Dato fin da prima dell'inizio del Festival di Venezia come favorito alla vittoria, il nuovo film di Gianni Amelio e' invece rimasto a bocca asciutta, lasciando RaiCinema nello sconforto (quest'anno, per fortuna, nessuna imbarazzante dichiarazione da parte dell'amministratore delegato). A giochi ormai fatti, e facendo i complimenti alla giuria per la capacita' di non lasciarsi condizionare da chi pensa al cinema come potere e non come arte, un interrogativo sorge spontaneo: doveva vincere? Beh, inutile nascondere che "Le chiavi di casa" delude parecchio le aspettative. Sia tecnicamente, perché non è ammissibile che si debba ricorrere ai sottotitoli in inglese per riuscire a capire i dialoghi dei personaggi, ma anche per il taglio impresso da Amelio al racconto. Possibile che al cinema il disabile sia sempre simpatico, gioioso, tenace, vitale e abbia tante cose da insegnare? Attenzione, perché non significa che sia vero il contrario, ma solo che una visione edificante e a senso unico rischia di togliere dignità all'handicap, mostrando una realtà edulcorata a puri fini cinematografici. Il film di Amelio gode per fortuna di interessanti sfumature, ma il rapporto tra il quindicenne Paolo e il padre che non ha mai conosciuto, pecca di qualche schematismo di troppo e non convince fino in fondo. A essere poco credibile non e' tanto il giovane Andrea Rossi, quanto il personaggio del padre, per tutto il film troppo positivo e accomodante (non certo plausibile l'idea di buttare a mare la stampella, cosi' come il semplicismo della telefonata finale alla moglie). Kim Rossi Stuart lo interpreta con sensibilita', a parte l'occhio fisso e lo sguardo attonito con cui reagisce alla fuga del figlio dalla palestra. La madre di una disabile, interpretata da Charlotte Rampling, pare invece avere la didascalia del riempitivo. Irritante la sequenza in cui legge e consiglia il libro "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia, fonte di ispirazione della pellicola. La sceneggiatura e' molto attenta a evitare qualsiasi spettacolarizzazione del dolore, anche se per forza di cose risulta un po' ricattatoria (le cure mediche, le estenuanti camminate imposte dalla durissima dottoressa). Solo verso la fine, quando la disperata presa di coscienza del padre prende consistenza, il film sembra poter cominciare a dire qualche cosa che esca dal luogo comune. Inutile dire che e' troppo tardi e l'embrione di un'emozione arriva dopo i titoli di coda.
Luca Baroncini (
da www.spietati.it)

Le chiavi di casa

Le chiavi di casa era plurifavorito per il Leone d'oro. Rimasto invece a bocca asciutta. Un padre riabbraccia dopo anni il figlio handicappato. Il film di Amelio è certamente toccante e ben girato, ma gli fanno difetto alcuni buchi di sceneggiatura (il libro letto dalla signora sulla panchina...) e alcuni eccessi di buonismo quasi surreale (il lancio della stampella in acqua).
VC

Si parla di maniera sottile, di ritorno alle atmosfere opprimenti a aeree de Il ladro di bambini. Non si può fare altro che attingere al macrocosmo desolato, vigile, scorticato e vivo delle espressioni già note nell’opera di Gianni Amelio. Regista dalla sensibilità peculiare, che sposa il documentarismo di paesaggi e primi piani sgranati con la stessa intensità indagatrice al dramma. Questa volta abbiamo a che fare con un dramma palpabile, appena stemperato dalle sfaccettature comiche dei dialoghi. E’ un’ironia sagace e crudele quella di Paolo, un ragazzo con disturbi psicomotori evidenti, che si scontra con il fare tentennante e contraddittorio del padre Gianni, che lo ritrova dopo 15 anni. Il rapporto di complicità straziato e l’estraneità resa dagli sfondi ghiacciati di Berlino si intersecano. Si allude sottilmente al senso di colpa e all’abbandono, con un’accurata e forse eccessiva scarnificazione dei momenti, abilmente scollegati. A tratti si sfiora quell’eccesso di pathos avvertito come un rischio, soprattutto negli sguardi costernati e nelle inflessioni che Kim Rossi Stuart dona al personaggio di Gianni, ma questo viene aggirato, cancellato con la forza degli stacchi tra le inquadrature: manca quella sensazione generale di rischio, di stimolo psicofisico acutizzato e diffuso nell’andamento della pellicola. Ma quello stesso stimolo sembra esserci restituito da rari (ma non troppo) fotogrammi vibranti e consapevoli: Paolo che cammina trascinandosi, di spalle; la Norvegia ghiacciata e immobile come preludio alla sospensione finale, al dubbio profondo e vincolante del padre diviso tra la gioia e il terrore nell’accogliere definitivamente una creatura straordinaria e terribile, capace di svelare crudamente le meschinità e le fragilità dei suoi interlocutori. Il paesaggio sembra aprirsi con straordinaria efficacia di fronte a questo crepaccio umano, riscattando in parte quell’irrisolutezza inquietante che domina il film.
Chiara F