamo fin dalle prime battute:

Bill cerca invano il suo portafoglio che, come gli fa notare la moglie, si trova davanti ai suoi occhi. E’ proprio la cecità di fronte all’evidenza che caratterizza il film, l’incapacità di arrendersi di fronte alla realtà e alla sua natura sfaccettata e frammentaria: Bill vede nella sua vita l’unica realizzazione di sé stesso, non considera la possibilità di un cambiamento, di una esistenza alternativa. Tuttavia alla festa di Ziegler incominciano a farsi strada nuove interessanti prospettive: gli basta allontanarsi un poco dalla moglie per venire assalito da due modelle che cercando di abbordarlo con la promessa di portarlo a vedere dove finisce l’arcobaleno. Dietro a questa espressione infantile si nasconde in realtà un significato profondo: la parola “Rainbow”, che come vedremo ricorre più volte nel corso del film, ha anche significato di arco, ponte, e si ricollega a 2001 Odissea nello Spazio: il protagonista si chiamava Bowman, uomo-arco, in omaggio alla teoria dell’ Oltreuomo Nietzcheano. Se Bowman riusciva ad evolvere, mettendo a rischio la sua stessa esistenza biologica, Bill rimane ancorato alla propria realtà, rifiutando di fatto la nuova prospettiva che gli si para davanti.

Le porte della possibilità e della sfaccettatura della reale che egli nega gli si aprono davanti però solo al suo ritorno a casa: dopo aver fumato con la sua consorte uno spinello di Marijuana, intraprende una discussione sullo scivoloso terreno della fedeltà coniugale: lei considera normale che le due ragazze che lo hanno abbordato volessero una relazione, come considera normale che egli provi talvolta una qualche attrazione per le pazienti che visita nel suo studio medico. Lui,nella sua logica maschilista e fallocentrica non considera possibile che sua moglie abbia un altro orizzonte oltre a quello della famiglia, senza comprendere che la routine sta distruggendo il loro legame familiare, che si nutre solo dell’abitudine e dell’ apparenza. “Lo sai come sono,penso in bianco e nero”. Con questa frase Bill esprime la propria visione del rapporto coniugale. Sua moglie è sua moglie e basta, dopo aver espletato la sua funzione primaria, ovvero quella della procreazione ha assolto il suo compito e ora deve unicamente crescere la loro bambina. Alice ( il nome è sintomatico, infatti come Alice del romanzo di Lewis Carrol sembra aver attraversato lo specchio e aver scoperto la duplicità del reale e le molteplici intersezioni della realtà con il sogno) dà una netta scossa a questa concezione rivelandogli invece una verità che mai aveva conosciuto: pochi mesi prima, durante una vacanza sarebbe stata disposta a gettare la propria vita coniugale per un avventura con un uomo che neppure conosceva e che solo aveva visto di sfuggita. Mentre Alice rivela al marito questa scioccante notizia è appoggiata alla finestra da cui proviene una luce blu –azzurra irreale, come a suggerire che la realtà svelata proviene da una dimensione che non appartiene a quella del rapporto fra i due coniugi. Bill non reagisce, non risponde, non è in grado poiché sono stati spezzati i suoi schemi mentali ottusi, a levarlo di impaccio è la chiamata di una paziente che necessita assistenza per il padre. Bill lascia così la casa, distrutto psicologicamente e continuando a rimuginare su il tradimento della moglie ( sono infatti frequenti le scene in cui si figura la scena, chiaramente in bianco e nero) giunge nella casa della paziente, arredata in stile neoclassico come la sala della scena finale di odissea nello spazio: qui Bill trova un vecchio amico defunto e sua figlia disperata che cerca conforto e che inspiegabilmente cerca di baciarlo. Bill, nella sala dove Bowman realizzava la fusione panica dell’ io nel passato, presente e futuro della natura rivela la sua natura di esteta a metà : egli vive nella dimensione della possibilità, che inizia a scoprire da questo momento, ma non è ne capace né di godere di ciò che gli viene offerto, né d’altra parte è in grado di operare una scelta che lo qualifichi eticamente : egli non vive questi episodi, ma è vissuto da essi, di fronte alla realtà non capisce e fugge imbarazzato. Inizia così la sua odissea, fra continue scoperte e continue strade che gli si aprono davanti. Il passo successivo è lo scontato incontro con una prostituta, con la quale va vicino ad un rapporto più approfondito, ma non appena sente al telefono la voce della moglie scappa impaurito. Bill non sa cosa vuole, se volesse tradire la moglie potrebbe farlo, ma invece non lo fa, arriva ad un passo e si ritira. Egli non è capace di scegliere, ha gli occhi chiusi su una realtà variopinta che non riesce afferrare, che si avvicina a comprendere ma che inevitabilmente gli sfugge. Ha gli occhi chiusi, “ shut”, incontra una donna che si chiama Domino e non capisce ciò che sa accadendo alla sua vita. Bill sta smarrendo progressivamente il suo Io e pertanto cerca una nuova dimensione che gli dia conforto dopo aver alzato un velo da una realtà variegata che si ostinava a negare. La tappa successiva è il Sonata Café dove incontra l’amico Nightingale, il pianista che rappresenta gli occhi che si sforzano di vedere: egli è riuscito ad intuire qualcosa, attraverso le bende con cui è costretto a suonare riesce ad intravedere qualcosa. Lo conduce ad una festa, a cui è costretto a recarsi mascherato ed in incognito: sintomatica è anche qui la scelta del protagonista che in un negozio di nome Rainbow si veste del tutto di nero ed indossa quella maschera che rappresenta la sua inautentica esistenza. Per farsi consegnare un costume dal proprietario del negozio Milich espone più volte il tesserino i medico e i contanti: cerca pertanto di rifugiarsi nella sua identità medio borghese che ha oramai irrimediabilmente perduto. La scena madre si svolge in una villa fuori città: Bill riesce a penetrare nella festa e scopre un mondo nascosto a lui sconosciuto: all’ interno della casa un sacerdote mascherato sta celebrando un rito dionisiaco orgiastico. Bill non vi prende parte, si limita a guardare, è perplesso ed inebetito: nei giorni di Natale esso si configura infatti come un festeggiamento a rovescio, un rituale rivolto a potenze oscure che mostra la prevaricazione e la incapacità di reduplicare il messaggio esistenziale del cristianesimo, che si configura sempre di più come una dottrina svuotata di significato, come un esperienza piatta, lontana dallo scandalo che Kierkegaard voleva che essa fosse. Simbolica è anche la parola di d’ordine che viene richiesta a Bill: essa è infatti Fidelio, titolo di un opera di Beethoven il cui sottotitolo è guardacaso l’amor coniugale. La scelta suona chiaramente beffarda, ma anche qui Bill non capisce e si avventura nei meandri della villa alla ricerca di qualcosa che non sa neanche lui cosa sia: quando sta per prendere parte al rito si blocca e viene bloccato, Kubrick ci fa intuire questo. Una donna gli intima di fuggire, lui non capisce e rimane, ma subito dopo viene condotto dal capo della loggia: la sua natura di intruso è stata scoperta e per provarla gli viene richiesta una seconda password. Qui si conclude la sconfitta del logos, la seconda password non esiste e Bill rimane tradito e costretto a togliersi la maschera. Egli esita, poiché non appena se la sfila perde quella copertura, quel doppio e rimane abbandonato alla sua identità che non gli garantisce certezze. Tutt’intorno gli uomini mascherati sono il contorno della sua esperienza: essi riescono vivere in maniera serena la duplicità e sebbene nascosti dietro alle maschere sono in questo senso più esistenti di Bill. Mentre gli sta per essere intimato di svestirsi, per compiere l’atto sacrificale, una donna, la stessa che gli aveva intimato di fuggire, si offre al suo posto. Bill riesce pertanto a salvarsi fortunosamente, e fa ritorno impaurito a casa, assistendo impassibile alla dispersione della propria persona. Una volta a casa lo attende una nuova sorpresa: Alice impaurita gli confida che di aver avuto un sogno analogo alla sua esperienza nelle villa e Bill disorientato la mattina inizia una seconda odissea: anche sotto questo punto di vista Alice si configura come un personaggio più evoluto rispetto a Bill in quanto assimila verbalmente la propria esperienza e la propria necessità di cambiamento. Bill si reca ora da Milich a restituire il costume: manca la maschera ma non ci fa caso, esibisce nuovamente il portafoglio e rifiuta di capire. Ciò che lo colpisce è invece la trasformazione di Milich: se nel precedente incontro non aveva perso occasione di rimproverare la figlia per averla scorta nel suo negozio con due estranei, ora egli di fatto la sfrutta per incrementare i propri profitti: Bill qui si rende conto che tutto è in vendita nell’universo USA e che esiste un “underworld” ben lontano dalle feste aristocratiche di Ziegler di inizio del film. L’odissea di Bill però prosegue, egli cerca di ottenere spiegazioni su quanto visto la notte nella villa De Sade, nonostante gli fosse stato fortemente sconsigliato dall’ gran cerimoniere dell’ordine. Così scopre che il suo amico pianista è sparito misteriosamente, portato via da due uomini dall’albergo dove alloggiava e che la donna che lo aveva salvato è ora morta. Bill è frastornato, ma forse per la prima volta si rende conto di quanto abbia rischiato. Una chiamata sul telefonino lo riporta alla realtà: è l’amico Ziegler, che lo intima a recarsi immediatamente da lui. Giunto nella villa inizia una delle scene fondamentali del film: il protagonista viene ridotto ad un ruolo marginale e perde definitivamente ogni tipo di sicurezza, mentre il potente gli apre gli occhi sulla realtà : anch’egli era nella villa, ha visto a scena e cerca di capire cosa egli volesse veramente: Bill non sa rispondere. Sublime è poi la analogia fra la vita ed il biliardo: Bill come una pallina nelle mani di Ziegler viene sballottato qua e la senza alcun finalismo apparente, evitando sempre fortunosamente la buca. Quando gli viene domandato se voglia giocare o meno Bill risponde in maniera sintomatica : I dont’ play, I watch che in un certo senso rappresenta il suo motto esistenziale. Egli però non si arrende qui, vuole spiegazioni, e Ziegler è lapidario: è stata tutta una Sciarada, una finzione per spaventarlo, il pianista è in realtà su un aereo per Seattle e casa sua e la misteriosa donna era una prostituta ed è morta di overdose. Nulla è più credibile di una menzogna ben raccontata e se manca il crimine, manca il colpevole e manca anche un genere ben definito. Con il ritorno a casa del protagonista si consuma l’ ultimo atto del film, entrando in camera scorge però una visione orrorifica : la maschera che aveva creduto persa è poggiata sul suo cuscino e dorme al fianco di sua moglie. Ora gli è tutto chiaro, la sua vita non era che una maschera, un esistenza superficiale ed inautentica, ma soprattutto non era che una delle maschere possibile. Sveglia la moglie le racconta tutto, ormai tutto è cambiato. O così sembra. La mattina successiva  quella della vigilia di natale ed i coniugi, pur sconvolti sono costretti ad accompagnare loro figlia al negozio di giocattoli, per la compera dei regali. Non è un caso che il primo gesto di Alice appena sveglia sia spegnere l’albero di natale: il cristianesimo, ed i suoi simboli sono una vuota favola, e a sua luce fuorviante allontana dall’autenticità e si può pertanto spegnere. Bill che sembrava aver imparato la lezione, in realtà non chiede invece altro che ritornare nella sua comoda e rassicurante vita, alla dimensione coniugale precedente, senza capire che essa    ( fortunatamente) è stata compromessa. In questo senso è da intendersi il “ per sempre” con cui chiede fedeltà alla moglie. Bill si rifugia in un istante senza tempo, eterno, che non prevede l’evoluzione. Lei è più disillusa, la parola “ sempre” la terrorizza, vuole semplicemente sincerità, e sa che essa arriverà attraverso un cambiamento: in quest’ottica si configura la richiesta di fare l’amore, che chiude il film ( espressa a dire la verità con un verbo ben più crudo in inglese, che rappresenta l’ultima parola del film ) si configura nel richiamo ad una dimensione concreta, quasi biologica, dopo le speculazioni mentali dei due protagonisti. Questo è Eyes Wide Shut, un opera d’arte che apre gli occhi, che lascia spazio a molteplici interpretazioni: non racconta nulla, vuole che sia ciascun spettatore a trarre le sue particolari conclusioni e a riflettere sul senso della vita, specie quella coniugale. Eyes Wide Shut è uno schiaffo alle certezze, ma soprattutto alla tendenza ad inscatolare la vita e l’opera d’arte dentro categorie vuote di significato, riducendo ciò che è molteplice, variegato e si nutre dell’infinita dimensione della possibilità in uno schema mentale immobile.
Francesco Priano

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